Il vino eroico della Valle d’Aosta è più forte dei dazi di Trump
Cresce l’interesse del mercato per un prodotto di elevata qualità ottenuto da vitigni tipici. Il fattore alta quota: caratteristiche uniche dai vigneti che arrivano fino a 1.300 metri sul livello del mare
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Alzi la mano chi pensa alla Valle d’Aosta quando si chiede di associare il vino a una regione italiana. Certo, non può essere la prima citata, vista la concorrenza quantitativa e qualitativa di giganti come Piemonte o Toscana, ma dal punto di vista della viticoltura la Valle d’Aosta è una terra di eroi, nel vero senso della parola, come poche altre.
«La nostra è una viticoltura estrema, di montagna, svolta quasi sempre in condizioni molto difficili» spiega André Gerbore, vicepresidente del Consorzio Vini regionale, organismo che raggruppa 48 soci tra aziende private e cooperative e rappresenta il 97% della produzione regionale. «Qui ci sono zone il cui servono 1.500 ore di lavoro per ettaro, mentre in Piemonte la media è di 180. Inoltre, in Piemonte quelle 180 ore si svolgono su un trattore, mentre da noi si fa praticamente tutto a meno».
Forse non tutti sanno che la viticoltura in Valle d’Aosta vanta origini antichissime. «I tipi di coltura - ricorda Gerbore – risentono di influenze romane ed etrusche: la coltura ad alberello poi trasformata in filari risale ai romani; quella a pergola agli etruschi». L’attività ha tratto vantaggio dalla posizione geografica, da sempre sulle rotte commerciali tra l’Italia e il resto d’Europa, ma ha vissuto alterne fortune: «Nel 1880 si contavano circa 3.800 ettari di viti, ma oggi siamo a soli 390 ettari», dice il vicepresidente del Consorzio vini, che è anche presidente della Cave des onze communes, 600mila bottiglie di produzione all’anno. A determinare il crollo sono stati, come anche in altre regioni, essenzialmente tre fattori: l’impatto della fillossera che ha decimato le coltivazioni; l’arrivo con la ferrovia di vini a minor costo da altre aree a maggior produzione; l’affermarsi dell’industria che garantiva retribuzioni e occupazione più sicure.
Da alcuni decenni, però, si assiste a un’inversione di tendenza, con un ritorno alla viticoltura a tempo pieno anche da parte delle nuove generazioni. «Oggi la produzione è intorno ai 2 milioni di bottiglie all’anno, ma nel giro di qualche anno saliremo a 2,7 milioni», prevede André Gerbore. Questo anche grazie ai nuovi impianti, per i quali proprio in questi giorni si sta chiudendo il nuovo bando: l’assessorato all’Agricoltura e Risorse naturali, con il Decreto dipartimentale n. 147317 del 31 marzo, ha prorogato il termine per le domande di nuove autorizzazioni al prossimo mercoledì 30 aprile. «Il mercato - afferma l’assessore all’Agricoltura Marco Carrel – guarda con sempre maggiore interesse alla viticoltura valdostana e in questi mesi l’assessorato si è confrontato con il Consorzio vini e gli attori del settore sulle tematiche per lo sviluppo e le prospettive della viticultura».
Certo, il «forte clima di incertezza e disorientamento generato dalle ondivaghe politiche commerciali dell’amministrazione americana stanno creando impasse e qualche problema al nostro settore», evidenzia Alessia Gontier, presidente di Coldiretti Valle d’Aosta. Tuttavia «l’approccio della maggior parte degli importatori Usa resta positivo, e va sottolineato che la nostra tipologia di prodotto si colloca in una fascia di qualità medio-alta e quindi risente meno di altr degli effetti di una guerra commerciale in atto», precisa Gontier. Il vino valdostano ha un range di prezzo dai 10 euro ai 100 euro a bottiglia, con circa l’80% della produzione entro i 30 euro.



