Viticoltura

Il vino eroico della Valle d’Aosta è più forte dei dazi di Trump

Cresce l’interesse del mercato per un prodotto di elevata qualità ottenuto da vitigni tipici. Il fattore alta quota: caratteristiche uniche dai vigneti che arrivano fino a 1.300 metri sul livello del mare

di Carlo Andrea Finotto

3' di lettura

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Alzi la mano chi pensa alla Valle d’Aosta quando si chiede di associare il vino a una regione italiana. Certo, non può essere la prima citata, vista la concorrenza quantitativa e qualitativa di giganti come Piemonte o Toscana, ma dal punto di vista della viticoltura la Valle d’Aosta è una terra di eroi, nel vero senso della parola, come poche altre.

«La nostra è una viticoltura estrema, di montagna, svolta quasi sempre in condizioni molto difficili» spiega André Gerbore, vicepresidente del Consorzio Vini regionale, organismo che raggruppa 48 soci tra aziende private e cooperative e rappresenta il 97% della produzione regionale. «Qui ci sono zone il cui servono 1.500 ore di lavoro per ettaro, mentre in Piemonte la media è di 180. Inoltre, in Piemonte quelle 180 ore si svolgono su un trattore, mentre da noi si fa praticamente tutto a meno».

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Forse non tutti sanno che la viticoltura in Valle d’Aosta vanta origini antichissime. «I tipi di coltura - ricorda Gerbore – risentono di influenze romane ed etrusche: la coltura ad alberello poi trasformata in filari risale ai romani; quella a pergola agli etruschi». L’attività ha tratto vantaggio dalla posizione geografica, da sempre sulle rotte commerciali tra l’Italia e il resto d’Europa, ma ha vissuto alterne fortune: «Nel 1880 si contavano circa 3.800 ettari di viti, ma oggi siamo a soli 390 ettari», dice il vicepresidente del Consorzio vini, che è anche presidente della Cave des onze communes, 600mila bottiglie di produzione all’anno. A determinare il crollo sono stati, come anche in altre regioni, essenzialmente tre fattori: l’impatto della fillossera che ha decimato le coltivazioni; l’arrivo con la ferrovia di vini a minor costo da altre aree a maggior produzione; l’affermarsi dell’industria che garantiva retribuzioni e occupazione più sicure.

Da alcuni decenni, però, si assiste a un’inversione di tendenza, con un ritorno alla viticoltura a tempo pieno anche da parte delle nuove generazioni. «Oggi la produzione è intorno ai 2 milioni di bottiglie all’anno, ma nel giro di qualche anno saliremo a 2,7 milioni», prevede André Gerbore. Questo anche grazie ai nuovi impianti, per i quali proprio in questi giorni si sta chiudendo il nuovo bando: l’assessorato all’Agricoltura e Risorse naturali, con il Decreto dipartimentale n. 147317 del 31 marzo, ha prorogato il termine per le domande di nuove autorizzazioni al prossimo mercoledì 30 aprile. «Il mercato - afferma l’assessore all’Agricoltura Marco Carrel – guarda con sempre maggiore interesse alla viticoltura valdostana e in questi mesi l’assessorato si è confrontato con il Consorzio vini e gli attori del settore sulle tematiche per lo sviluppo e le prospettive della viticultura».

Certo, il «forte clima di incertezza e disorientamento generato dalle ondivaghe politiche commerciali dell’amministrazione americana stanno creando impasse e qualche problema al nostro settore», evidenzia Alessia Gontier, presidente di Coldiretti Valle d’Aosta. Tuttavia «l’approccio della maggior parte degli importatori Usa resta positivo, e va sottolineato che la nostra tipologia di prodotto si colloca in una fascia di qualità medio-alta e quindi risente meno di altr degli effetti di una guerra commerciale in atto», precisa Gontier. Il vino valdostano ha un range di prezzo dai 10 euro ai 100 euro a bottiglia, con circa l’80% della produzione entro i 30 euro.

Una conferma arriva da Vincent Grosjean, presidente del Consorzio Vini Valle d’Aosta, reduce dal Vinitaly: «Registriamo un interesse sempre più elevato verso i vini eroici o di montagna, soprattutto grazie alla freschezza e all’eleganza che regalano sorso dopo sorso». Anche perché tra i punti di forza della viticoltura della regione «vi sono i vitigni autoctoni, come la Petite Arvine, e l’elevata quota dei vigneti: chi cerca certe caratteristiche le trova solo nei nostri vini», ricorda Elio Gasco, direttore di Coldiretti.

«In un contesto così competitivo e complesso – dichiara l’assessore Carrel - è importante contare su piccole realtà “in quota” come le nostre, che sanno distinguersi per qualità, tradizione e sostenibilità».

Gerbore sottolinea come in appena 50 chilometri i vigneti passino dai 300 metri di quota di inizio valle fino ai 1.300 dell’alta valle». Ma anche l’approccio imprenditoriale sta cambiando: molte aziende sono rappresentate da giovani e questo aspetto è garanzia di ricambio generazionale. «Rispetto al passato cresce anche il numero di realtà strutturate, con una produzione di almeno 25-30mila bottiglie l’anno, in grado di garantire sostentamento e sopravvivenza dell’attività. «Oggi sono circa la metà dei soci del consorzio» dice il vicepresidente.

Il prossimo passo, Trump permettendo, è aumentare la quota di export, che oggi varia dal 5 al 30% del giro d’affari delle cantine. Ma nel mondo l’interesse non manca, a cominciare dai principali mercati di sbocco: California, Canada, Brasile, Nordeuropa, Africa (Kenya).

«Portiamo la nostra montagna all’interno dei calici» dice André Gerbore.

carloandrea.finotto@ilsole24ore.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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