L’indagine

Ue, a rischio povertà un cittadino su 5. Il Mezzogiorno fra le regioni critiche

Nel 2023 nei paesi dell’Ue circa 94,6 milioni di persone erano a rischio di povertà o esclusione sociale: l’equivalente del 21,4% della popolazione

di Davide Madeddu (Il Sole 24 Ore, Italia), Ana Somavilla (El Confidencial, Spagna)

5' di lettura

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Nel 2023 nei paesi dell’Ue circa 94,6 milioni di persone erano a rischio di povertà o esclusione sociale. Pari al 21,4% dell’intera popolazione. Le presenze maggiori sono state registrate nell’Italia Meridionale, nelle regioni rurali rumene e in quelle ultraperiferiche francesi. Nello specifico, la percentuale più alta ha interessato le popolazioni della Guyane e La Réunion in Francia; la Calabria e Campania in Italia e il Sud-Est della Romania. A rivelare questi dati è l’edizione 2024 del rapporto sulle condizioni di vita in Europa pubblicato da Eurostat.

Il quadro

Il rapporto evidenzia come in Italia, la Calabria sia la regione con la percentuale più alta, pari al 48,6% di persone a rischio povertà o esclusione sociale. Un dato molto alto preceduto solo da quella della Guyane che (con dati relativi al 2022) ha raggiunto la percentuale del 49,5%.

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Secondo la stima dell’ufficio statistico dell’Unione europea, lo scorso anno in 19 regioni la quota di persone a rischio di povertà o esclusione sociale è stata di almeno il 35,0%. La maggiore concentrazione è tra Bulgaria, Grecia sud-occidentale, Spagna meridionale, regioni ultraperiferiche della Francia (dati del 2022), Italia meridionale e Romania orientale e meridionale.

Gli altri centri dell’Italia

Significativi i dati dell’Italia dove la Calabria, prima per dato negativo, è seguita dalla Campania con una percentuale del 44,4% e dalla Sicilia con il 41,4%. A seguire, seppure con una percentuale più bassa di circa una decina di punti, l’altra isola maggiore, la Sardegna con il 32,9%, poi la Puglia con il 32,2% e l’Abruzzo con il 28,6%. Un dato positivo arriva, invece, dall’Emilia Romagna, dalla Provincia Autonoma di Bolzano dove il dato era sotto il 10%.

Aumenta il costo della vita

Il rapporto evidenzia il fatto che dalla fine del 2021 «si è registrato un notevole aumento del costo della vita in gran parte dell’Ue». «Alcuni dei più rapidi aumenti dei prezzi si sono verificati per beni come l’energia e il cibo - si legge -. I rincari di questi beni hanno generalmente avuto un impatto maggiore sugli individui più poveri della società, in quanto tendono a destinare una quota maggiore del loro reddito disponibile a tali “beni essenziali”. Il tasso annuo di inflazione dell’UE è passato dallo 0,7 % nel 2020 al 9,2 % entro il 2022, per poi scendere al 6,4 % nel 2023».

Cure mediche a rischio

Il rischio povertà porta appresso un altro aspetto: le cure mediche come emerge anche dai numerosi dati contenuti nella pubblicazione Eurostat “Cifre chiave sulle condizioni di vita in Europa”.

L’Italia, nel quadro relativo alla spesa medica (si passa da meno di 400 euro per abitante in Slovacchia, Ungheria e Repubblica Ceca a 1.500 euro per abitante o più in Lussemburgo e Belgio), l’Italia è compresa nella fascia di Paesi con spesa più bassa. Variazioni che, come emerge dal rapporto, «riflettono, almeno in parte, le diverse tipologie di erogazione dell’assistenza sanitaria nei Paesi dell’Ue».

Costi e liste d’attesa

Nel panorama europeo il 67,9% della popolazione con 16 o più anni di età ha percepito come buona la propria condizione di salute. Una percezione cattiva o molto cattiva si è registrata solo nell’8,8% mentre la rimanente parte ha descritto la propria condizione come discreta. C’è poi una percentuale, pari al 2,4% che non si è fatta visitare perché distante dalle strutture mediche, liste d’attesa troppo lunghe o troppo dispendiose per essere affrontate da condizioni economiche sufficienti.

Isole in difficoltà

Questa situazione è, in Italia, molto variabile e registra un netto gap tra Nord e Sud. La situazione peggiore si registra però nelle isole dove i residenti devono fare i conti con i problemi maggiori. Anche se proprio le isole potrebbero giocare una carta alternativa.

L’Italia, per consentire il superamento di questo gap ha inserito il principio di insularità in Costituzione proprio per consentire a tutte le isole d’Italia di superare le difficoltà socio economiche determinate dalla condizione insulare.

