L’analisi

Così l’Italia può rilanciarsi in Ai, biotech, spazio e settori strategici

Una cabina di regia stabile e lungimirante è essenziale per competere nelle tecnologie critiche globali

di Carlo Giannone*

(AdobeStock)

6' di lettura

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Mentre Stati Uniti e Cina si contendono la leadership tecnologica, l’Europa insegue con il ruolo di Germania e Francia che rimane ben più dominante rispetto a quello dell’Italia - frutto di scelte lungimiranti, stabilità politica ed economica e visione di lungo termine.

Lo dice senza ambiguità il recente Critical and Emerging Technologies Index dell’Università di Harvard: l’Italia figura nella metà bassa dei 25 Paesi analizzati.

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Una fotografia impietosa, che rivela ritardi strutturali, sottofinanziamento cronico, carenza di visione strategica e una macchina amministrativa incapace di collegare ricerca e impresa a livelli competitivi. Eppure, il potenziale non manca in ciascuna di queste aree.

CONFRONTO TRA 25 PAESI IN 5 CATEGORIE DI TECNOLOGIE CRITICHE

Gli Stati Uniti e la Cina dominano in tutte le tecnologie critiche (AI, biotech, semiconduttori, spazio e quantistica), mentre l’Europa arranca, con l’Italia nella parte medio-bassa della classifica

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L’intelligenza artificiale: Finanziamenti e talento

L’Italia può contare su un ecosistema di IA in espansione, alimentato dalle iniziative europee e da una solida tradizione di ricerca. Il nostro Paese è tra i pochi in Europa a disporre di un’infrastruttura di supercalcolo di primissimo livello e partecipa attivamente ai principali consessi globali sull’IA. La qualità scientifica c’è, così come un quadro normativo avanzato grazie all’AI Act europeo, di cui siamo tra i promotori più convinti.

Eppure, tutto questo non basta senza un vero ponte tra ricerca e industria. Mentre la Francia e la Germania attraggono miliardi in investimenti di venture capital, le startup italiane faticano a scalare. Il nostro ecosistema è ancora privo di attori capaci di sviluppare modelli fondativi, come i LLM (Large Language Models), e non esistono consorzi pubblico-privati di respiro nazionale per il training di modelli competitivi su scala internazionale.

Tre mosse possono servire per invertire la rotta: la prima è creare un Fondo Nazionale per l’IA sul modello francese “Tibi” o dello “Zukunftsfonds” tedesco. Dovrebbe essere pubblico-privato, orientato a progetti scalabili e dotato di incentivi fiscali e meccanismi di de-risking per attrarre capitali istituzionali.

Il secondo pilastro e’ il talento. Serve una strategia nazionale per attrarre e riportare in Italia i migliori ricercatori italiani all’estero, offrendo pacchetti competitivi in università, startup e centri di ricerca. Gli acceleratori specializzati in IA – da Milano a Torino – vanno potenziati, così come la formazione in scuole e atenei.

Infine, la questione infrastrutturale: occorrono più investimenti in cloud pubblici, repository di dati interoperabili con gli spazi europei, e voucher per l’adozione di soluzioni IA nelle PMI e nella pubblica amministrazione.

Le biotecnologie: tanta ricerca ma pochi brevetti

L’Italia ha cervelli eccellenti, laboratori di punta e un’elevata produzione scientifica, ma non riesce a trasformare questi asset in potere economico e industriale. Il Covid-19 aveva acceso i riflettori sul potenziale italiano: biologi, medici e genetisti protagonisti nella risposta scientifica e clinica all’emergenza. Ma l’onda si è presto sgonfiata. A fronte di una performance eccellente in termini di pubblicazioni il numero di brevetti resta modesto. Il settore soffre di un livello d’innovazione basso, e gli investimenti privati sono ancora la metà di quelli francesi e quattro volte inferiori a quelli tedeschi.

