Scuola, sull'educazione affettiva realizzati solo progetti spot
L’Italia è uno dei pochi Paesi europei a non prevedere una regolamentazione per i programmi di educazione sessuo-affettiva a scuola. Le attività sono disomogenee sul territorio, lasciate all’iniziativa di presidi e collegi docenti sensibili al tema
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Dalle offese ad altre forme di diffamazione online, fino alla diffusione e detenzione di materiale pedopornografico, sono tanti i volti del bullismo e della sua derivazione digitale che colpiscono le ragazze. Come forma di prevenzione ai comportamenti pericolosi (alcuni dei quali costituiscono dei veri e propri reati), si fa sempre più urgente l’insegnamento dell’educazione affettiva nelle scuole. L’Italia però è oggi uno dei pochi Paesi europei a non prevedere alcuna forma di regolamentazione per i programmi di educazione sessuo-affettiva nei contesti scolastici. L’assenza di una legge lascia quindi margini di discrezionalità alle singole scuole con gli istituti del centro-nord e delle grandi città più attivi.
Attività disomogenee, dipendono dalla buona volontà degli insegnanti
Il bullismo - che, stando ai dati della piattaforma Elisa, è in lieve aumento nelle sue forme sistematiche - e la violenza contro le ragazze a scuola sono strettamente collegati e, dice Paolo Russo, presidente dell'associazione di contrasto al fenomeno Contrajus, «si configurano come un problema di scarsa tolleranza e accettazione verso chi è diverso. Anche in questo caso la donna è identificata come soggetto fragile, facile da colpire». Attualmente gli argomenti di contrasto alla violenza contro le donne, educazione a relazioni corrette e rispettose e la promozione della parità fra uomo e donna sono inseriti nell’insegnamento di educazione civica. Questa è stata introdotta come materia trasversale dall’anno scolastico 2020-21 nel primo e secondo ciclo d’istruzione per almeno 33 ore di formazione e, in sede di programmazione, i consigli di classe possono adottare soluzioni organizzative differenti.
Allo stato attuale, in Italia non c'è una legge nazionale che definisca, in modo organico e rispettoso delle caratteristiche per età, l'educazione all'affettività a scuola e adatti al contesto italiano quanto indicato dalle Linee guida Unesco e dagli standard Oms. Il risultato è che le attività sono disomogenee e lasciate all’iniziativa di presidi e collegi docenti particolarmente sensibili che decidono di proporre incontri e formazione su temi quali le discriminazioni, l'educazione socio emotiva o la parità tra i generi.
Serve l'alleanza tra scuola e famiglia per contrastare gli stereotipi
È quanto succede all’I.I.S. Copernico-Carpeggiani istituto d’istruzione di secondo grado del ferrarese, con affluenza soprattutto maschile, che dal 2019 ha intrapreso la strada dell’insegnamento di Contrasto alla violenza di genere. «La materia occupa circa 1 terzo delle ore di educazione civica annuali e include argomenti come la comunicazione non violenta, la vittimizzazione e il riconoscimento dei segni di abuso», racconta il dirigente d’istituto Francesco Borciani. Il progetto a 5 anni dall’avvio è ora in fase di revisione. «A rivelarsi più utili - dice il professore - sono le attività che portano i ragazzi a riflettere sui loro comportamenti quotidiani, spesso inconsapevoli, e a considerare la violenza e l'asimmetria nelle relazioni. Ciò che abbiamo fatto non basta. È emersa la necessità di una riflessione più ampia». Gli allievi hanno quindi partecipato direttamente alla rimodulazione della disciplina, una revisione partita da un questionario preparato dagli stessi ragazzi e sottoposto ai compagni. «Nonostante le attività di questi anni non vediamo una crescita di consapevolezza nei ragazzi» constata Borciani, aggiungendo: «Abbiamo bisogno anche della collaborazione delle famiglie. Troppo spesso i media e la cultura popolare perpetuano stereotipi e atteggiamenti dannosi che contribuiscono a rinforzare gli stereotipi».
Le iniziative prevalentemente al centro-nord e nelle grandi città
Una ricerca del 2022 diffusa da EduForIST, progetto dell’Università di Pisa sul tema dell’educazione alla sessualità finanziato dal ministero della Salute, ha monitorato tra il 2016 e il 2020 un totale di 232 iniziative di alfabetizzazione emotiva realizzate a livello regionale. La distribuzione geografica non è omogenea e la maggior parte riguarda le regioni del Nord (53%). Gli istituti del centro-nord e delle grandi città sono i più attivi, mentre solo il 17% delle attività ha coinvolto i giovani del Sud. Appena 13 progetti hanno interessato le scuole primarie, nonostante l’Oms suggerisca che già dall’infanzia i bambini abbiano diritto a ricevere informazioni adeguate, con linguaggio e contenuti commisurati all’età. In molti contesti l’educazione sessuale a scuola è ancora un tabù, dice Mario Puiatti, presidente di Aied, che spiega: «Varie iniziative legislative negli anni hanno provato a fare entrare la materia a scuola ma sono rimaste solo sulla carta».


