Un fiume di pomodoro dall’Egitto mette a rischio la filiera italiana (da 5,5 miliardi)
Interrogazione del presidente della Commissione Agricoltura della Camera: import di derivati a +88% in Europa in 6 mesi. Preoccupazione per il progetto Project New Delta condivisa dagli industriali conservieri di Anicav: concorrenza sleale con uso di pesticidi vietati in Europa
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Per il pomodoro da industria si profila un’altra ombra all’orizzonte: si chiama Project New Delta, sarà lungo 114 km e una volta concluso sarà il più grande fiume artificiale del mondo. Il progetto agricolo più ambizioso - con la messa a coltura di oltre un milione di ettari - mai intrapreso in Egitto, che già oggi costituisce uno dei maggior competitor ortofrutticoli per il nostro Paese.
A lanciare l’allarme in una interrogazione rivolta ai ministri Francesco Lollobrigida (Agricoltura) e Orazio Schillaci (Salute) è stato Mirco Carloni, presidente della Commissione Agricoltura della Camera. «Molte realtà industriali - ha detto il parlamentare - segnalano esportazioni di derivati di pomodoro dall’Egitto verso l’Europa in forte crescita: +88% solo negli ultimi sei mesi del 2025, secondo Eurostat».
Per l’industria di trasformazione il quadro è di massima allerta e Anicav - l’Associazione nazionale industriali conserve alimentari vegetali, aderente a Confindustria - è da tempo attiva per sensibilizzare Governo e istituzioni di Bruxelles, non perché si temano ripercussioni sulle lattine acquistate nel nostro retail (100% italiane), ma per un tema di esportazioni intra-europee.
L’Italia è il secondo trasformatore di pomodoro al mondo - dopo gli Usa e prima della Cina - con un fatturato di 5,5 miliardi di euro: oltre il 50% deriva dall’exportr. È, inoltre, il primo produttore ed esportatore di derivati del pomodoro. I semilavorati (pensiamo alle pizze surgelate o alle zuppe vendute nei supermercati tedeschi) valgono il 30% del fatturato (1,7 miliardi di euro): una quota di business importante. «Rischiamo di perdere i trasformatori di seconda lavorazione europei», spiega Giovanni De Angelis, direttore Anicav.
Il percorso, d’altronde, è già in atto: il Paese dei Faraoni produce ed esporta le stesse nostre referenze (polpa e passata) a costi significativamente inferiori. «Questi prodotti a basso costo - aggiunge Marco Serafini, presidente Anicav - determinano fenomeni di concorrenza sleale, con il rischio concreto di compromettere le esportazioni italiane di qualità all’interno della Ue e di danneggiare occupazione, consumatori, ambiente e stabilità del nostro sistema economico».








