Corte di giustizia dell’Ue

Ungheria, la legge anti-Lgbtq+ viola il diritto dell’Unione europea

Per Bruxelles è una sentenza storica. I giudici di Lussemburgo contestano, per la prima volta, la violazione dei valori su cui si fonda l’Unione

di Patrizia Maciocchi

People attend The Budapest Pride March in Budapest, Hungary, June 28, 2025. REUTERS/Lisa Leutner REUTERS

4' di lettura

English Version

4' di lettura

English Version

La legge, adottata da Viktor Orban nel 2021 che stigmatizza ed emargina le persone Lgbtq+, è in contrasto con gli stessi valori su cui si fonda l’Unione europea. A stabilirlo è la Corte di giustizia dell’Unione europea con la sentenza nella causa C-769/22 in merito al provvedimento sulla tutela dei minori che vieta di mostrare ai bambini contenuti che ritraggano l’omosessualità. 

La più grande procedura mai portata davanti alla Corte

 La Corte constata in particolare, per la prima volta in un ricorso diretto contro uno Stato membro, una violazione dell’articolo 2 del Testo unico europeo, che enuncia i valori su cui si fonda l’Ue. La causa intentata dalla Commissione europea, a cui hanno aderito 15 Stati membri Ue, rappresenta la più grande procedura sulla violazione dei diritti umani mai portata davanti al Giudice europeo.

Loading...

L’Ungheria con la «legge n. LXXIX del 2021 ha introdotto misure più severe nei confronti dei delinquenti pedofili e modificato alcune norme del suo diritto interno per proteggere i minori. Malgrado lo scopo dichiarato dallo stato membro, molti degli interventi messi in atto hanno in concreto l’effetto di vietare o limitare l’accesso a contenuti il cui elemento determinante è la rappresentazione o la promozione della divergenza rispetto all’identità personale corrispondente al sesso alla nascita, del cambiamento di sesso o dell’omosessualità. Da qui il ricorso presentato dalla Commissione europea alla Corte di giustizia contro l’Ungheria, per inadempimento degli obblighi dell’Unione.

La Commissione europea

Già a giugno del 2021 i rappresentanti di 15 Paesi della Ue avevano sottoscritto un documento di condanna della legge che limitava i diritti delle persone Lgbtq+ introdotta in Ungheria con un voto del Parlamento. Tra i firmatari inizialmente non figurava l’Italia ufficialmente perché attendeva delucidazioni dal governo di Budapest, la firma era poi arrivata nella sera dello stesso giorno. Nel documento si esprimeva «grave preoccupazione» per la legge introdotta da Viktor Orban che «viola il diritto alla libertà di espressione con la scusa di proteggere i bambini».

Le contestazioni della Corte

Ora accogliendo il ricorso di Bruxelles, la Corte di giustizia dichiara che l’Ungheria ha violato il diritto dell’Unione a vari, distinti livelli, e cioè:

  • il diritto primario e il diritto derivato relativi ai servizi nel mercato interno;
  • la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea;
  • l’articolo 2 Tue;
  • il regolamento generale sulla protezione dei dati.

