Quanto valgono le promesse mancate di Apple sull’Ai?
di Alessandro Longo
di Stefano Biolchini
5' di lettura
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A Tertenìa, sui balconi malconci, ricolmi di gente accalcata – con le finestre spalancate e le balaustre ricce rivestite a festa di coperte colorate in ricami, tra i glicini e le viti rampicanti – l’eco cadenzata dell’Ave Maria risaliva lenta, acuendosi di buia paura quando, la statua barcollante del Cristo Risorto, con la mano alzata in arpione, mancava il luttuoso velo nero della Addolorata. I tentativi si ripetevano a più riprese, tra i sospiri preoccupati e atterriti delle donne in corteo – il rischio malaugurante dello sfracello delle antiche sculture sempre in agguato – fin quando la processione degli uomini aveva la meglio: il velo della Vergine, portata a spalle dalle donne, restava impigliato in trofeo tra le mani del simulacro del figlio ritrovato, il costato rosso e lacero, liberando finalmente il volto dell’Immacolata non più a lutto. E così, accompagnato dall’agitarsi nervoso dei turiboli caliginosi e argentei, il canto delle donne, che avevano accompagnato la Madre a “S’incontru” col Salvatore, cresceva in acuti.
Ora le donne si scioglievano, tra applausi e scambi d’auguri, mentre l’officiante – lo sguardo sdegnoso e severo su un corpicino minuto, smarrito nei paramenti ornatissimi – tra i fumi d’incenso che disegnavano ghirigori in ascesa, proseguiva la preghiera, al suono alto delle campane, quasi intimando ai presenti la litania liberatoria e oscura che, scandita rigorosamente in sardo, proseguiva oramai nei toni di festa. Fra i sorrisi compassati i «bona Pasca Manna» correvano dunque di bocca in bocca, mentre le mani veloci si cingevano in compunti e rigidi abbracci, mai troppo affettuosi, e pur convintamente magnanimi.
“Pasqua Grande” – così la festeggiano gli ogliastrini, contrapponendola al Natale, che è invece “Paschixedda”, ovvero la Pasqua minore – aveva finalmente il suo alto riscatto, e con lei l’intera Tertenìa poteva risalire garrula la salita che dalla principale via Roma l’avrebbe ricondotta, tra mura scrostate e tetti di coppi muschiati e malfermi, alla chiesa dell’Assunta. Qui, dal grande portone in bronzo fino all’abside, con il maestoso e tizianesco dipinto dedicato all’Assunzione della Vergine, tutto racconta di don Egidio Manca (1906-1957), il curato che negli anni 50 eresse la chiesa “nuova”, rigorosamente a croce latina, con il solenne campanile al fianco in blocchi di granito e mattoni rossi, decorandone gli interni e donando alle “sue anime” uno dei migliori esempi di romanico moderno nell’isola.
La storia dei Manca, famiglia d’artisti, ha segnato a più riprese l’architettura del paese ai piedi del monte Giulea, 100 chilometri a nord del capoluogo, lungo l’Orientale Sarda. Così, tra le foto e i monili aviti, immagini e profumi di quello che per me è il paese delle vacanze, tornano svelti e indelebili. Souvenir nostalgici di estati ingenue e svagate, tra le ampie terrazze della “casa al mare”, placidamente allungate fin sulle dune, ormai scomparse, della spiaggia bianchissima di Foxi Manna; è lei “la bella di Sarrala”, con il Nuraghe Aleri che la domina granitico tra gli ulivi assetati e i lentischi.
Proprio il nuraghe, all’ombra delle guglie rosate del Monte Cartucceddu – l’unica montagna dell’isola a gettarsi maestosa e frastagliata sul mare – segna la placida e cristallina baia dove era l’antica città romana di Saralapis, così individuata dal generale Alberto Ferrero di La Marmora, e che, per una strada tormentata – che gli odiosissimi incendi hanno devastato più volte – risale fino al paese, arroccato e inospitale, degli orgogliosi e inurbani terteniesi, che voglio raccontare con un altro ricordo.