Consumi

Una vita da uno, così il marketing cavalca la nuova single economy

Il ridimensionamento delle relazioni tradizionali e l’aumento dei costi del vivere insieme modificano il modo di comprare, viaggiare e consumare, rendendo l’individuo l’unità economica di base

di Giampaolo Colletti e Fabio Grattagliano

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Non ci sono più le famiglie di una volta. E forse neppure le sterminate tribù di amici. Quello che sta accadendo nei consumi – alimentato da un marketing molto più individualista – è la moltiplicazione di prodotti in monoporzione, esperienze dasingle rider e quindi da viaggiatore solitario, dinamiche di acquisti ridotti. A parlarne recentemente è stato l’Economist, con una storia di copertina che ha sdoganato il concetto della friendflation: uscire, viaggiare, festeggiare e stare insieme costa sempre di più. Emergono modelli che valorizzano logiche da solista in quella che viene inquadrata come single economy: meno quantità, più qualità, maggiore benessere individuale. «In un contesto in cui ci si sposa meno, le relazioni amicali diventano sì la vera infrastruttura sociale, ma anche una nuova voce di spesa», scrive il settimanale. Così il carrello si restringe, la vita si parcellizza e il marketing si ridisegna attorno a queste variabili: smette di vendere famiglie e comincia a vendere momenti. A livello familiare in Italia le realtà unipersonali sono ormai 37,9 su 100.

Il mondo ristretto

La lattina piccola, il viaggio in solitaria, l’esperienza su misura. Benvenuti nella “vita da uno” diventata struttura. Il report globale NielsenIQ (Mid-Year Consumer Outlook - Guide to 2025) segnala che quando i costi aumentano, i clienti preferiscono che brand e retailer agiscano su prezzo per porzione e pack più piccoli, piuttosto che abbassare la qualità. E tutto ciò impatta su economia e mercato. «I consumi si frammentano: più acquisti piccoli, più frequenti, senza rinunciare alla qualità. La ricerca di controllo accelera rotazione, innovazione dei formati e attenzione a sostenibilità e spreco. Per brand e retailer significa modelli più agili e assortimenti più mirati, in linea con una domanda sempre più selettiva», afferma Enzo Frasio, Managing Director di NielsenIQ.

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La spesa si fa più individuale, anche a causa di trend demografici più marcati. La variazione media dei pezzi per scontrino è -7,1%, mentre la frequenza d’acquisto aumenta di +8,2%, sempre per NielsenIQ. «Le nostre analisi mostrano inoltre una crescente importanza dei prodotti legati al self reward, alla cura di sé e a esperienze d’uso personalizzate: sono segnali chiari di un consumo sempre più individuale e orientato all’esperienza. La performance della Gdo italiana nel 2025 è comunque positiva, con i fatturati in aumento del +2,4% e i volumi in crescita del +0,9%», dice Frasio.

Il mini non è solo economia. In questi anni diventa anche una spinta gentile al consumo consapevole, una moneta sonante per allenare la parte comportamentale con misura, autocontrollo e riduzione degli eccessi. D’altronde soltanto dieci anni fa la ricerca «Pack size effect» aveva evidenziato come la scienza legasse grandezza del packaging a quantità consumata. Lo studio con oltre 13mila partecipanti aveva fatto il giro del mondo evidenziando come i formati più grandi potessero portare a stimare e servire porzioni maggiori e quindi incrementare il consumo. Altri tempi davvero.

Casi di successo

Si passa dalla grammatica della quantità a quella della misura: monoporzione, mini-pack, entry price più basso, consumo a occasione. Il prodotto non deve più durare una settimana ma aderire a un momento. Un caso emblematico arriva dagli Stati Uniti: da questo mese Coca-Cola ha portato le sue mini cans, ossia le lattine più piccole delle classiche, nell’area per la vendita singola e non più multi-pack proprio per essere vendute separatamente e quindi intercettare momenti diversi e consumi più ridotti. Reuters riporta anche un dato di posizionamento perfetto per questa era del formato: la mini-lattina ha un prezzo suggerito di 1,29 dollari. Non è solo una lattina piccola ma una scala di accesso al prodotto. Possiamo dire che siamo di fronte a una nuova forma di architettura della scelta.

E lo stesso accade in altri settori. United Airlines ha costruito una campagna esplicitamente dedicata ai single traveler. Prende il nome di «Yolo fly solo», dichiarando che le ricerche di viaggi in solitaria sono cresciute del +223% in dieci anni registrando livelli record sui propri canali. In Europa WeRoad ha trasformato lo stesso bisogno in prodotto culturale: la sua narrazione – «parti da solo ma non resti solo» – mette in scena la community come antidoto alla solitudine e come risposta contemporanea al viaggio individuale. La campagna «Once in a lifetime adventures» ha fatto il giro del mondo.

Ma il caso più interessante è il controcanto: Hay Day, videogioco farming pubblicato dalla finlandese Supercell, uno dei long seller del gaming mobile, ha lanciato pochi giorni fa in America la campagna Grow Together che ribalta la logica individualista spingendo l’utente a giocare insieme. Quasi un paradosso perché prova a riabilitare il mercato del “noi”. La meccanica premia chi si unisce e non chi coltiva più da solo. La fattoria come rituale quotidiano, ma dentro un ecosistema sociale. Il cuore non è solo coltivare e vendere: sono le attività di cooperazione, scambio e obiettivi condivisi a fare la differenza. Ed è esattamente la chiave contemporanea: l’individuo è diventato unità di consumo, ma la cooperazione è competenza scarsa.

Così il marketing oggi non può limitarsi a raccontare valori, ma deve progettare comportamenti. Gli assortimenti crescono, il consumatore seleziona. Ecco perché le marche per affrontare al meglio questa nuova deriva individualista dovrebbero prestare più attenzione alla loro capacità di adattamento. «Negli ultimi due anni l’assortimento medio di un negozio della Gdo italiana è cresciuto di oltre duecento referenze. Per parlare alla single economy e agli specifici consumatori servono personalizzazione, semplificazione, distribuzione capillare e rilevanza nei punti vendita con una gestione comune dello scaffale per rispondere al meglio all’evoluzione della domanda. I clienti comprano momenti, non prodotti. Le marche da protagoniste devono diventare abilitatrici, offrendo ciò che aiuta ciascuno a essere come desidera», conclude Frasio.

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