La normativa, poi, è tra le più restrittive in Europa: l’Italia ha posto limiti severissimi alla terapia genica sull’uomo, all’editing genetico in agricoltura e alla coltivazione di OGM. Il risultato? I laboratori migliori cercano vie alternative, e le startup migrano verso Paesi più aperti, come gli Stati Uniti o il Regno Unito.

Cosa fare? Primo: raddoppiare o triplicare gli investimenti pubblici, concentrandosi su settori ad alto potenziale. Bisogna finanziare i primi stadi della filiera – spin-off universitari, startup biotech – attraverso meccanismi di matching grants e fondi di co-investimento pubblico-privato, ispirati al Patent Box britannico.

Secondo: commercializzare la ricerca, oggi ancora troppo ancorata alla fase accademica. Serve una riforma nelle università, premiando chi riesce a trasformare le scoperte in brevetti, licenze o imprese. Il sistema delle gare pubbliche dovrebbe introdurre meccanismi basati sui risultati, spingendo il settore pubblico a diventare motore dell’innovazione.

Terzo: intervenire sul quadro normativo con la creazione di “Zone di Innovazione” attorno ai distretti più promettenti dove testare e commercializzare nuove applicazioni in un regime semplificato. Ma il passo decisivo sarebbe aprire un tavolo politico bipartisan per superare i divieti più obsoleti su OGM e genome editing, bilanciando le preoccupazioni etiche con i vantaggi economici e sanitari dell’innovazione.

Semiconduttori: una partita da giocare

Seconda in Europa per numero di imprese microelettroniche, l’Italia vanta un tessuto industriale robusto sul lato “front-end”, alimentato da PMI, joint venture (come STMicroelectronics) e centri di ricerca. Tuttavia, mancano grandi attori nazionali nei nodi strategici della catena globale del valore: chip sotto i 10 nanometri, aziende fabless, software EDA, packaging avanzato.

Il governo ha avviato contromisure: 4 miliardi stanziati con il PNRR, l’adesione all’European Chips Act e la nascita della Fondazione Chips.IT all’Università di Pavia. L’Italia partecipa inoltre ai principali consessi internazionali – dal World Semiconductor Council al Trade and Technology Council – ma produce ancora pochi brevetti (3 volte meno della Francia, 5 rispetto alla Germania) e non riesce a trattenere l’innovazione sul territorio.

Il rilancio passa da tre fronti. Primo: creare un “Catalyst Fund” nazionale per supportare la scalabilità delle PMI ad alto potenziale nei segmenti chiave (dall’automotive all’aerospazio), coinvolgendo grandi imprese italiane come Leonardo o Enel in logiche di co-investimento o procurement garantito.

Secondo: rafforzare i poli universitari d’eccellenza (Pavia, Politecnico di Milano, Torino) con programmi mirati di formazione in microelettronica e incubatori specializzati, legati alla piattaforma di design europea prevista dal Chips Act.

Terzo: attrarre investitori esteri nei segmenti oggi assenti, come l’EDA o il testing, offrendo accesso preferenziale a fondi, infrastrutture, e buyer industriali italiani.

Spazio: serve uno sforzo collettivo

L’Italia ha lasciato un’impronta storica nello spazio: è stata la quinta nazione al mondo a lanciare un satellite (San Marco I) e ha contribuito alla Stazione Spaziale Internazionale. Sul fronte industriale, la joint venture tra Leonardo e Thales ha dato vita al maggiore produttore di satelliti in Europa continentale. A livello scientifico, il Paese partecipa attivamente a missioni spaziali, investe nel sistema Galileo e aderisce ad alleanze internazionali come gli Accordi di Artemide.

Tuttavia, il presente mostra ombre: l’88% dei fondi arriva dallo Stato, con un contributo privato ancora modesto rispetto a Francia, Germania o Regno Unito, dove il settore privato copre oltre il 50% della spesa spaziale. L’Italia soffre inoltre l’assenza di un proprio sito di lancio orbitale e una capacità militare limitata su tecnologie avanzate come armi ad energia diretta o sistemi di jamming.

