Politica nei Balcani

Un nuovo partito macedone sventola la bandiera della Grande Albania contro Edi Rama

La coalizione VLEN, vicino al movimento kosovaro Vetëvendosje guidato da Kurti, agita gli animi in patria ed è accusata di essere mandante delle rivolte a Tirana. Il movimento mette in crisi l’allargamento a pacchetto sostenuto dal governo Rama e dall’Italia. E alza le tensioni con la Bulgaria, che a sua volta esercita un veto contro Skopje. Gli Usa pronti a mediare. Parigi e Berlino osservano

Il primo ministro della Macedonia del Nord, Hristijan Mickoski (sinistra) e il primo ministro kosovaro, Albin Kurti.  EPA

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A giugno, al vertice dei Balcani occidentali in Montenegro, la premier Giorgia Meloni ha scelto di non presentarsi. Una decisione che a Roma è stata interpretata come un segnale politico preciso: evitare di avallare l’idea, sostenuta da Parigi e Berlino, di procedere con un allargamento “a tappe”, iniziando dal Montenegro e rinviando a data da destinarsi l’ingresso degli altri candidati dei Balcani occidentali. Una linea che avrebbe messo l’Italia in rotta di collisione con l’Albania di Edi Rama, suo alleato privilegiato, e che avrebbe rischiato di indebolire ulteriormente la posizione della Macedonia del Nord, già frenata dal veto bulgaro. La Macedonia del Nord è infatti tornata al centro della scena balcanica non per un improvviso scatto verso Bruxelles, ma perché è diventata il terreno di scontro tra due leader che da anni si contendono la guida politica e simbolica degli albanesi nella regione: Albin Kurti, premier del Kosovo, ed Edi Rama, primo ministro dell’Albania. In mezzo, un’Unione europea sempre più prudente, che guarda ai Balcani con la lente dell’instabilità e che preferirebbe chiaramente iniziare l’allargamento dal più piccolo e “gestibile” Montenegro evitando un’allargamento a pacchetto. Una scelta che rischia di alimentare tensioni proprio dove la regione è più fragile e che imbarazza anche l’Italia, storicamente vicina a Rama.

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Il nuovo soggetto politico albanese in Macedonia

Negli ultimi mesi, la coalizione VLEN, nuovo soggetto politico albanese in Macedonia del Nord, è diventata un attore decisivo. Molti dei suoi dirigenti provengono da ambienti vicini al movimento kosovaro Vetëvendosje, la piattaforma politica di Kurti: ne condividono la retorica anti corruzione, l’approccio anti élite e una rete transfrontaliera che collega attivisti kosovari, Ong e movimenti civici macedoni. VLEN rappresenta una rottura con il passato, sfidando apertamente il tradizionale DUI, partito albanese macedone alleato di Rama e considerato più moderato e filo Ue. La tensione tra Tirana e il nuovo movimento albanese macedone è arrivata a livelli inediti. Quest’estate, Edi Rama ha impedito a rappresentanti di VLEN di entrare in Albania. Secondo ambienti governativi albanesi, la rete di attivisti vicina a Vetëvendosje sarebbe tra i responsabili della recente ondata di contestazioni anti Rama in Albania: manifestazioni improvvise, campagne social coordinate, pressioni politiche che il premier albanese considera parte di una strategia regionale di Kurti per indebolirlo. Rama ritiene che Kurti stia costruendo una rete pan albanese, rivoluzionaria nell’essenza, che attraversa Kosovo, Macedonia del Nord, Albania e Montenegro, capace di mobilitare giovani e movimenti anti élite. Una rete che, secondo Tirana, mira proprio a destabilizzare il quadro politico interno albanese.

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Le irritazioni di Edi Rama

Consapevole che una retorica apertamente pan albanese, che richiama le idee della Grande Albania, avrebbe effetti controproducenti sulle opinioni pubbliche europee — e soprattutto sugli equilibri delicati con la Serbia — Rama sta cercando di contenere l’attivismo di Kurti, che invece lo sfida proprio su quel terreno: presentarsi come il leader di un pan albanesismo civico, transnazionale, capace di ridefinire gli equilibri regionali. Per Rama, questo progetto è pericoloso: rischia di allarmare Bruxelles, irritare Belgrado e complicare ulteriormente il percorso europeo dell’Albania.