Ridurre divari socio economici

«Il lavoro delle istituzioni nazionali non deve essere limitato all’erogazione di risorse che intervengano solo superficialmente sugli effetti finali dell’insularità - commenta la presidente della Regione Sardegna Alessandra Todde -. Le istituzioni nazionali devono invece cominciare a concentrarsi su politiche di sistema che intervengano efficacemente sulla riduzione dei divari socio-economici che stanno a monte. Le istituzioni, in sintesi, si devono concentrare su politiche pubbliche che intervengano sulle cause del ritardo e non sugli effetti».

Per la governatrice regionale «quello che dovrebbe cambiare è proprio il paradigma». «Serve porre un freno ad interventi sussidiari che mettano delle toppe qui e lì, e iniziare a ragionare e agire in maniera sistematica e organica continua -, non attraverso singoli sussidi, ma mettendo in pratica politiche di vero, serio ed effettivo risanamento infrastrutturale, culturale, sociale ed economico in modo da arrivare a considerare la Sardegna e le altre isole delle risorse che contribuiscono al volano economico e culturale del Paese e non delle zavorre che lo rallentano».

In Spagna a rischio povertà oltre un cittadino su 4

Le disparità italiane si rispecchiano in un altro caso simile nel Sud Europa, quello della Spagna. Nel Paese iberico, il 26,9% della popolazione residente è a rischio di povertà o esclusione sociale nel 2023, con una variazione di 0,6 punti percentuali rispetto all’anno precedente, secondo l’indagine sulle condizioni di vita dell’Istituto nazionale di statistica.

Si tratta dell’indicatore europeo AROPE, che misura sia il rischio di povertà (il 20,2% degli spagnoli si trova in questa situazione) sia la grave deprivazione materiale (8,9% degli spagnoli) e la bassa intensità occupazionale (8,5% degli spagnoli) e lo incrocia con nove voci sulla capacità di manovra delle famiglie, come la capacità di far fronte a eventi imprevisti o di riscaldare la casa in inverno, per stimare il volume di cittadini a rischio.

La percentuale di popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale è aumentata al 26,5% dal 26,0% del 2022. La percentuale di popolazione in condizioni di grave deprivazione materiale e sociale è salita al 9,0%, dal 7,7% dell’anno precedente.

Inoltre, quasi otto milioni di persone in Spagna non sono state in grado di mantenere la propria casa a una temperatura adeguata durante l’inverno, una cifra equivalente al 17,1% delle famiglie spagnole, secondo il rapporto “Indicatori di povertà energetica in Spagna 2022” della Cattedra di Energia e Povertà dell’Università Pontificia Comillas. D’altra parte, lo studio sottolinea che 4,4 milioni di spagnoli sono in ritardo nel pagamento delle bollette nel 2022, pari al 9,2%.

In relazione all’attività, il 58,6% dei disoccupati era a rischio di povertà o esclusione sociale, rispetto al 17,9% degli occupati e al 16,2% dei pensionati. In base alla nazionalità, la percentuale di persone al di sotto della soglia di rischio di povertà o esclusione sociale era del 23,6% per gli spagnoli, del 40,3% per gli stranieri dell’Unione Europea (UE) e del 65,2% per le persone di nazionalità diversa da quella di un Paese dell’UE. La povertà, o il rischio di cadere in povertà, non è distribuita equamente in tutta la Spagna. L’Andalusia (37,6%), le Isole Canarie (37%) e Melilla (37,6%) accumulano le percentuali più alte di rischio.

Con l’aumento del costo della vita dovuto all’inflazione, secondo i dati INE, il tasso di risparmio è salito al 17,8% del reddito lordo disponibile delle famiglie e, nel 2021, è sceso con la ripresa dell’attività, pur rimanendo al di sopra del dato storico, pari al 13,8%. Nel 2023, il tasso di risparmio si attesterà all’11,7%.

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Il tasso più alto è stato raggiunto nel secondo trimestre del 2020, in coincidenza con il confinamento della pandemia di coronavirus: si è registrato un risparmio del 33,6%. Ma non è sufficiente per combattere gli effetti dell’inflazione nel 2024.

Nel frattempo, il 9,3% della popolazione ha dichiarato che avrebbe trovato “molto difficile” arrivare a fine mese nel 2023. Questa percentuale è aumentata di 0,6 punti rispetto all’anno precedente.

*Questo articolo rientra nel progetto Pulse ed è stato scritto da Davide Madeddu (Il Sole 24 Ore, Italia) e Ana Somavilla (El Confidencial, Spagna)

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