Guerra

Trump: accordo di cessate il fuoco di due settimane con l’Iran

Il presidente Usa sospende la minaccia di distruggere un’intera civiltà, mentre cresce la divisione politica interna. Dal Pakistan la mediazione decisiva. Hormuz aperto, tregua promessa anche in Libano

dal nostro corrispondente Marco Valsania

Aggiornato l’8 aprile 2026

Un bombardiere B-52 Stratofortress dell'Aeronautica Militare degli Stati Uniti (USAF), carico di munizioni, decolla dalla base aerea della RAF di Fairford, nel contesto del conflitto tra Stati Uniti e Israele con l'Iran, a Fairford, nel Gloucestershire (Regno Unito), il 7 aprile 2026. REUTERS/Toby Melville REUTERS

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NEW YORK - Accordo in extremis di cessate il fuoco di due settimane per evitare una devastante escalation della guerra contro l’Iran. Donald Trump ha annunciato l’intesa un’ora e 28 minuti prima della scadenza del suo ultimatum, alle 8 di sera ora americana, con il quale aveva minacciato la distruzione di un’intera civiltà se Teheran non scendeva a patti. Rapida la reazione dei mercati all’annuncio del cessate il fuoco, con il petrolio sceso del 15 per cento.

Trump ha indicato di aver sospeso una nuova offensiva alla condizione di una immediata riapertura dello stretto di Hormuz. E ha citato il piano iraniano in dieci punti come una «base di lavoro sulla quale trattare»: secondo indiscrezioni prevede tra l’altro una fine permanente delle ostilità, garanzie di nessun futuro attacco da parte di Usa e Israele, la fine delle sanzioni contro Teheran e i suoi alleati, il controllo delle stretto di Hormuz, pedaggi pagati all’Iran per il passaggio di navi con cui finanziare una ricostruzione del Paese e condivisi con l’Oman. Teheran ha detto che nei dieci punti ha inserito anche un arricchimento dell’uranio.

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Trump ha affermato che «quasi tutti i vari punti in passato contesi sono stati concordati» e le due settimana di pausa permetteranno all’accordo di «essere finalizzato e realizzato».

Decisiva la mediazione del Pakistan, che ha fatto appello proprio ad una tregua di due settimane osservata da entrambe le parti mentre nel periodo stabilito la repubblica islamica consentirà il passaggio di navi per lo stretto di Hormuz che ora blocca. Il cessate il fuoco, se rispettato, potrebbe dar tempo alla ricerca di un’intesa più duratura per porre fine al conflitto. Trump ha riconosciuto il ruolo di Islamabad: «Sulla base delle conversazioni con il primo ministro Shebbaz Sharif e con il Field Marshall Asim Munir, che avevano richiesto che fermassi l’invio di una forza distruttiva nella notte contro l’Iran, e a condizione che la Repubblica islamica accetti una completa, immediata e sicura apertura dello stretto di Hormuz, ho accettato di sospendere il bombardamento e gli attacchi all’Iran per un periodo di due settimane».

L’Iran ha poi confermato che il passaggio navale nello stretto sarà permesso per due settimane, se gli attacchi saranno sospesi. Il Pakistan ha anche aggiunto che la tregua comprende il Libano.

Il premier pakistano Shebbaz Sharif, più in dettaglio, aveva indicato sui social media che progressi «potenti e costanti» erano in corso sul fronte diplomatico, nonostante sia Usa che Iran avessero lanciato messaggi minacciosi. E aveva chiesto esplicitamente a Trump di evitare un attacco, destinato a colpire in massa le infrastrutture iraniane. Annunciando adesso «umilmente» che Usa e Iran hanno accettato una tregua immediata, ha già invitato le parti in causa a un incontro a Islamabad il 10 aprile per «ulteriori negoziati» sull’onda della prima intesa.

Fino all’ultimo, gli sforzi diplomatici erano invece parsi incerti se non naufragati. Trump aveva alzato il tiro della retorica. «Un’intera civiltà morirà stanotte, per non tornare mai più. Non voglio che accada, ma probabilmente sarà così». Anche se non aveva chiuso a svolte: «Può succedere qualcosa di magnificamente rivoluzionario, chissà. Lo scopriremo stanotte, uno dei più importanti momenti nella lunga e complessa storia del mondo». Questo perchè «ora abbiamo un completo e totale cambio di regime, dove prevalgono menti diverse, più intelligenti e meno radicali». In un modo o nell’altro, «47 anni di estorsioni, corruzione e morte finalmente termineranno».

