Analisi

Da Budapest colpo a Trump e Putin: l’Europa è più forte

Il presidente Usa aveva puntato tutto sul suo asso ungherese e ha perso la scommessa, Mosca perde un «amico», sabotatore delle decisioni dell’Unionea favore dell’Ucraina

di Adriana Cerretelli

 Il primo ministro ungherese Viktor Orbán e il presidente russo Vladimir Putin partecipano a una conferenza stampa al termine del loro incontro a Mosca, in Russia, il 5 luglio 2024 REUTERS

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Verrebbe voglia di dichiarare festa grande in Europa replicando a Bruxelles il delirio di gioia degli ungheresi a Budapest nella pazza notte di fuochi e danze che sulle rive del Danubio ha salutato la fine dell’era Orban, di cricca e guasti dell’impetuosa deriva verso la corruzione morale prima che politica ed economica. Verrebbe voglia di dichiarare il 12 aprile 2026 giorno della liberazione e del riscatto delle democrazie europee contro le democrature e/o “democrazie illiberali”, quello della pacifica piazza pulita che ha saputo neutralizzare le crescenti ingerenze esterne nelle dinamiche elettorali, lo scandalo dei troppi padrini stranieri nella mischia, con la falsa legittimazione della presunta legge del più forte, la loro.

In questo senso domenica ha vinto non solo il nuovo corso ungherese di Peter Magyar, schiacciante maggioranza parlamentare di due terzi, programma nazional-europeista di lotta ai corrotti e rilancio dello sviluppo ridotto ai minimi termini. Con il voto di un paese di soli 9,5 milioni di abitanti sui 450 dell’Unione, ha vinto anche l’Europa e la sua tanto vituperata democrazia “malata” beffando i suoi più violenti denigratori e accaniti guastatori in combutta tra loro. In quattro anni di aggressione all’Ucraina, gli autogol di Vladimir Putin non si contano più su teatro di guerra, Nato e area Mediterraneo-Medio Oriente-Golfo. Mestando nelle presidenziali in Romania due anni fa e poi l’anno scorso nelle legislative in Moldavia aveva clamorosamente perso e dovuto ingoiare la vittoria dei due candidati pro-Ue.

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L’Ungheria è una sconfitta molto più pesante: significa la perdita di un amico vero, ideologicamente allineato al punto da tollerare e coprire lo spionaggio del suo ministro degli Esteri ai vertici Ue a favore del collega russo, Sergheij Lavrov. La perdita di un consumato sabotatore delle decisioni europee sgradite a Mosca: prestito a Kiev da 90 miliardi approvato e poi bloccato, rinnovo a singhiozzo delle sanzioni russe. E continui bastoni tra le ruote dell’Unione, mal tollerata per le continue reprimende e il gelo di 20 miliardi di fondi Ue dovuti al suo paese.

Tutte operazioni di disturbo graditissime al Cremlino, specie se ai danni del sostegno europeo all’Ucraina subentrato a quello americano. Non bastasse, Orban ha perso malissimo togliendo credibilità agli “aiutini” elettorali russi dietro le quinte, soprattutto perdendo la capacità di fare da efficace testa di ponte di Mosca nell’Ue.

Non è andata meglio a Donald Trump. Aveva puntato tutto sul suo asso ungherese e ha perso la scommessa politica con l’urticante Europa nel mezzo del grande pasticcio iraniano, blocco di Hormuz e nefasti contraccolpi su prezzi dell’energia, inflazione e stagflazione globali.

Risultato, si approfondisce il fossato tra le sponde dell’Atlantico, cresce l’incomunicabilità tra due democrazie distorte e non più culturalmente “sorelle”. Con un lato positivo per l’Unione: la fine dell’orbanismo rende tutti gli estremismi in Europa, Maga compresi, un po’ orfani, il che dovrebbe rafforzare i partiti tradizionali (Magyar aderisce al Ppe) alle elezioni previste, da qui al 2027, in Bulgaria, Svezia, Lettonia, Finlandia, Francia, Spagna, Italia e Polonia. Difficile comunque scrutare il futuro prossimo. Anche se Budapest è riuscita in un colpo solo a umiliare Putin e Trump, i maggiori nemici delle sue democrazie, l’Europa senza Orban ha un grosso problema in meno ma una nuova realtà tutta da scoprire. Se, nell’attuale mondo caotico alla deriva, l’Europa non fosse quel grande campo di battaglia che è, dove cacofonie e confusione rumoreggiano più delle timide armonie che vi si fanno strada, l’uscita di scena del gran giocoliere dei veti sarebbe un’enorme conquista.

Magyar è un suo discepolo, si dice europeista (anche Orban agli esordi) ma non sarà il polacco Donald Tusk. Se non altro perché, con la schiacciante maggioranza che ha, avrà mani più libere per fare il nazionalista conservatore che è, contrario alla politica migratoria Ue e alla rapida adesione dell’Ucraina. Forse favorevole allo sblocco dei 90 miliardi di prestiti a Kiev perché vuole scongelare i suoi 20 di fondi Ue. Probabilmente la governance in crisi dell’Unione continuerà a essere sballottata sulle montagne russe, come i suoi rapporti sempre più agitati con l’America di Trump. «Essere nemico dell’America – disse Henry Kissinger del Vietnam del Sud in guerra – può essere pericoloso ma esserle amico è fatale». L’Europa comincia a saperne qualcosa. Anche senza Orban.

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