Immigrazione

Usa, sulla cittadinanza per nascita il primo test giudiziario

Sospeso da un giudice l’ordine esecutivo del presidente Trump che abolisce lo ius soli

di Silvia Pasqualotto

Associated Press/LaPresse

3' di lettura

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Un cambiamento radicale, all’insegna della cancellazione dei diritti e delle protezioni finora garantite. È il volto della politica migratoria inaugurata dal secondo mandato del presidente americano Donald Trump. Presentata come uno dei pilastri della sua campagna elettorale, la guerra all’immigrazione è stata avviata dal neopresidente fin dai primi giorni del mandato, con effetti immediati sulla vita di milioni di persone.

Nel discorso di insediamento, Trump ha annunciato una serie di ordini esecutivi - strumenti legislativi che consentono modifiche alle normative senza passare dal Congresso - che rappresentano un’offensiva contro l’immigrazione. Il presidente ha dichiarato un’emergenza al confine con il Messico così da poter mobilitare l’esercito per «respingere l’invasione». Ha inoltre annunciato controlli più severi anche per coloro che intendono entrare legalmente negli Stati Uniti e la ripresa della costruzione del muro alla frontiera con il Messico.

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Il tentativo di cancellazione dello ius soli

La misura più controversa è stata l’abolizione dello ius soli, un diritto garantito da oltre 150 anni dal quattordicesimo emendamento della Costituzione americana, adottato per tutelare i figli degli ex schiavi. Il principio della birthright citizenship garantisce automaticamente la cittadinanza statunitense a chiunque nasca sul suolo americano.

Con il nuovo ordine esecutivo, in vigore dal 20 febbraio, questo diritto viene revocato. Secondo il procuratore generale di Washington Nick Brown, la misura riguarderebbe circa 150.000 bambini ogni anno, che si vedrebbero negata la cittadinanza, diventando «clandestini alla nascita e persino apolidi».

Il ricorso di 22 Stati

La reazione non si è fatta attendere: ventidue Stati a guida democratica e diverse associazioni per i diritti civili, tra le quali l’American civil liberties union (Aclu), hanno presentato ricorsi immediati e il 23 gennaio un giudice di Seattle ha sospeso temporaneamente il provvedimento.

Diversi esperti di diritto costituzionale hanno espresso scetticismo sulla possibilità che la Corte Suprema approvi la misura. Akhil Reed Amar, professore alla Yale Law School, ha definito l’ordine esecutivo «così stravagante che è quasi certo che verrà bocciato». Gerard Magliocca, professore alla Robert H. McKinney School of Law, ha citato precedenti in cui la Corte ha stabilito che l’esecutivo non può agire unilateralmente su questioni di ampia portata: «Se per il Covid-19 o i prestiti agli studenti era necessaria una legge del Congresso, lo è ancora di più per una modifica sulla cittadinanza», ha dichiarato al New York Times.

La caccia all’immigrato irregolare

Con il fronte dello ius soli ancora bloccato, l’Amministrazione Trump ha intensificato le azioni su altri fronti, come le deportazioni di massa, la caccia ai migranti e l’allestimento di un grande centro di detenzione a Guantanamo. L’Immigration and customs enforcement (Ice), l’agenzia federale per l’immigrazione, ha dichiarato di aver arrestato 7.400 persone in soli nove giorni, diffondendo video e immagini degli arresti che stanno generando panico tra le comunità migranti. Secondo l’Aclu, anche questa misura viola la Costituzione e il diritto al giusto processo sancito dal quinto emendamento e dall’Immigration and nationality act.

Anand Balakrishnan, avvocato dell’organizzazione, ha spiegato che «centinaia di persone rischiano di essere separate dalle loro famiglie ed espulse dal paese senza la possibilità di un ricorso legale. Questo è un attacco alla nostra Costituzione e ai valori americani fondamentali». Tra le ultime misure intraprese dall’amministrazione Trump c’è anche lo stop alla protezione speciale per i migranti che provengono da paesi potenzialmente pericolosi.

Dopo aver bloccato il sistema che permetteva l’ingresso nel Paese di rifugiati, ora Trump ha deciso di colpire i migranti venezuelani: 300mila persone a cui non verrà più riconosciuta assistenza. Un atto «palesemente illegale» secondo Ahilan Arulanantham, che dirigere il Center for Immigration Law and Policy presso la UCLA School of Law e che, proprio come i precedenti, porterà a lunghe azioni legali.


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