Vantaggi e svantaggi degli assetti societari per sbarcare in Asia
Export, Cross Border, Distributore, Joint Venture, Filiale: ma ci sono ottimi partner locali a cui affidarsi nelle fasi iniziali
di Alfonso Emanuele de Leon *
4' di lettura
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Nel precedente articolo avevamo trattato i quattro fattori, i quattro prismi di analisi da approfondire prima di decidere l’assetto societario corretto nell'internazionalizzazione: la strategicità del mercato; la difficoltà e complessità, anche regolamentare, di ingresso; il controllo sulla brand image e customer experience e la prospettiva finanziaria della propria azienda. Una volta ponderati questi quattro fattori diventa molto più semplice capire i plus ed i minus di ciascuno dei diversi assetti.
Cross Border e-commerce: si tratta di una modalità apparentemente a costo zero per testare i mercati esteri, in particolare quello cinese. Non richiede grandi investimenti e permette di bypassare legalmente le varie barriere regolamentari in Cina. In realtà quello che però poi si scopre è che il cross border è un canale di distribuzione come altri, ma senza investimenti in costruzione della brand equity non genera vendite significative. Può però avere senso come assaggio iniziale del mercato, mantenendo basse le aspettative.
Export: tradizionalmente il canale iniziale di accesso ai mercati da parte delle aziende italiane. Attenzione che però rilasciare la merce ad un partner senza controllo sia dell’immagine che della distribuzione può rischiare di svilire la marca compromettendone a lungo termine il potenziale nel mercato.
Retailer Esclusivo: molto interessante perché in un certo senso riduce la complessità ad un solo canale, mettendosi d’accordo precisamente sulla distribuzione e sulle attività di supporto in store. Nel mio passato, nella cosmetica selettiva, forse il caso più eclatante è stato il retailer Sephora, che seguendo il processo inverso da Oriente a Occidente di fatto è stato il cavallo di troia d’ingresso per i cosmetici coreani. Scegliere un retailer esclusivo è una soluzione molto valida, ma con due avvertenze: in primis bisogna prevedere nel contratto i termini di un’eventuale cessazione dell’esclusività, quando verrà il momento di allargare la distribuzione in seguito al successo nel mercato. Sposarsi con le clausole di divorzio già concordate eviterà mal di testa a tutti in futuro.
La seconda avvertenza è non scordarsi che un retailer rimane sempre un retailer e non si può affidare esclusivamente a lui la costruzione dell’immagine della marca. Bisognerà prevedere probabilmente un piccolo ufficio marketing locale ed un budget per la promozione del marchio, e tenere bene in considerazione questo elemento aggiuntivo di costo nella negoziazione del margine del retailer.