Per la Corte di Lussemburgo, le modifiche apportate alle leggi nazionali costituiscono un'ingerenza particolarmente grave in vari diritti fondamentali tutelati dalla Carta: il divieto di discriminazione fondata sul sesso e sull'orientamento sessuale; il rispetto della vita privata e familiare, nonché la libertà di espressione e di informazione. In particolare, Le legge varata dal Parlamento Ungherese stigmatizza ed emargina le persone non cisgender, comprese le persone transgender, o non eterosessuali, come dannose per lo sviluppo fisico, mentale e morale dei minori per il solo motivo della loro identità sessuale o del loro orientamento sessuale. Il titolo della norma di modifica le associa alla delinquenza pedofila, collegamento utile a rafforzare la stigmatizzazione e a suscitare comportamenti di odio nei loro confronti. Ingerenze che ledono dunque i diritti fondamentali e non possono essere giustificate dagli obiettivi indicati dall'Ungheria: la promozione dell'interesse superiore del minore o il diritto dei genitori di garantire l'educazione e l'istruzione dei propri figli in conformità con le proprie convinzioni religiose, filosofiche e pedagogiche. La Corte Ue ha sottolineato anche la violazione del diritto al rispetto della dignità umana. Alcune modifiche contestata dalla Commissione trattano un gruppo di persone, che è parte integrante di una società caratterizzata dal pluralismo, come una minaccia per la società meritevole di un trattamento giuridico particolare, solo in virtù della loro identità sessuale o del loro orientamento sessuale, rafforzando la loro “invisibilità” sociale. Per la prima volta, viene poi contestata una violazione distinta dell'articolo 2 Tue che enuncia i valori su cui si fonda la Ue, comuni a tutti gli Stati membri. Infatti, gli aspetti della legge di modifica che prendono di mira i contenuti che rappresentano o promuovono la divergenza rispetto all'identità personale corrispondente al sesso alla nascita, il cambiamento di sesso o l'omosessualità costituiscono un insieme coordinato di misure discriminatorie che ledono, in modo manifesto e particolarmente grave, i diritti delle persone non cisgender, ivi comprese le persone transgender, o non eterosessuali, nonché i valori del rispetto della dignità umana, dell'uguaglianza e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze.

Le reazioni

Bruxelles affida alla dichiarazione di un portavoce dell'esecutivo comunitario la propria soddisfazione per il verdetto della Corte di giustizia dell'Ue in merito alla cosiddetta legge ungherese sulla protezione dei minori.

“Accogliamo con favore la storica sentenza della Corte di oggi. La Corte ha stabilito che, adottando la legge contestata, la cosiddetta legge sulla protezione dei minori, l'Ungheria ha violato diverse norme del mercato interno e diversi diritti fondamentali” e “ha confermato che l'Ungheria ha agito in violazione dei valori fondanti dell'Unione europea, sanciti dall'articolo 2 del Trattato sull'Ue. È quindi la prima volta che la Corte riscontra una tale violazione di una disposizione fondamentale del trattato relativa ai valori dell'Ue. Così facendo, la Corte ha accolto le argomentazioni della Commissione”.

Plaude alla sentenza della Corte anche Alessandro Zan, componente della segreteria nazionale Pd ed europarlamentare. “Oggi la Corte di Giustizia dell'Unione europea smonta la propaganda di Orbàn e afferma un principio chiarissimo: nessuno Stato membro può usare la legge per discriminare o rendere invisibili le persone sulla base del loro orientamento sessuale o la loro identità di genere. E' una vittoria dei diritti e dei valori fondamentali dell'Ue”.

La relatrice al Parlamento europeo per la situazione sullo Stato di Diritto in Ungheria, l'eurodeputata dei Verdi Tineke Strik, invita la Commissione a percorrere ancora la strada di Lussemburgo per difendere il diritto dell'Unione

“La sentenza di oggi è una grande vittoria per i valori europei ha ripercussioni anche al di fuori dell'Ungheria, poiché chiarisce che i nostri principi, sanciti dall'articolo 2 del Trattato sull'Unione europea, non sono solo applicabili attraverso meccanismi politici, ma anche direttamente azionabili dinanzi alla Corte di Giustizia. Esorto quindi la Commissione a continuare a utilizzare questa via ogniqualvolta si verifichino violazioni gravi e sistematiche dei valori fondamentali dell'Ue”. Ora, ha sottolineato la relatrice, dell'Eurocamera “spetta al nuovo governo ungherese garantire che l'attuazione di questa sentenza, per il ripristino autentico e completo dei diritti di questa comunità, sia al centro dei suoi piani per il ripristino dello stato di diritto”

Riproduzione riservata ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti