I dati

Usa, Cina ed Europa: chi domina nelle tecnologie critiche del XXI secolo?

Secondo i dati di Harvard, il futuro si decide tra leadership Usa, crescita cinese e capacità europee di integrarsi e innovare nel settore tecnologico

di Eric Rosenbach* e Carlo Giannone*

(AdobeStock)

9' di lettura

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Dalla caduta del Muro di Berlino fino agli anni Duemila, gli USA hanno goduto di un’egemonia pressoché incontrastata non solo in campo militare e culturale, ma anche – e soprattutto – nel dominio tecnologico globale. Quel primato, oggi, non è più scontato. L’ascesa di potenze rivali come la Cina, la rinnovata assertività del Sud globale, e le crescenti tensioni interne al campo occidentale mettono in discussione l’architettura unipolare che ha definito gli ultimi trent’anni. Se il soft power culturale e la proiezione militare restano fondamentali, la nuova arena del confronto tra superpotenze è quella della leadership nelle tecnologie critiche ed emergenti.

Chi comanda davvero nella corsa alle tecnologie che plasmeranno il XXI secolo? A questa domanda abbiamo provato a rispondere all’Università di Harvard con la creazione del Critical and Emerging Technologies Index. L’indice propone un’analisi comparativa di 25 Paesi in cinque settori strategici – intelligenza artificiale, biotecnologie, semiconduttori, spazio e tecnologie quantistiche – incrociando oltre 3.000 dati per valutare competenze scientifiche, investimenti, infrastrutture, talenti e capacità industriali.

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USA vs Cina vs Europa

Gli USA guidano in tutti e cinque i settori, grazie a un ecosistema decentralizzato che include università, centri di ricerca, imprese private e investimenti pubblici e privati. Il vantaggio è alimentato da una rete capillare di università, fondi di venture capital e partner industriali come OpenAI, Nvidia, SpaceX, Moderna. Questa leadership globale si serve anche dell’importante rete di collaborazione con altre potenze come Europa, Giappone e Corea del Sud. Si tratta di partner essenziali in industrie come quella dei semiconduttori e strategici nelle misure adottate negli ultimi anni per limitare l’avanzata cinese. Tuttavia, tagli alla ricerca universitaria, polarizzazione politica e conflitti tra pubblico e privato potrebbero minare questa leadership. Per conservare il vantaggio, gli USA dovranno rafforzare la collaborazione tra governo, università e industria e garantire continuità negli investimenti strategici.

Sebbene ancora dietro gli USA, la Cina sta rapidamente colmando il gap. Grazie a un modello guidato da piani quinquennali, investimenti pubblici massicci e hub industriali dedicati, Pechino ha guadagni significativi in biotecnologie e tecnologie quantistiche, e sta progredendo anche in IA e semiconduttori. Ma permangono vulnerabilità critiche: il blocco occidentale sull’export di tecnologie chiave per la produzione di chip avanzati – come i macchinari ASML o i software di design americani – ha reso evidente quanto la Cina sia ancora dipendente da componenti estere. Per rispondere, Pechino ha accelerato il reshoring, investendo in capitale umano e sviluppando alternative domestiche, come dimostra l’ultimo annuncio sulla rete quantistica Pechino-Shanghai e il programma nazionale “Made in China 2025”.

E l’Europa? Come blocco unito (Italia, Germania, Francia, Spagna, Olanda, Regno Unito) e non come entità nazionali, è competitiva nelle tecnologie critiche ed emergenti rispetto al duopolio USA-Cina seppur ancora molto indietro. L’Europa è terza nel contesto dell’intelligenza artificiale, delle biotecnologie e delle tecnologie quantistiche. Eppure, Cina e Russia (quest’ultima sempre meno a causa dell’emorragia di talento verso l’estero post-invasione dell’Ucraina) superano l’Europa nel settore spaziale, mentre Cina, Giappone, Taiwan e Corea del Sud la eclissano nei semiconduttori. A pesare sono la frammentazione del mercato del capitale di rischio, la lentezza nel passaggio dalla ricerca all’industria, e l’assenza di una governance tecnologica unitaria.

