Sanità

Topi selvatici portatori cronici asintomatici dell’hantavirus

Dai roditori possono arrivare anche leptospirosi, salmonellosi e altre tossinfezioni alimentari oltre alla “febbre da morso di ratto” ed è per questo che a fronte della loro sempre maggiore diffusione nelle città è fondamentale la tutela offerta dalla sanità pubblica e dai Nas

di Fabrizio Pulvirenti *

 LaPresse

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I casi di probabile infezione da hantavirus registrati a bordo di una nave da crociera nell’Atlantico hanno comprensibilmente innescato allarme.

È bastato il nome del virus a generare una propagazione incontrollata della preoccupazione, prima ancora che si comprendesse a fondo la natura dell’agente in questione.

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Roditori da “attenzionare”

I roditori sono sempre stati - nella realtà epidemiologica e, se possibile, ancor di più nell’immaginario collettivo - portatori di malattie anche devastanti; eppure, a casa nostra, tendiamo come popolazione a dimenticarcene.

Vale la pena condividere qualche riflessione, anche alla luce dell’imminente arrivo dell’innalzamento delle temperature che, uno studio dello scorso anno della Richmond University, correla all’aumento del numero di roditori nelle nostre città dove la presenza di più abitanti nei centri urbani significa più rifiuti lasciati in giro.

E vale la pena evidenziare che non sono portatori esclusivi di hantavirus.
La loro pericolosità, nei termini della possibilità di trasmettere infezioni, è ben più ampia. Il ratto (Rattus rattus e Rattus norvegicus) è serbatoio o vettore di numerosi agenti patogeni:
1) la leptospirosi, trasmessa attraverso le loro urine contaminate che raggiungono acque o il suolo;
2) la salmonellosi e altre tossinfezioni alimentari, favorite dalla contaminazione di derrate con i loro escrementi;
3) la febbre da morso di ratto, causata da Streptobacillus moniliformis.

E poi c’è la storia: se la peste bubbonica del Trecento devastò l’Europa, fu perché il ratto fungeva da ospite per Xenopsylla cheopis, la pulce vettore di Yersinia pestis. Il roditore non uccideva direttamente, ma trasportava chi uccideva.

Le tutele sanitarie

Tutto questo rende il controllo della popolazione roditrice una questione di salute pubblica concreta.

Il lavoro di vigilanza svolto dalle Aziende Sanitarie locali e dai Nuclei antisofisticazione e sanità dell’Arma dei Carabinieri nei mercati, nei depositi alimentari, nella ristorazione collettiva, è una delle linee di difesa meno visibili ma più efficaci di cui disponiamo ed andrebbe potenziata, specie nell’ottica di un compiuto approccio OneHealth.

Il nostro Servizio sanitario nazionale (Ssn), sebbene abbia bisogno di un aggiornamento strutturale legato ai mutamenti tecnologici, sociodemografici, scientifici e organizzativi sopraggiunti in quasi mezzo secolo, ha costruito un sistema di controlli preventivi che ci aiutano a tenere lontani da noi pericoli molto seri per la nostra vita e la salute pubblica.

Non è un’influenza

L’Hantavirus non si comporta come un’influenza. Non circola nell’aria di una sala da pranzo affollata, non passa da una stretta di mano, non si diffonde tra passeggeri come un coronavirus. Appartiene alla famiglia Hantaviridae, genere Orthohantavirus, e si tratta di una zoonosi, ovvero di una infezione animale che occasionalmente interessa l’uomo, il cui serbatoio naturale è costituito da roditori selvatici, portatori cronici asintomatici.

Il contagio nell’uomo avviene per inalazione di aerosol contaminati da escrezioni infette (urina, feci essiccate, saliva) o, più raramente, per contatto diretto con materiale biologico dell’animale.

La trasmissione interumana è documentata in modo solido soltanto per il ceppo Andes, circolante in America meridionale, attraverso un meccanismo ancora non del tutto chiarito.

Per tutti gli altri ceppi, inclusi quelli europei come Puumala e Dobrava, non costituisce una via di contagio rilevante.

No agli allarmismi

Sul caso delle persone contagiate presenti a bordo della nave da crociera, il periodo di incubazione oscilla tra una e otto settimane, il che rende plausibile l’ipotesi di un’esposizione avvenuta prima dell’imbarco.

Il numero limitato di casi a bordo, in un ambiente chiuso e densamente popolato, rafforza questa lettura, giacché una trasmissione interumana attiva avrebbe prodotto numeri ben diversi.

Nel caso degli hantavirus, comunque, il rischio per chi non ha avuto contatti con roditori infetti resta estremamente basso. Ciò che questo caso richiede – come in ogni zoonosi e ancor di più quando coinvolge direttamente gli esseri umani - è un’indagine epidemiologica rigorosa con l’identificazione del ceppo, la ricostruzione dell’esposizione, la definizione della finestra temporale, ma certamente non allarmismo.

* Direttore della UOC di Malattie infettive dell’ospedale Vittorio Emanuele di Gela (Caltanissetta)

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