Le comunicazioni in Parlamento

Ucraina, Meloni critica l’asse franco-tedesco: serve inviato autorevole Ue per il negoziato. Affondo contro Vannacci: vota con la sinistra

La premier contro l’iniziativa degli E3 (Francia, Germania e Regno Unito) con Zelensky: «Meno riunioni ridondanti». L'affondo contro Vannacci e lo scontro con il M5S

di Manuela Perrone

Italian Prime Minister Giorgia Meloni reports to the Senate on the upcoming European Council meeting, Rome, Italy, 11 June 2026. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI ANSA

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Prima di arrivare a Montecitorio per le comunicazioni in vista del Consiglio europeo del 18-19 giugno, Giorgia Meloni riserva un pensiero allo storico segretario del Pci Enrico Berlinguer nel giorno dell’anniversario della scomparsa. Da un lato c’è il ricordo «con rispetto» di «una figura che ha rappresentato un punto di riferimento per la sinistra italiana e uno dei protagonisti della storia politica della Repubblica»; dall’altro, però, c’è la memoria del gesto di Giorgio Almirante, il leader del Movimento sociale, «che volle rendere omaggio al feretro del suo avversario politico. Un segno di rispetto umano e istituzionale che ancora oggi richiama il valore di un confronto politico fermo negli ideali ma rispettoso delle persone. Perché si può fare politica secondo visioni diverse, anche diametralmente opposte, senza per forza demonizzare l’avversario». E perché «le idee forti non temono il confronto».

Parole che risuonano come un monito nell’Aula dove la premier entra alle 9, seduta tra i suoi vice Antonio Tajani e Matteo Salvini e consapevole che l’attende un altro round con le opposizioni, antipasto della campagna elettorale che verrà. In agenda ci sono i temi più caldi dell’attualità internazionale, dall’Ucraina al conflitto in Iran, ma anche le sfide della competitività europea e della sicurezza energetica, la difesa comune, il nuovo Quadro finanziario pluriennale per la Ue 2028-20234. Tutto in un momento di passaggio, per il Governo italiano e per la stessa presidente del Consiglio, stretta tra i distinguo con l’Europa e il tentativo complicato di una ricucitura con Donald Trump dopo gli attacchi alla premier.

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L'affondo contro Vannacci

Come sempre, è nella replica che la premier si scalda, distribuendo dardi. Il primo, una novità, è quello diretto contro il generale Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale che sta lavorando da destra ai fianchi della coalizione di governo. Al deputato Fn Emanuele Pozzolo, noto per la vicenda degli spari di Capodanno, ricorda che “per ben sei volte avete votato contro la fiducia a questo Governo, insieme collega Schlein, collega Conte, collega Renzi e compagnia”. “La vera destra - aggiunge, riferendosi alle parole di Vannacci di ieri sera ospite di Lilli Gruber su La7 - non è mai funzionale alla sinistra”.

Lo scontro con il M5S

Con i Cinque Stelle lo scambio più duro. Francesco Silvestri le rimprovera di non aver rialzato la schiena con Donald Trump dopo la sconfitta al referendum, ma di aver “semplicemente indossato delle ginocchiere per stare più comoda”. La premier si inalbera: “Vi dà fastidio che la prima donna sia arrivata dalla destra perché voi non siete stati capaci di proporla. Non ho mai indossato ginocchiere”. Poi, mentre lascia la Camera per dirigersi al Senato, sibila con i cronisti: “Lavorano sempre per noi...”.

Ucraina, linea non cambia: sostenere Kiev, ma serve visione di lungo periodo

La premessa sulla guerra in Ucraina è chiara: la linea italiana non cambia, «sostenere Kiev, mantenere la pressione su Mosca rappresentano ancora oggi, a nostro avviso, l’unico modo concreto di creare condizioni che possano costringere all’apertura di una seria stagione negoziale». Sì, dunque, al 20° pacchetto di sanzioni e condanna ferma dei ripetuti attacchi della Russia contro la popolazione civile «così come degli ultimatum rivolti a Kiev per le ripetute violazioni dello spazio aereo dell’Unione Europea e della Nato che hanno addirittura coinvolto obiettivi civili in Romania, comportamenti inaccettabili che l’Italia ha condannato e condanna con fermezza». Ma c’è un ma. La premier lo mette in chiaro: «La fermezza da sola non basta più se non è accompagnata da visione di lungo periodo. Fermezza non deve trasformarsi in cecità».