Progetti come l’AI Act o il Chips Act europeo rappresentano segnali di risveglio, ma l’implementazione della tanto evocata Unione dei Mercati dei Capitali – finora in stallo – sarà cruciale per sbloccare investimenti su scala continentale. La sfida per l’Europa non è solo tecnica, ma anche politica: riuscire a passare dal ruolo di regolatore globale a quello di attore strategico, con una visione comune su innovazione, industria e difesa tecnologica.

Terminata la panoramica sui protagonisti globali, entriamo nel merito delle cinque tecnologie che definiranno i nuovi rapporti di forza nel XXI secolo, con un focus particolare su queste tre superpotenze.

L’intelligenza artificiale: la nuova atomica

Dall’automazione industriale all’analisi strategica, dall’uso militare all’assistenza sanitaria, l’IA sta trasformando ogni settore della società agendo come un asset di potere geopolitico, al pari della deterrenza nucleare.

CONFRONTO TRA 25 PAESI NEL CAMPO DELL’AI

Gli Stati Uniti guidano la corsa globale all’AI, seguiti da Cina ed Europa. L’Italia sconta un forte gap con gli altri leader europei

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Gli USA mantengono un vantaggio significativo, grazie a un ecosistema che integra università, venture capital e colossi tech. OpenAI e Google DeepMind guidano la corsa con modelli come GPT-4 e Gemini, sempre più precisi, versatili e diffusi anche in ambito militare.

Tuttavia, la Cina incalza. Grazie a un mix di dati massivi, talenti locali e investimenti pubblici mirati, Pechino ha fatto passi da gigante. Il rilascio nel 2025 di DeepSeek R1 ha mostrato una potenza di calcolo e una precisione fino a poco fa impensabili per un sistema “non occidentale”. La Cina eccelle nel cosiddetto “capitale umano grezzo” – ovvero nel numero assoluto di scienziati e ingegneri che producono ricerca di alto livello – e ha superato l’Europa nel numero di pubblicazioni scientifiche legate all’IA. Il governo ha poi integrato l’IA nella pianificazione industriale, nella sorveglianza urbana e nei servizi pubblici, trasformandola in una tecnologia sistemica.

L’Europa, invece, arranca. Nonostante l’alto livello di istruzione e la qualità della ricerca accademica – con eccellenze come il centro INRIA in Francia e le startup open-source come Mistral AI – il continente sconta una cronica carenza di capitale di rischio, un contesto normativo rigido (pensiamo all’impatto del GDPR sull’addestramento dei modelli) e una frammentazione dell’innovazione. Il tanto discusso AI Act, appena approvato, fa dell’UE un pioniere nella regolazione, ma non ancora nella leadership industriale. Il rischio, come ammonisce il rapporto, è di “esportare valori e importare tecnologia”.

Uno dei nodi centrali riguarda la potenza di calcolo. Le tecnologie di IA generativa richiedono enormi quantità di chip specializzati (GPU) e accesso a infrastrutture cloud avanzate. Su questo fronte, la dipendenza mondiale da Nvidia e da TSMC (Taiwan Semiconductor Manufacturing Company) rimane quasi assoluta. Nessun Paese, nemmeno la Cina, è ancora riuscito a creare un’alternativa credibile.

Un aspetto spesso sottovalutato riguarda il valore dei dati. La Cina, con il suo approccio poco restrittivo sulla privacy e il bacino demografico gigantesco, genera quantità enormi di dati grezzi. Gli USA compensano con dataset industriali e militari di altissima qualità. L’Europa, pur avendo accesso a enormi archivi sanitari e ambientali, non riesce a utilizzarli pienamente per ragioni normative e di governance.

Chi vincerà nella corsa alla leadership dell’IA non sarà chi ha più brevetti, ma chi riuscirà a integrare l’intelligenza artificiale nella struttura stessa del proprio Stato e della propria economia.

Biotecnologie: il potere nascosto che può riscrivere il futuro

Le innovazioni che oggi permettono di modificare il DNA, creare vaccini in tempi record o persino riportare in vita specie estinte stanno ridefinendo i confini tra scienza e geopolitica. In gioco non ci sono solo cure e raccolti migliori, ma la capacità di proteggere le popolazioni, sostenere economie e influenzare gli equilibri globali.

