La posta in gioco è alta. Ed è per questo che le quotazioni del grano sono tornate in tensione, spingendosi in settimana fino a 8,2875 dollari per bushel a Chicago, massimo da due mesi, mentre a Parigi il frumento da macina per marzo ha toccato 291,75 euro per tonnellata, contro un record storico di 308,5 euro a novembre (venerdì 28 gennaio ha chiuso a 278,75 euro).
Russia e Ucraina insieme controllano quasi un terzo del mercato del grano: il 29% dell’export mondiale (in totale atteso a 204,4 milioni di tonnellate) dovrebbe arrivare proprio da questi due Paesi nella stagione 2021-22 prevede l’Usda, il dipartimento Usa dell’Agricoltura.
Mosca in particolare contende alla Ue il primo gradino del podio dei fornitori globali, con raccolti che negli ultimi anni sono cresciuti fino a stabilizzarsi intorno a 85 milioni di tonnellate l’anno, di cui circa 40 milioni destinati all’export. E l’Italia, tutt’altro che autosufficiente, è tra i maggiori clienti.
Importiamo il 64% del nostro fabbisogno di grano da panificazione – ricorda Coldiretti, lamentando i rincari – e dalla Russia l’anno scorso ne abbiamo comprati circa 100 milioni di chili. Volumi che forse sarebbero stati ancora più grandi, se non fosse che Mosca ha introdotto limiti all’export per difendersi dai rincari sul mercato domestico. Così invece ha “vinto” il grano ucraino, con oltre 120 milioni di chili arrivati in Italia.
Kiev nel 2021-22 potrebbe guadagnare il terzo posto nella classifica globale degli esportatori, con oltre 24 milioni di tonnellate di grano tenero. Ma è soprattutto un colosso del mais – con il 16% dell’export mondiale (oltre 30 milioni di tonnellate), di cui oltre la metà dirette in Europa – e di alcuni semi oleosi: più della metà dei semi di girasole commercializzati nel mondo arriva dall’Ucraina.