L’attacco all’E3: formati variabili inefficaci

Qui sferra l’attacco all’asse E3 - Francia, Germania e Gran Bretagna - che domenica con l’Ucraina a Londra ha provato a lanciare un’iniziativa di dialogo con la Russia. «Procedere a tentoni con formati variabili non adeguatamente rappresentativi produce solo frammentazione, confusione, debolezza». In sintesi: non funziona. Anche perché «nessun formato - attacca - ha legittimità di parlare a nome dell’intera Europa». E «se ci fossero meno formati che si sovrappongono, meno riunioni ridondanti, ma magari qualche scambio in più sulle risposte concrete, riusciremmo forse a offrire un contributo più efficace alla soluzione dei problemi».

Il ruolo degli Usa: coordinamento, non delega

Per la premier, bisogna «contribuire a costruire le condizioni della pace lavorando insieme ai nostri alleati, a solide garanzie di sicurezza per l’Ucraina, obiettivo per il quale è chiaramente indispensabile preservare l’unità euro-atlantica, rafforzare il coordinamento tra Europa e Stati Uniti, sfida non sempre facile ma necessaria. Solo che coordinamento non significa delega. In qualsiasi scenario di pace serio tra Ucraina e Russia, diverse condizioni dipendono dall’Europa, riguardano l’Europa, impattano sull’Europa ed è all’Europa a doverle negoziare».

«Serve un rappresentante autorevole Ue»

La proposta italiana? « Continuo a porre il tema della necessità che l’Europa avvia una riflessione comune e pragmatica sulle modalità di una sua interazione con Mosca». La Ue «deve essere pronta a guidare questo dialogo, mentre farebbe un errore a subirlo». Meloni rilancia l’idea di «individuare una figura autorevole investita della fiducia e del mandato di tutti gli Stati membri per portare il punto di vista dell’Europa ed è in questa direzione che continuo a lavorare».

Kiev nella Ue? Parità di trattamento con Balcani e Moldova

Sul tema spinoso dell’adesione dell’Ucraina all’Unione europea, su cui altri Paesi come la Germania chiedono un’accelerazione, la premier ha di nuovo chiarito che Kiev «dovrà continuare nel percorso di riforme, in particolare nel rafforzamento dello Stato di diritto e nella lotta alla corruzione. E l’Italia continuerà ad accompagnare e sostenere questo cammino. Ma il percorso di adesione dovrà proseguire nel rispetto del principio del merito e della parità di trattamento tra tutti i Paesi candidati, inclusi la Moldova e i Paesi dei Balcani occidentali».

Medio Oriente, i paletti per missione a Hormuz

Sull’Iran osservando che il negoziato in corso «è fragile» e ribadendo ancora una volta che «l’Italia non è parte del conflitto, e non intende diventarlo» la premier rivendica gli sforzi per mettere in sicurezza i nostri connazionali nella regione e il lavoro «per il pieno ripristino della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz»: «Consideriamo inaccettabile qualsiasi tentativo di alterare unilateralmente le regole che garantiscono il libero transito attraverso lo Stretto». No, dunque, a «logiche di ricatto». Sì, invece, a «una risposta ferma, coordinata e responsabile della comunità internazionale nel suo insieme». La premier rielenca i paletti alla partecipazione italiana a una missione: «L’Italia è disponibile a contribuire agli sforzi internazionali necessari, compresi quelli tecnici e operativi indispensabili al pieno ripristino del traffico marittimo, ma sempre in un quadro post-conflitto, con finalità esclusivamente difensive, nel rispetto della Costituzione e delle prerogative del Parlamento, come dimostrano anche le informative dei ministri Tajani e Crosetto».

G7, confronto con Trump sulla crisi

Il G7 che si aprirà lunedì a Evian è per Meloni «un’occasione importante per confrontarci con i nostri partner – a partire, chiaramente, con il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump - sulle prospettive di questa crisi, così come di quella in Ucraina e sulle iniziative necessarie per consolidare ogni possibile progresso diplomatico». E poi al Consiglio europeo bisognerà lavorare «affinché l’Unione esprima una posizione comune, seria, credibile». La premier ricorda gli strumenti in campo: l’alleggerimento delle sanzioni «graduale e reversibibile, ma anche rapido» se Teheran si convincerà a tornare al tavolo con un percorso serio; nuove misure mirate, se non lo farà. Perché il messaggio, per l’Italia, deve essere chiaro: «La strada della cooperazione può produrre benefici, la strada della destabilizzazione produce conseguenze».

