Regna dovunque una pace straordinaria di ritmi e suoni: gabbiani gentili che planano, famiglie di cormorani che si asciugano le ali spalancandole al vento, piccole tortore pacifiche che tubano fra i rami più alti, cinghiali magri e scuri, capre sagge e temerarie. Intorno, tutto insieme, il respiro della battigia. Spiagge, scogliere, ma anche un’esperienza d’altura in un acrocoro di rocce che imita un cuore montuoso. E, come nell’isola madre, con pochi passi in salita si raggiunge una spianata sopraelevata che ospita quello che tutti chiamano Compendio Garibaldino. Si tratta di un gruppo di case semplici, bianchissime, non troppo diverse da quelle che io a sette anni avrei potuto immaginare. Mio padre me le mostra, vuole che io mi senta investito di quella strana atmosfera che questi luoghi impregnati di storia trasmettono. Prima di visitare gli interni vuole che esploriamo i dintorni. Mia madre non ha le scarpe adatte e ci aspetta insieme ad altri visitatori accaldati all’ombra del grande pino che si sviluppa nel cortile antistante la prima porzione della casa. Io seguo mio padre che mi invita a guardare dove lui guarda. È mare, certo, chiarisce, ma non un mare qualunque: è il mare che guardava Garibaldi. Mi invita a badare a dove metto i piedi e non solo perché ha paura che cada e mi faccia male, ma perché vuole che mi muova con la coscienza che quello è lo stesso terreno calpestato dal Generale. Devo aver preso da lui la tendenza all’enfasi, la passione per i riti. L’idea che un tempo si sovrappone all’altro. Camminare dove aveva camminato Garibaldi ci portò dentro la casa. Che mi sembrò bellissima, come sembrano belle tutte le case che devono rappresentare e non essere abitate. Provai a immaginarlo tra quelle stanze il nostro eroe, con indosso il suo poncho, disteso su quel letto incredibilmente piccolo che, quando sentì avvicinarsi la fine, chiese che fosse orientato verso la finestra che dava sul mare.
Strane sorprese
La misura della Storia spesso riserva strane sorprese. Fuori la giornata era torrida, ma dentro la casa regnava una frescura docile di pavimenti lucidati e vetrine spolverate. Come se una genia di governanti si fosse consegnata il compito di tenere lindo ogni spazio come voleva il Generale, che non amava lo sfarzo, ma non transigeva sulla pulizia.
Lui che aveva dormito all’addiaccio, che aveva visto morire la sua amata Anita nelle paludi di Comacchio, che si era sistemato su una stuoia nella povera casa di Meucci e aveva affrontato tempeste oceaniche in un veliero partito dal Perù. In quella casa decorosa, nei suoi oggetti ordinari, c’era un’energia straordinaria, perché gli eroi, quelli immensi e proverbiali, sanno rendere straordinario l’ordinario.
Per lui erano state incise lapidi in ogni angolo del Paese. Per lui e per il suo cavallo, perché campeggiassero nel fior fiore delle piazze d’Italia, venne fuso più bronzo che per mille campane e altrettanti cannoni. E dicevano che per i paradossi della Storia Garibaldi avrebbe potuto nascere francese, e l’altro Generale, il Bonaparte, italiano.
Ora visitavo le stanze che lui stesso aveva scelto di abitare e non per esiliarsi, ma per scegliere un centro in cui far convergere le menti più straordinarie del suo tempo, un luogo che lo rappresentasse per spessore e concentrazione. Poco distante, in un piccolo cimitero, la sua tomba spiccava per sobrietà, ma anche per magnificenza: un sarcofago di roccia come uno scrigno al grezzo, il non finito di uno scalpellino che abbia considerato male i tempi, perché pareva impossibile che l’eroe dei due mondi fosse mortale. C’era un anello di metallo attraverso il quale un ciclope emergendo da quel mare omerico avrebbe potuto sollevare quel coperchio di roccia viva nel giorno del risveglio.