La preoccupazione numero uno riguarda il gas, che nell’ultimo anno è più che quadruplicato di prezzo, in gran parte proprio per la scarsità di forniture dalla Russia. Il mercato aveva appena cominciato a tirare il fiato grazie all’arrivo di grandi volumi di Gnl, ma lunedì 24 c’è stata un’impennata di quasi il 20%, che l’ha riportato a 92 euro per Megawattora al Ttf.
A spaventare non è solo una possibile interruzione dei flussi via Ucraina, ma anche le sorti del Nord Stream 2, visto come il bersaglio naturale di sanzioni, quanto meno da parte degli Usa. L’avvio del gasdotto nel Mar Baltico rischia di slittare a tempo indefinito, prolungando le tensioni sul mercato del gas.
Gli analisti sono in allarme. Con un’ulteriore escalation tra Russia e Ucraina, avverte Goldman Sachs, il prezzo del combustibile potrebbe eguagliare o superare i livelli record di dicembre (quando si era spinto oltre 180 €/MWh). Per James Huckstepp di S&P Global Platts senza il Nord Stream 2 ci saranno «prezzi estremi e volatilità fino al 2023», mentre William Jackson di Capital Economics teme che il prezzo del gas salirebbe «molto oltre il picco dell’anno scorso» nel caso in cui «ci fossero sanzioni contro le esportazioni energetiche russe o se fosse la Russia a usare l’export di gas come strumento di pressione».
Mosca si è ritagliata uno spazio importante anche nel mercato del Gnl, con 30,2 milioni di tonnellate esportate l’anno scorso secondo Refinitiv Eikon, di cui quasi metà verso l’Europa. E storicamente è una potenza del petrolio: con una produzione di 10,5 milioni di barili al giorno (ed esportazioni per circa 5 mbg) è stata superata nel 2021 solo dall’Arabia Saudita, di cui è alleata nell’Opec Plus.
Anche per il petrolio, come per il gas, l’Europa è il mercato principale, dove tuttora finisce metà dell’export russo. Una parte arriva con l’oleodotto Druzhba, che passa anche per l’Ucraina.