Nel bombardamento retorico era ed è tuttora nascosto il dramma politico di una Casa Bianca impegnata in una guerra impopolare, che scuote economia e mercati, e dagli esiti incerti nonostante la potenza di fuoco messa in campo da una vera e propria armata americana. Comunque vada, la sfida per Trump è presentarla come una vittoria e non è facile: nel presentare l’accordo di due settimane ha provato a sottolineare che è stato possibile perchè gli Usa avrebbero già «ecceduto gli obiettivi militari» nel conflitto. Ma se con un accordo il regime iraniano sopravvive e controlla almeno in parte Hormuz, sarà arduo convincere ne siano valsi i costi, in tesoro (ad oggi ha chiesto 200 miliardi per la guerra) e vite umane (13 soldati Usa uccisi e quasi 400 feriti; forse duemila iraniani uccisi, tra oltyre 1.600 cui bambini e civili). Se la strada diventasse nuovamente quella di attacchi a tappeto, si moltiplicheranno rischi di destabilizzare il medio Oriente e l’economia globale e accuse di commettere crimini di guerra.

Le minacce erano state accompagnate da uno strenuo lavoro diplomatico per trovare una soluzione accettabile. Gli Usa avevano presentato un piano in 15 punti per una totale rinuncia iraniana a nucleare e missili, i mediatori arabi una proposta di cessate il fuoco temporanea, Teheran un progetto in dieci punti per una fine completa delle ostilità.

Ma i toni da crociata avevano finora dominato. Il Segretario alla Guerra di Trump, Pete Hegseth, grande fan delle sanguinarie campagne medievali e seguace del nazionalismo cristiano, il giorno prima aveva già scomodato paralleli divini. Aveva paragonato l’abbattimento e il salvataggio di un pilota americano nel fine settimana pasquale alla crocefissione e resurrezione di Cristo. Trump non gli era stato da meno: aveva sostenuto che Dio è con gli americani «perchè Dio è buono»,

Prima ancora della scadenza dell’ultimatum, la guerra era proseguita senza tregua, anzi salendo di intensità. Bombe americane, almeno 50, hanno colpito Kharg Island, grande terminal dell’export petrolifero iraniano. Funzionari Usa ed il vicepresidente JD Vance, in visita in Ungheria, hanno confermato che sono stati presi di mira obiettivi militari sull’isola e che gli Usa hanno ormai quasi raggiunto i loro propositi nella guerra, con una conclusione «molto vicina». Anche se la «natura della conclusione dipenderà dagli iraniani».

L’escalation delle minacce di Trump ha però presentato già di per sè crescenti incognite, anche domestiche. Ha destato reazioni di shock e denuncia nell’opposizione democratica: «E’ molto malato», ha detto del presidente il leader di minoranza al Senato Chuck Schumer. Un gruppo di parlamentari democratici ha chiesto al governo di rimuovere il presidente per manifesta incapacità usando il 25esimo Emendamento della Costituzione.

Anche tra le fila repubblicane affiorano distinguo e preoccupazioni: il senatore del Wisconsin Ron Johnson, un alleato del presidente, ad un podcast conservatore ha detto di augurarsi che le parole di Trump, che già avevano evocato l’inferno e un ritorno dell’Iran all’età della pietra in quattro ore distruggendo centrali elettriche e ponti, fossero solo retorica. «Spero sia una spacconata. Non voglio veder saltare in aria le infrastrutture civili, non siamo in guerra con la popolazione», ha detto Johnson. I sondaggi mostrano un tasso di approvazione della guerra al 38%, stando alle medie del sito specializzato Silver Bulletin. Con divisioni dentro lo stesso fedele movimento Maga, dove le correnti più isolazioniste la percepiscono come un tradimento delle promesse di America First. Tensioni erano emerse dentro un’amministrazione pure di fidati alleati sulla ambizioni interventiste di Trump: Vance era scettico dell’intera guerra, mentre il Segretario di Stato Marco Rubio e la Cia dubitavano delle motivazioni e delle informazioni israliane sulla debolezza del regime iraniano. Una correzione di rotta potrebbe adesso rappresentare la risposta di Trump ad un conflitto del quale aveva sottovalutato le ripercussioni. Se andrà in porto fino in fondo e se sanerà la sua credibilità e popolarità resta da vedere.

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