Trasporti locali in crisi: con la guerra 20 milioni di costi extra al mese
Aumenti del gasolio fino al 25%. Per le associazioni il carburante pesa per il 20% sulle spese di produzione, a rischio l’erogazione del servizio
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La crisi in Medio Oriente e il caro-carburante legato al conflitto nello stretto di Hormuz mettono in ginocchio le aziende del trasporto pubblico locale in Italia, un comparto che conta oltre 110mila addetti, una flotta di circa 48mila mezzi e più di 5 miliardi di passeggeri annui. Il gasolio, che rappresenta la seconda voce di spesa per le imprese dopo il personale, incidendo tra il 15% e il 20% sul totale dei costi di produzione, sta registrando rincari significativi che pesano direttamente sull’equilibrio dei contratti di servizio.
Dall’inizio della crisi energetica legata alle tensioni internazionali, le quotazioni del gasolio hanno registrato un incremento superiore al 20%, con punte vicine al 25% nei primi mesi dell’anno. Questo andamento si traduce per il settore in maggiori costi stimati dalle associazioni di categoria in oltre 30 milioni di euro al mese, di cui quasi 20 milioni per il trasporto pubblico locale, pari a circa 340 milioni di euro su base annua, con evidenti ripercussioni sulla sostenibilità economica dei servizi essenziali erogati. A questi vanno sommati i maggiori costi dei servizi commerciali con autobus che portano a raddoppiare la cifra dei maggiori costi superando i 480 milioni di euro annui.
Le richieste al Governo
Le associazioni di categoria sono compatte e stanno chiedendo interventi urgenti al Governo. Come già rappresentato in audizione parlamentare lo scorso 31 marzo, il decreto-legge 33 del 2026 non ha previsto misure specifiche per il trasporto pubblico locale, mentre ha introdotto un credito d’imposta per l’autotrasporto merci, «determinando una disparità di trattamento non giustificata», commenta il presidente di Asstra, Andrea Gibelli. «Un intervento analogo a quello varato con il Dl Aiuti-bis del 2022 – aggiunge – sarebbe invece necessario per garantire la continuità e la regolarità dei servizi essenziali. In assenza di misure compensative adeguate, il rischio concreto è quello di compromettere la sostenibilità economica delle aziende e, di conseguenza, la qualità dei servizi offerti ai cittadini».
Il quadro dei primi mesi del 2026, rispetto allo stesso periodo del 2025, evidenzia un netto peggioramento, con un’accelerazione dei costi energetici che le aziende faticano ad assorbire, anche in considerazione della rigidità dei ricavi regolati. Nel 2025 il costo del gasolio in media si aggirava sui 1,652 euro al litro: dopo essersi mantenuto abbastanza costante, con una leggera diminuzione tra aprile e maggio, ha poi recuperato valori simili a quelli di marzo. Nel dettaglio i valori medi mensili nel 2025 erano di 1,680 euro al litro a marzo e 1,620 euro al litro ad aprile. Nel 2026, rispetto al prezzo di inizio anno (1,665 euro al litro) la crisi iraniana ha prodotto incrementi che, per lo stesso periodo di marzo ed aprile, hanno toccato il 30 per cento: ora il prezzo si è attestato mediamente intorno a 2,120 euro al litro.
«Le aziende che garantiscono il trasporto pubblico rischiano di dover ridurre drasticamente i propri servizi o fermarli», dice Fabrizio Molina, direttore generale Agens. L’appello viene sostenuto anche dal presidente di Anav, Nicola Biscotti: «L’aumento dei costi dei carburanti sta mettendo in seria difficoltà anche il trasporto commerciale con autobus, un settore interamente a mercato, non finanziato e quindi particolarmente esposto a queste dinamiche. In assenza di interventi immediati e correttivi mirati, i maggiori costi rischiano inevitabilmente di riversarsi sul cliente finale, con ricadute negative anche sul sistema turistico italiano. Il pericolo concreto è una riduzione dell’offerta di servizi e una perdita di sostenibilità economica per molte imprese».