Libano, puntare a disarmo di Hezbollah e ritiro di Israele

Tornando a bollare come «inaccettabili» gli attacchi all’Unifil, Meloni affronta poi la questione del Libano. La priorità, dice, è «sostenere il percorso politico avviato con il contributo decisivo degli Stati Uniti e con la scelta coraggiosa del Presidente Aoun di accogliere l’invito a svolgere negoziati diretti con Israele». Attacca Hezbollah, ribadisce che le azioni israeliane per colpirnee i vertici devono garantire la massima tutela della popolazione civile ed espone la sua tesi: «Crediamo che una soluzione politica non possa prescindere dal disarmo di Hezbollah, così come deve prevedere il ritiro di Israele da tutto il Sud del Libano. Sono due passaggi essenziali per costruire un’architettura di sicurezza duratura». Sostegno, quindi alle forze armate libanesi, e aiuti ai civili: recentemente è stato sbloccato il nuovo pacchetto da 15 milioni. E attenzione al post Unifil per garantire comunque una presenza internazionale nel Paese.

Sì a sanzioni a coloni e Ben Gvir, no alla sospensione dell’accordo Ue-Israele

Sui rapporti con Israele, la premier si augura «un confronto capace di andare oltre l’enfasi della polemica facile, che produce certamente un ritorno immediato in termini di visibilità, ma non riflette l’importanza strategica che il tema ha per l’Italia». Aggiunge, non senza una punta di sarcasmo: «Voglio sperare che l’amicizia tra Italia e Israele, come il sostegno storico dell’Italia ai diritti del popolo palestinese, e la necessità di perseguire la soluzione dei due Stati, siano principi che tutti, in quest’Aula, condividiamo». Poi chiarisce che il Governo sosterrà misure mirate contro i coloni violenti e contro il ministro Ben Gvir per «l’inaccettabile comportamento di cui si è reso protagonista nei confronti di cittadini italiani» (della Flotilla, che non nomina) e per le altrettanto «inaccettabili» dichiarazioni sull’Italia. La premier ricorda che è in attesa di ricevere anche le proposte della Commissione europea sulle possibili restrizioni ai prodotti provenienti dagli insediamenti, «che valuteremo nel merito, anche da un punto di vista tecnico e giuridico». Ma avvisa: «L’isolamento di Israele è un fenomeno pericoloso, che allontana la pace, la rende più difficile, e finisce per rafforzare le posizioni più estremiste tanto in Israele, quanto tra i nemici di Israele che a quell’isolamento hanno sempre lavorato». Quindi dice no all’ipotesi di sospensione dell’accordo di associazione Ue-Israele: «Punire la società civile israeliana, con misure restrittive, sarebbe non soltanto sbagliato, sarebbe controproducente».

Energia, finito lo scambio tra flessibilità e immigrazione

Ricordando il risultato della flessibilità di bilancio ottenuta per le spese per affrontare la crisi energetica e anticipando che si provvederà a breve a definire un paniere di misure finanziabile, Meloni non rinuncia a un affondo: Sono lontani i tempi in cui l’Italia, per avere maggiore flessibilità di bilancio, doveva dirsi disponibile a ricevere più immigrati illegali sul suo territorio. Quelli erano altri tempi. Oggi c’è un governo che riesce a ottenere maggiore flessibilità per venire incontro alle esigenze concrete dei cittadini proprio mentre può vantare una diminuzione dell’ottanta per cento di immigrati illegali che sbarcano sulle sue coste. Un ritornello, quello contro l’immigrazione irregolare, che la premier ripete spesso, a maggior ragione ora che il centrodestra deve guardarsi dalla competizione del generale Vannacci.

L’attacco ai burocrati europei e all’Ets: va cambiato

Non manca un passaggio ipercritico nei confronti dei burocrati che rallentano l’attuazione delle decisioni prese dal Consiglio europeo: «Non devono rendere conto a nessuno delle proprie decisioni, e forse anche per questo hanno finito per perdere il contatto con la realtà». Alla sessione specifica del summit la premier chiederà di nuovo una revisione urgente del sistema Ets, come prova di un cambio di passo politico e strategico dell’Europa: «Dal focus sulla riduzione dell’impatto sui prezzi dell’energia, man mano stiamo passando alla possibile introduzione di nuovi meccanismi che potrebbero addirittura finire per bloccare il meccanismo, invece di semplificarlo, come era richiesto». Ma la strada è tutta in salita.

