25 novembre

Una donna su quattro subisce molestie a lavoro. Violenza verbale e mobbing le più diffuse

I dati nella ricerca realizzata da WeWorld e Ipsos: il 60% dei lavoratori è a conoscenza di episodi di molestia sul proprio luogo di lavoro.

di Letizia Giangualano

5' di lettura

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Violenza verbale, fisica, mobbing, stalking, abuso di potere: le molestie sul lavoro sono un fenomeno complesso, in cui si intrecciano diverse forme di discriminazione, innescate in molti casi da una dinamica di potere asimmetrico. Per questo motivo, tendono a colpire in modo più frequente coloro che occupano posizioni gerarchicamente inferiori; soprattutto persone neoassunte, giovani o con minore esperienza. Ma se la subordinazione è un fattore di vulnerabilità, anche il genere conta: le donne sono infatti maggiormente esposte a forme specifiche di violenza sul lavoro, in particolare quelle di natura sessuale, ma non solo.

“Non staremo al nostro posto. Per il diritto a un lavoro libero da molestie e violenze”, è la ricerca realizzata da WeWorld e Ipsos per indagare un fenomeno ancora troppo spesso normalizzato e considerato accettabile, soprattutto, come si legge nel rapporto, «in contesti caratterizzati da forti gerarchie e stereotipi di genere, e orientati al profitto».

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Il sondaggio WeWorld: il 60% degli intervistati sa di episodi di molestie a lavoro

Dal sondaggio condotto a settembre 2024 su un campione di 1.100 lavoratori e lavoratrici, di età compresa tra i 20 e i 64 anni, rappresentativo per età, genere e area geografica di residenza, emerge che il 60% di lavoratori e lavoratrici è a conoscenza di episodi di molestia avvenuti sul proprio luogo di lavoro. Più di 2 persone su 5 (42%) hanno assistito e/o subito episodi di violenza sul proprio posto di lavoro; 1 persona su 5 (22%) ha subito violenza sul posto di lavoro almeno una volta nella vita, e disaggregando il dato, tra le donne il numero sale a più di 1 su 4 (28%).

Gli autori delle violenze sul lavoro sono soprattutto capi (42%) o colleghi uomini (35%), seguiti a distanza da colleghe (22%) e cape donne (13%). Una donna su due (50%) tra quelle che hanno subito violenza sul luogo di lavoro indica il capo uomo come autore della violenza.

Una vulnerabilità diffusa nel mondo del lavoro

«Le molestie sul lavoro sono una delle tante manifestazioni del patriarcato, un sistema che danneggia non solo le donne, ma anche gli uomini. Negli ultimi decenni, il diritto a condizioni di lavoro sicure e dignitose è stato indebolito da politiche che hanno ridotto il potere sindacale, incentivato la riduzione del personale e favorito la delocalizzazione, creando una vulnerabilità diffusa che spinge molte persone ad accettare condizioni di lavoro difficili, mettendo in secondo piano i propri diritti e subendo maltrattamenti, discriminazioni e molestie», ha commentato Martina Albini, coordinatrice del centro studi di WeWorld. «Mai come ora è fondamentale mettere apertamente in discussione le dinamiche di prevaricazione alla base di questi abusi e lavorare per costruire ambienti di lavoro sicuri e rispettosi per tutte e tutti: un diritto umano fondamentale».

Violenze verbali e mobbing gli episodi più diffusi

Ma in cosa consistono gli episodi di violenza riferiti? Secondo il campione intervistato, la forma di violenza più diffusa è quella verbale (56%), al secondo posto il mobbing (53%) e al terzo posto, distaccato, l’abuso di potere (37%). Chiudono la classifica la violenza fisica (10%), lo stalking (6%) e la violenza online (2%). Le molestie sessuali sono percepite come la forma di violenza più grave dal 52% del campione, seguite al secondo posto dal mobbing (37%) e dalla violenza fisica (34%). La percezione generale è che le donne subiscano maggiormente quasi tutte le forme di violenza rispetto agli uomini, ad eccezione della violenza fisica (il 32% del campione pensa che la subiscano più gli uomini, rispetto al 25% che pensa che a subirla siano più le donne) e del bullismo (20% contro 17%).