Negli ultimi anni, la pandemia ha reso evidente quanto sia cruciale disporre di un ecosistema biotecnologico avanzato: i Paesi che hanno saputo sequenziare rapidamente il virus, sviluppare test diagnostici efficaci e produrre vaccini (come gli mRNA di Moderna e BioNTech) hanno guadagnato tempo, vite e vantaggio competitivo.

Sussiste un sostanziale equilibrio tra USA e Cina nel settore biotech. Gli americani dominano in ricerca sui vaccini, ingegneria genetica e sicurezza, grazie al dinamismo delle loro imprese private e a partnership pubblico-private consolidate come Moderna.

Dall’altra parte, la Cina investe massicciamente nella produzione farmaceutica e conta su un vasto capitale umano scientifico. Il modello cinese è fortemente guidato dallo Stato, capace di attivare su larga scala progetti di clonazione animale, editing genetico e diagnostica.

L’Europa si trova ancora una volta a metà strada. Dispone di eccellenze come BioNTech (Germania) e Novartis (Svizzera), ma manca di una strategia unitaria. La frammentazione normativa e il ritardo nell’industrializzazione delle scoperte la penalizzano.

Un dato politico trasversale è il rischio duale della biotecnologia. Quello che può curare, può anche essere usato per creare patogeni letali. Questo vale per i laboratori civili come per quelli militari. È per questo che la governance – nazionale e internazionale – delle biotecnologie diventa oggi un tema di sicurezza strategica, oltre che industriale.

La lezione è chiara: in un mondo dove la biologia si programma come il software, chi controlla il codice genetico, controlla una fetta importante del futuro.

Semiconduttori: da dove tutto inizia

Nel cuore della competizione tecnologica tra le potenze mondiali, i semiconduttori rappresentano il nervo scoperto dell’economia e della sicurezza nazionale. Non solo alimentano ogni device digitale, dall’iPhone alle auto elettriche, ma sono diventati la chiave per l’intelligenza artificiale, il calcolo quantistico e i sistemi militari di nuova generazione.

Gli USA eccellono nella progettazione di chip e nella produzione di macchinari, ma sono deboli nella manifattura. La Cina primeggia nella produzione su larga scala, ma resta indietro nei chip più avanzati. Taiwan, con la TSMC, è oggi leader globale nella fabbricazione dei semiconduttori cutting-edge, producendo fino al 90% dei chip più sofisticati. Corea del Sud e Giappone completano il quadro, dominando in vari segmenti chiave, ma anch’essi profondamente esposti al mercato cinese.

Questa frammentazione è al tempo stesso punto di forza e vulnerabilità. Nessun Paese ha controllo pieno su tutta la filiera, e ogni attore strategico – da Washington a Pechino, da Berlino a Seoul – è impegnato in una corsa per riportare a casa pezzi critici della catena produttiva.

Nel 2022, gli USA hanno imposto severi controlli all’export di chip e macchinari verso la Cina, nel tentativo di rallentarne l’avanzata tecnologica. Pechino ha risposto con miliardi di investimenti pubblici, cercando di sviluppare un’industria domestica indipendente.

Il nodo Taiwan resta il più sensibile. Le crescenti tensioni nello Stretto – con Pechino che non esclude un’azione militare – preoccupano profondamente gli USA e i loro alleati, che dipendono dalla TSMC per alimentare la loro innovazione digitale. L’industria globale dei semiconduttori si muove così in equilibrio instabile tra interdipendenza economica e crescente frammentazione geopolitica.

Anche l’Europa prova a giocare la sua partita, in ritardo ma con ambizione: il Chips Act mobiliterà oltre 20 miliardi per rafforzare la produzione interna. Berlino ha già attratto investimenti esteri e sostiene la nascita di impianti avanzati, anche se le incertezze politiche e i ritardi progettuali frenano il decollo.

Dal settore dei semiconduttori passa il futuro stesso dell’ordine economico globale.

Spazio: nuova arena di battaglia

La competizione che una volta vide contrapposti USA e URSS si è evoluta in una sfida a più voci, con nuovi attori statali e privati pronti a contendersi l’ultima frontiera. Lo spazio è oggi un’infrastruttura critica globale, indispensabile per la comunicazione, la navigazione, il telerilevamento e la difesa.