Il rilancio passa da tre leve. Primo, sostenere le startup della difesa spaziale con incentivi finanziari, semplificazioni burocratiche e contratti pubblici stabili. Fondamentale ridurre i costi assicurativi esorbitanti che frenano la crescita delle nuove imprese.

Secondo, rafforzare la ricerca su tecnologie dual-use, in sinergia con la strategia europea e i programmi NATO come DIANA.

Terzo, giocare un ruolo guida nello sviluppo di IRIS², l’alternativa europea a Starlink: servono incentivi e trasferimenti tecnologici per permettere a Leonardo e alle PMI italiane di entrare nella catena del valore della connettività satellitare europea. Solo così l’Italia potrà riconquistare un posto tra i protagonisti della nuova corsa allo spazio.

Quantum: serve uno sforzo collettivo

L’Italia ha tutte le carte per essere tra i protagonisti europei nel mondo quantistico. Centri come l’Istituto Nazionale di Ricerca Metrologica (INRIM), il CNR e numerose università guidano progetti di punta. L’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale ha già iniziato a integrare questi sistemi nei protocolli di sicurezza.

Ma le buone notizie finiscono qui. Il gap negli investimenti è drammatico: i fondi pubblici sono pari al 12% di quelli francesi, meno dell’8% rispetto alla Germania, e appena il 6% di quanto stanziato dal Regno Unito. L’ecosistema privato è quasi inesistente, con un venture capital ancora assente e nessuna impresa matura in grado di competere nella produzione di hardware quantistico. Manca un’infrastruttura nazionale per il cloud quantistico, e anche l’accesso alle macchine esistenti comporta lunghe attese.

Tre sono le priorità. Primo, servono più risorse pubbliche per creare un hub nazionale dell’innovazione quantistica, con accesso al cloud, sviluppo hardware e trasferimento tecnologico.

Secondo, bisogna coinvolgere il settore privato in consorzi misti per ridurre il rischio di investimento e promuovere spin-off industriali, seguendo l’esempio tedesco del “Quantum Flagship”.

Terzo, è indispensabile costruire filiere di competenze: master, dottorati, stage industriali. Senza una strategia unitaria, l’Italia continuerà a formare talenti che poi alimentano la ricerca di altri Paesi.

Il cambiamento passa dalla governance

La frammentazione dell’attuale ecosistema italiano dell’innovazione rischia di vanificare talenti, risorse e ambizioni. Le iniziative esistono – dal PNRR a CDP Venture, dai fondi ministeriali al Fondo Innovazione – ma operano spesso in assenza di una visione unitaria. Se l’Italia vuole davvero giocare un ruolo da protagonista nella corsa globale alle tecnologie critiche, serve una cabina di regia solida, permanente e orientata al lungo termine.

L’esempio da seguire è quello tedesco della SPRIND: un’agenzia nazionale per l’innovazione di frontiera, autonoma nei metodi e ambiziosa negli obiettivi, in grado di finanziare progetti ad alto rischio e alto impatto, con procedure snelle e una forte integrazione tra ricerca, impresa e difesa. Un modello che potrebbe essere replicato con la creazione di una Italian Emerging Technology Agency (IETA), capace di coordinare lo sviluppo di AI, biotech, semiconduttori, spazio e quantum con strumenti adeguati e risorse stabili.

Nell’attesa, il governo potrebbe iniziare rafforzando la divisione Deep-Tech di CDP, dotandola di una missione strategica e autonomia operativa, per poi evolverla in un soggetto indipendente. Perché la sfida non è solo tecnologica: è istituzionale. E vincerla significa decidere oggi dove vogliamo che stia l’Italia nei prossimi vent’anni.

(*) Ricercatore dell’Harvard Belfer Center ed ex Consulente BCG

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