Esiste poi il fenomeno delle cosiddette “microaggressioni”: più di 1 donna su 4 ha subito sguardi (27%) o avances (29%) inappropriate sul luogo di lavoro. I principali responsabili delle micro-aggressioni sono i colleghi (38%) e i capi uomini (37%), seguiti a notevole distanza dai clienti uomini (14%) e dalle colleghe donne (12%).

Il silenzio di chi subisce e le conseguenze

Come reagiscono le persone di fronte a questi episodi di molestie? Nel report sono raccolte anche 140 testimonianze dirette e anonime, che contribuiscono anche ad analizzare questo aspetto e a contrastare quella vittimizzazione secondaria che troppo spesso sposta l’asse della colpa in base a come e quanto le vittime hanno reagito all’abuso. La verità è che le persone reagiscono in modi diversi, anche in base all’ambiente in cui lavorano o al ruolo che occupano. Dalle testimonianze emergono tre scenari principali: c’è chi continua a lavorare senza raccontare ciò che ha vissuto, chi si confida o denuncia, ma senza che ne consegua alcuna presa in carico da parte dell’azienda, e chi, invece, trova supporto da parte di questa, che prende provvedimenti in merito all’accaduto. Le prime due situazioni sono le più comuni. Nella maggior parte dei casi, chi subisce abusi o violenza non ne parla con nessuno. Questo accade per varie ragioni: la vittima può sentirsi profondamente ferita, bloccata o inadeguata, e a volte corresponsabile dell’accaduto. In altri casi, è il timore delle conseguenze che frena: una delle ragioni principali è infatti la paura di perdere il lavoro: questo sentimento è condiviso dal 59% del campione, e sale al 62% tra le donne (65% tra le operaie). Il 53% esprime timore di ritorsioni da parte di chi ha commesso la violenza, mentre il 41% pensa che denunciare non servirebbe a nulla. Altre volte, si ha il presentimento che denunciare l’accaduto non porterebbe ad alcuna conseguenza per chi ha commesso la violenza; ci si sente, quindi, impotenti.

Questo porta ad arrivare a dare le dimissioni in seguito agli abusi subiti: secondo il sondaggio WeWorld-Ipsos, lo ha fatto 1 persona su 4 (25%). In questi casi, si scontrano due diritti fondamentali: il diritto al lavoro e il diritto alla libertà da violenze e molestie. C’è poi anche il caso, altrettanto grave, di chi viene licenziata in seguito alle violenze subite sul luogo di lavoro: 1 persona su 7 (14%).

Le azioni da intraprendere

Per contrastare il fenomeno, i lavoratori e le lavoratrici indicano come iniziative più efficaci l’istituzione di sanzioni per comportamenti violenti (37%) o la possibilità di denunciare episodi di violenza tramite linee di segnalazione anonime (32%). Una persona su 4 (25%) ritiene che le aziende dovrebbero offrire accesso a servizi di consulenza psicologica per chi ha assistito e/o subito violenza sul posto di lavoro. Solo il 12% del campione ha identificato come prioritaria l’organizzazione di workshop per sensibilizzare la popolazione aziendale sui vari tipi di violenza di genere. Eppure forse è proprio dalla cultura che bisognerebbe partire per combattere un fenomeno che è reso forte proprio dalle resistenze a riconoscerlo, contrastarlo, superarlo.

L’Italia è stato il secondo Paese in Europa, dopo la Finlandia, ad adottare nel 2021 la Convenzione n. 190 sull'eliminazione della violenza e delle molestie nel mondo del lavoro, un passo fondamentale per il rispetto dei diritti umani nei luoghi lavorativi. L’articolo 1 della Convenzione spiega in modo inequivocabile: «L’espressione “violenza e molestie” nel mondo del lavoro indica un insieme di pratiche e di comportamenti inaccettabili, o la minaccia di porli in essere, sia in un’unica occasione, sia ripetutamente, che si prefiggano, causino o possano comportare un danno fisico, psicologico, sessuale o economico, e include la violenza e le molestie di genere». Eppure tra prevenzione, riconoscimento, monitoraggio e intervento, sembrano essere ancora troppe le falle di un sistema in cui nessuno, anzi, nessuna, si sente davvero al sicuro.

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