Vinicoltura

Vendemmia 2025 in Valle d’Aosta: la qualità batte i dazi e allarga i mercati

Clima favorevole e escursioni termiche creano premesse per un'ottima annata vinicola. Il settore guarda non solo agli Usa ma anche a Cina, Giappone e Singapore

di Carlo Andrea Finotto

Filari di vite in Valle d’Aosta

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«Ottima produzione e qualità molto interessante», sono le caratteristiche della vendemmia 2025 in Valle d’Aosta nel giudizio di Nicolas Bovard, presidente del Consorzio Vini Valle d’Aosta, realtà che rappresenta «il 97% della produzione, con sei cantine cooperative e 56 aziende associate».

Anche se il confronto con il 2024 è impari - lo scorso anno si registrarono un luglio piovoso, un’epidemia di peronospora e, infine, un settembre con forti piogge che portarono a perdere in media la metà della produzione, con punte del 60% per alcune varietà di uve - quest’anno «il clima è stato decisamente più favorevole e nessuno dei produttori che abbiamo sentito si lamenta» conferma Elio Gasco, direttore di Coldiretti Valle d’Aosta. Insomma, ci sono le premesse per “un’ottima annata”, come il titolo del film del 2006 di Ridley Scott con Russel Crowe, ma il clima ha influito comunque su lavoro dei viticoltori. «Freddo di notte, caldo di giorno: l’escursione termica è una delle condizioni ideali per un’ottima annata» spiega André Gerbore, presidente della cooperativa Cave des onze communes, realtà nata nel 1984, con la prima vendemmia da 50mila bottiglie nel 1990 e che oggi può contare su 76 ettari coltivati e una produzione salita a 600mila bottiglie di vino. «Per noi - sottolinea Gerbore - credo sia la migliore vendemmia degli ultimi 10 anni. L’anticipo di una decina di giorni ha influito sulla qualità anche per le varietà più tardive. Ci sono ottime condizioni sia per la maturazione tecnologica che per quella fenolica».

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«È stata una vendemmia anticipata - conferma Nicolas Bovard - cominciata lo scorso 13 agosto per le uve destinate agli spumanti, proseguita il 23 dello stesso mese per il Blanc de Morgex e dalla settimana successiva per gli altri bianchi. La raccolta terminerà intorno alla metà di ottobre con la varietà più tardiva: il Fumin, che di solito, però, viene vendemmiato alla fine del mese».

Le prospettive più interessanti, secondo il presidente del Consorzio Vini, arrivano dalla Petite Arvine (vitigno a bacca bianca di origine svizzera ma ormai “adottato” dalla Valle d’Aosta) e dal Petit Rouge, la base del Torrette, uno dei vini simbolo della regione. Il Consorzio Vini ha una produzione attestata intorno ai due milioni di bottiglie annue, grazie ai 330 ettari di vite rivendicati a Doc (gli ettari totali sono 400). « Molte aziende hanno investito in nuovi impianti: la prospettiva è di incrementare di circa un milione di bottiglie nell’arco di una decina d’anni», afferma Bovard.

Le incognite della vendemmia, tra dazi e cambio dei consumi

Intanto, però, incombono le incertezze legate ai dazi imposti dagli Stati Uniti di Trump al 15%, anche se la vinicoltura valdostana improntata alla qualità non dovrebbe risentirne in modo particolare. «Più che altro - chiarisce Elio Gasco - il caos generato dai dazi rischia di creare problemi da un lato e speculazioni da un altro. È una situazione che riguarda tutta l’agricoltura, non solo il vino e non vediamo politiche europee che mettano il settore al riparo da queste turbolenze. L’Unione europea dà la sensazione di essere schiacciata tra le altre superpotenze: siamo appesi alla situazione internazionale».

In media, la quota di export del vino valdostano è intorno al 15% del totale, con alcune realtà che arrivano al 50%. Lo sbocco principale è proprio quello degli Usa. «Indubbiamente, non è il momento più simpatico per il mondo del vino - ammette Nicolas Bovard -. Ma c’è tanto interesse per i vini valdostani, anche grazie al lavoro di immagine e qualitativo che è stato fatto. Certo è che ci inseriamo in un mercato “bouleversé” (stravolto, rovesciato, ndr». E se Elio Gasco ricorda come la «fascia di qualità e di prezzo dovrebbero mettere al riparo il vino della Valle d’Aosta da eccessive ripercussioni legate ai dazi», Bovard spiega che «il timore tra i produttori è che i vini che non trovano sbocco da altre parte possano saturare il mercato locale. Staremo a vedere». Tuttavia, il comparto valdostano si è mosso per tempo per diversificare: «In prospettiva è destinato a diventare interessante il mercato asiatico - dice il presidente del Consorzio Vini - dove i Giapponesi sono stati i primi ad apprezzare il nostro prodotto. E ora si stanno affacciando anche compratori dalla Cina e da Singapore».

Ha una certezza André Gerbore: «Come produttori - dice - non ci possiamo permettere di giocare la carta della quantità: primo, non ci sono le caratteristiche, secondo, la strategia sarebbe sbagliata. Serve invece la capacità di adeguarsi al cambiamento dei gusti: oggi si richiedono finezza e freschezza. Il problema non sono i dazi, semmai il consumatore che sta cambiando, e noi dobbiamo essere pronti. Senza snaturare i nostri vini».

carloandrea.finotto@ilsole24ore.com

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