Commercio, l’appello all’Ue: rafforzare strumenti di difesa

Sul commercio internazionale funestato dai dazi Usa, Meloni esorta l’Unione europea a rafforzare «i propri strumenti di difesa commerciale, così da garantire condizioni di concorrenza eque, proteggere la capacità produttiva e salvaguardare occupazione e investimenti». Ma è la difesa in genere ad essere diventata una priorità: qui la presidente del Consiglio sostiene che la scelta del Governo sia stata quella della «verità»: «Spiegare ai cittadini che oggi più che mai è necessario investire nella propria difesa per garantire la capacità di contrare, decidere autonomamente, difendere i propri interessi».

Le partnership “larghe”: dalla Nato a Giappone, India e Corea

La strada è quella del rafforzamento della base industriale e delle partnership chiave: con gli altri membri della Nato, ma non solo. Cita i Paesi del Golfo, il Giappone (la premier Takaichi sarà in visita a Roma lunedì), l’India, la Corea, il cui presidente Jae-Myung arriva a Roma stasera per il bilaterale previsto domani. A conferma della rilevanza che l’Indo-Pacifico sta assumento sullo scacchiere globale. Al vertice Nato in programma ad Ankara il 7-8 luglio, garantisce Meloni, l’Italia si presenterà in regola con gli impegni assunti lo scorso anno: «Una percentuale del 2,8% del proprio Pil investito in difesa e sicurezza, segnando un aumento dello 0,71% che è garantito, però, soprattutto dalle spese legate alla sicurezza sul territorio».

Bilancio Ue, Pac e Coesione non si toccano. E apre su Digital tax

Tra le novità del prossimo Consiglio europeo c’è che per la prima volta si parlerà dei numeri del prossimo bilancio per il 2028-2034. Meloni rimette in fila le condizioni poste dall’Italia. La prima: «Non accetteremo un bilancio in conseguenza del quale, a fronte di maggiori contributi, l’Italia rischia di avere a disposizione risorse inferiori». La seconda: «I cosiddetti “rebates” vanno eliminati. Se si arriverà a mantenere questo sistema anacronistico chiederemo che, in qualità di terzo contributore netto al bilancio della Ue, anche l’Italia goda dello stesso privilegio». La terza: «Chi vuole finanziare le nuove priorità tagliando le politiche tradizionali, deve guardare altrove. Da parte nostra, siamo pronti a investire su competitività e difesa, ma questo non si potrà fare a spese della Pac, della Pesca e della Coesione». Piuttosto, sostiene la premier, «si comincino a tagliare le spese per l’amministrazione europea, che nella proposta della Commissione vengono aumentate di più del 20%». Quanto alle cosiddette “nuove risorse”, la premier apre ad alcune proposte in campo, come un intervento sui profitti derivati dalle criptovalute o forme di Digital tax europea.

«Fondi Ue non siano vincolati a relazione sullo stato di diritto»

Esprime tutto il suo scetticismo sulle condizionalità ambientali, quel Dash (Do no significant harm) che l’Italia tanto ha sofferto anche in sede di attuazione del Pnrr. Ma, soprattutto, Meloni si infervora sul rispetto dello stato di diritto. «Prima che l’opposizione tiri fuori il suo ridicolo armamentario sul Governo illiberale - scandisce in Aula - voglio ribadire una cosa lapalissiana per chiunque mantenga un briciolo di onestà intellettuale: questo Governo non è contro lo Stato di diritto. Tutt’altro. Questo Governo sa, però, che nella civiltà occidentale il fondamento dello stato di diritto è l’uguaglianza di fronte alla legge». Meloni ribalta il ragionamento e se la prende con Bruxelles: «Non è concepibile che un documento informale, la Relazione annuale sullo Stato di diritto, predisposta da funzionari della Commissione sulla base di articoli di giornale e non da istanze giurisdizionali, possa assumere un carattere vincolante capace di bloccare, senza contraddittorio, l’erogazione dei fondi a uno Stato membro». Implicito il riferimento all’Ungheria. Per Meloni «deve far riflettere il fatto che Paesi accusati di violare lo Stato di diritto quando sono governati da maggioranze reputate sgradite diventino poi di colpo pienamente in linea con i principi europei al cambio di governo, pur rimanendo inalterate le leggi contestate».

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