Il veto bulgaro incrociato su Skopje

Sul fronte macedone, la situazione è altrettanto complessa. La Macedonia del Nord ha compiuto passi importanti verso l’Ue, tra cui il celebre Accordo di Prespa con la Grecia, che ha risolto la disputa sul nome e aperto la strada all’integrazione euro atlantica. Oggi Atene sostiene apertamente l’ingresso di Skopje nell’Unione. Il vero ostacolo è invece la Bulgaria, che da anni esercita un ostruzionismo sistematico, bloccando più volte i negoziati e ponendo condizioni che Skopje considera politicamente ingestibili e culturalmente invasive. Il blocco bulgaro affonda le radici negli accordi firmati dal governo di Zoran Zaev con Sofia nel 2017 e nel 2019. Quegli accordi prevedevano modifiche costituzionali per riconoscere la minoranza bulgara e l’implementazione del cosiddetto Secondo Protocollo, un documento che stabilisce meccanismi di revisione congiunta di storia, cultura, lingua e patrimonio letterario. Per Sofia, il protocollo è uno strumento per “armonizzare” le narrazioni storiche; per Skopje, è percepito come un meccanismo di controllo identitario che darebbe alla Bulgaria un potere di veto permanente su programmi scolastici, manuali di storia, commemorazioni pubbliche e definizioni linguistiche. Inoltre, aprirebbe la porta a contenziosi giurisdizionali: ogni divergenza interpretativa potrebbe trasformarsi in un caso diplomatico, paralizzando il processo di adesione. Il premier macedone, Hristijan Mickoski, si è detto disposto a un compromesso: sì alle riforme costituzionali, ma no all’implementazione del Secondo Protocollo, considerato troppo invasivo e potenzialmente destabilizzante. Sofia, però, insiste: senza protocollo, niente avanzamento dei capitoli negoziali.

Le mosse americane

Secondo fonti diplomatiche regionali, gli Stati Uniti di Donald Trump avrebbero già aperto un canale riservato con Sofia per convincere la Bulgaria ad allentare la pressione su Skopje. Washington avrebbe fatto leva su un precedente significativo: nel 2018 2019 riuscì a convincere la Bulgaria a non ostacolare l’ingresso della Macedonia del Nord nella Nato, nonostante le resistenze identitarie. Oggi l’obiettivo sarebbe simile, cioè evitare che la disputa bulgaro macedone diventi un nuovo punto di vulnerabilità nei Balcani. E’ assai probabile che gli Usa attendano il momento politico più opportuno, verosimilmente le elezioni presidenziali bulgare del prossimo autunno, che potrebbero ridefinire gli equilibri interni e offrire una finestra diplomatica per un accordo.

Tutto ciò si riverbera anche sulle posizioni italiane. Roma è da anni uno dei principali sostenitori dell’allargamento ai Balcani occidentali e mantiene un rapporto privilegiato con Rama. Ma la competizione tra Albania, Macedonia del Nord e Bulgaria per i tempi dell’adesione mette l’Italia in una posizione scomoda. Non sono poche le capitali europee nelle quali prevale una linea prudente: partire dal Montenegro, considerato il candidato ideale per un allargamento “tecnico”. Albania e Macedonia del Nord portano con sé questioni più complesse: tensioni etniche, rivalità politiche interne, rapporti delicati con i vicini. La Macedonia del Nord è oggi il punto di intersezione tra le ambizioni pan albanesi di Kurti, la leadership regionale di Rama, le esitazioni dell’Ue, le pressioni identitarie della Bulgaria e le manovre silenziose degli Stati Uniti. Senza una soluzione al conflitto politico tra i due leader albanesi — e senza un compromesso sostenibile con Sofia — il percorso europeo di Skopje rischia di rimanere fragile e incerto.

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