CONFRONTO TRA 25 PAESI IN CAMPO SPAZIALE

Gli Stati Uniti guidano la corsa globale nello spazio, seguiti da Cina e Russia. L’Italia è nella prima metà della classifica

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Gli USA guidano la classifica grazie a una combinazione vincente di partnership pubblico-privato, innovazione industriale e forza militare. SpaceX, con i suoi razzi riutilizzabili, ha rivoluzionato il lancio spaziale; Starlink ha reso possibile una costellazione globale di banda larga. E l’apparato di sicurezza nazionale americano integra sempre più tecnologie spaziali per comando, controllo e sorveglianza.

Ma questa leadership è fragile: Washington dipende in modo asimmetrico da risorse orbitali vulnerabili. Cina e Russia stanno rapidamente rafforzando le proprie capacità anti-satellite, aumentando il rischio di una corsa agli armamenti in orbita.

Tra le potenze emergenti, spicca l’India, capace di sorprendere con missioni low-cost ma ad alto contenuto tecnico come Chandrayaan-3.

L’Europa si piazza quarta, grazie all’Agenzia Spaziale Europea (ESA), che unisce gli sforzi di 23 Paesi membri. La forza dell’Europa risiede nella scienza e nelle telecomunicazioni, ma restano evidenti i limiti in termini di sicurezza e capacità di lancio indipendente. L’affidamento a tecnologie esterne, come i lanciatori di altri Paesi, è un tallone d’Achille che solo una maggiore cooperazione intra-europea potrà colmare.

I Paesi che riusciranno a unire ricerca, industria e difesa in un’unica strategia integrata saranno quelli che potranno influenzare le regole e il futuro dell’orbita terrestre e oltre.

Quantum: il futuro passa dalle regole

La quantistica non è una singola tecnologia, ma una costellazione di possibilità: dal calcolo computazionale ultra-veloce, alla comunicazione inviolabile, ai sensori in grado di rilevare con precisione estrema anche ciò che oggi sfugge a radar e satelliti.

La posta in gioco è alta: chi dominerà l’ecosistema quantistico potrà superare i limiti attuali della simulazione, della sicurezza, della farmacologia, della metrologia e dell’intelligenza artificiale. Non sorprende, quindi, che USA, Cina ed Europa abbiano avviato programmi paralleli per assicurarsi un vantaggio duraturo in questo campo.

Gli USA guidano la classifica, grazie a un equilibrio virtuoso tra ricerca accademica (MIT, Stanford), investimenti pubblici (National Quantum Initiative Act) e innovazione privata (IBM, Google, Quantinuum).

La Cina, invece, punta su un modello centralizzato, con forti finanziamenti pubblici, centri nazionali come l’Hefei Quantum Lab, e risultati significativi nella comunicazione quantistica satellitare.

L’Europa, terzo grande polo, si muove in modo più frammentato ma complementare. Il programma Quantum Flagship dell’UE ha dato vita a un ecosistema di ricerca multilaterale fortemente cooperativo.

Il cuore della sfida resta la fragilità dell’ecosistema: gli investimenti nel settore quantistico, seppur in crescita, sono ancora esigui rispetto ad altri ambiti tecnologici.

Come per lo spazio, la quantistica sarà una tecnologia abilitante, destinata a cambiare radicalmente i rapporti di forza tra Paesi, le capacità di difesa e le traiettorie della scienza. Ma, a differenza di altre tecnologie emergenti, il suo potenziale è ancora largamente teorico. E proprio per questo, chi investirà oggi – su competenze, strutture e reti di collaborazione – potrà scrivere le regole del gioco di domani.

Due sfidanti, un osservatore

In un mondo in cui la potenza si misura sempre più in teraflop e brevetti, la leadership tecnologica sarà la nuova moneta d’influenza globale. Ad oggi, la sfida sembra una partita a due tra USA e Cina, con l’Europa che lavora come osservatore interessato.

(*) Eric Rosenbach è Professore e Direttore dell’Harvard Belfer Center’s Defense, Emerging Technology, and Strategy Program

(*) Carlo Giannone è Ricercatore dell’Harvard Belfer Center ed ex Consulente BCG

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