Utopia enigmatica a San Giovanni in Fiore
Un gregge di case sperduto nella Sila, il dramma di una modernizzazione mai arrivata davvero. E una nostalgia dell’anno Mille che si traduce in mistici (e falsi) Evangeli...
di Giuseppe Lupo
5' di lettura
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Il sentimento di una fioritura utopica là dove sarebbe più facile immaginare il deserto di un silenzio, lo si avverte già dove scorre il nastro d’asfalto dell’autostrada A3, quando si incontra il cartello che indica l’uscita per San Giovanni in Fiore.
Ce ne vuole di tempo prima di avvistare il centro abitato, nel cuore dell’entroterra silano, in Calabria, chilometri e chilometri da percorrere in salita, lungo i tornanti che tolgono il respiro, tra una curva e l’altra, fino a raggiungere la disuniforme orizzontalità dell’altopiano. Anche lassù le curve non finiscono. Accompagnano la silhouette del lago Ampollino, che è una frastagliata distesa d’acqua, nascosta nel verde e intervallata da strutture alberghiere e chioschi per la vendita di bibite e panini. La strada segue una traiettoria che fa lo slalom tra gli alberi, rallenta la corsa ma poi, per un sortilegio indecifrabile, invita le automobili ad andare più veloci. L’abitato di San Giovanni in Fiore appare al termine di questo andirivieni.
Può essere un segno: l’utopia è una spianata rilassante dopo aver esplorato le coordinate verticali, a cui si va incontro con fatica separandosi dalle terre basse del Lametino, dove il paesaggio sembra allargarsi per favorire l’atterraggio degli aerei. Non si può sempre salire: questo indica simbolicamente la strada. E man mano che si riprende fiato filando lungo i bordi del lago Ampollino, le case sbucano all’improvviso da dietro una curva. Paiono a portata di mano, invece la strada induce ancora a uno sforzo. Bisogna toccare il fondo di una gola e solo allora riprendere a salire verso la cima di una collina che sta oltre mille metri, circondata dai boschi della Sila, verdi e ventilati.
San Giovanni in Fiore è indubbiamente una sorpresa: uno immagina un presepe appenninico, ascetico e disadorno, ma si rende conto con ritardo di trovarsi davanti a un gregge di case che con i tetti, i balconi, i terrazzi, le pareti, le finestre coprono, asfissiandolo, ogni centimetro quadrato della costa erbosa. Quello che si ammira è il paese di un’industrializzazione che non è mai avvenuta o è avvenuta altrove, di cui si sono subito gli effetti passivamente, come uno spettatore poco partecipe di una lontananza. Oltre la metà degli edifici sono vuoti o mai terminati. Li riconosci dai muri rimasti senza intonaco, dalle travi di cemento armato nude, dai ballatoi senza ringhiere, dai balconi murati con mattoni tinteggiati di un bianco così fuori contesto da sembrare illuminati al pari di abitazioni dove festeggiano i fantasmi.
Negli anni selvaggi dell’emigrazione, chi partiva per la Svizzera coltivava la speranza di costruirsi una casa per sé e per i figli, risparmiando fino all’osso in attesa di poter tornare dalle donne che aspettavano pazienti. Il mito di Ulisse ha seminato vittime da queste parti, ma il tempo ha fatto la sua corsa. Gli uomini non sono mai rientrati ed è toccato alle donne rompere gli indugi, mettersi in viaggio per provare l’ebbrezza di salire sul treno verso la Svizzera. Dopodiché sono passati gli anni, i figli sono cresciuti, si sono ambientati nel clima industriale dei cantoni dove si parla la lingua tedesca e non hanno più voluto abbracciare il sogno dei padri che sarebbe stato quello di godersi la vecchiaia nella frescura di pini e faggi. Venderle, queste abitazioni, è diventata impresa ardua, a meno che non ci si accordi su un prezzo tanto ribassato da risultare improponibile. Meglio tenersele così come sono, incompiute, sgretolate, deserte, in attesa di un qualcosa che inverta la rotta.
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