L’allarme

Guerra e shock energia, stangata sui consumi: fino a 963 euro in meno a famiglia e rischio stagnazione

Al forum Confcommercio il conto economico del conflitto, le stime di crescita si attestano sullo 0,3% (2026) e +0,4% (2027). Richiesto l’avvio del confronto con il governo contro il dumping contrattuale

di Giorgio Pogliotti

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Le tensioni energetiche legate alla guerra rischiano di ridurre il reddito disponibile con un impatto negativo sui consumi: nel biennio 2026-2027, la perdita stimata arriva fino a 963 euro per famiglia nello scenario più negativo, con effetti su crescita e occupazione. Le stime di crescita, sempre nello scenario peggiorativo, sono di appena +0,3% per il 2026 e +0,4% per il 2027.

Il rischio di un nuovo decennio di stagnazione

Dal forum di Confcommercio il quadro complessivo che emerge è quello di una sostanziale incertezza, con una forte preoccupazione: «senza interventi strutturali su fisco, lavoro, competenze e qualità della contrattazione, il rischio è quello di un nuovo decennio di stagnazione, con effetti permanenti su crescita, occupazione e coesione sociale. Prospettiva che l’Italia non può certo permettersi».

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L’ufficio studi di Confcommercio ha tracciato tre scenari per il quadro macroeconomico 2026-2027: nello scenario base si prevede una perdita di 434 euro reali a famiglia rispetto alla situazione “normale”, che in caso di conflitto prolungato può portare ad una ulteriore perdita di 529 euro rispetto allo scenario base. In totale, dunque, è un conto salato quello che le famiglie dovranno pagare in caso di conflitto prolungato, pari ad una perdita complessiva di 963 euro rispetto alla situazione che avremmo avuto in assenza di conflitto.

La guerra in Iran, con il blocco dello Stretto di Hormuz comporta il rischio di nuovi gravi shock energetici e pesantissime ripercussioni economiche. «lo scenario pesa direttamente sui nostri settori, in particolare commercio, turismo, trasporti e servizi che sono i più esposti all’aumento dei costi, alla riduzione dei flussi di domanda e al rallentamento dei consumi», ha ricordato il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli. «Le tensioni internazionali alimentano incertezza - ha aggiunto Sangalli-, frenano la domanda e colpiscono soprattutto le imprese più legate al territorio e ai consumi delle famiglie. E quando si fermano i consumi, si ferma il cuore stesso della nostra economia».

Il terziario di mercato tra il 1995 e il 2025 ha creato quasi 4 milioni di posti di lavoro

Allo scoppio del conflitto l’Italia si stava allineando a condizioni favorevoli ad una crescita prossima o superiore all’1% secondo Confcommercio, con un’inflazione contenuta all’1,5% (la migliore performance rispetto al tendenziale dei 21 paesi dell’area euro), i consumi in crescita dell’1% tra gennaio e febbraio (rispetto al primo bimestre 2025), un mercato del lavoro sui massimi (seppure in frenata negli ultimi mesi) che da luglio 2024 ha viaggiato sempre sopra i 24 milioni di occupati. In ripresa anche il reddito disponibile che dal 2019 al 2025 è salito da 1.359 a 1401 euro (+3,1%).

Il terziario di mercato si è affermato come motore dell’economia italiana: tra il 1995 e il 2025 ha creato quasi 4 milioni di posti di lavoro, a fronte di un calo nell’industria e nella pubblica amministrazione e contribuisce per quasi il 53% al valore aggiunto nazionale.

Tra i nodi decennali, l’eccesso di fisco e la bassa crescita

Al di là dello shock della guerra, restano alcuni nodi ultradecennali che hanno portato ad un progressivo crollo della crescita: dal +4,7% del periodo 1966-1980 al +1,8% tra il 1981 e il 2007, fino allo zero dell’ultimo ventennio, mentre la pressione fiscale è salita dal 25,3% al 42,2%, comprimendo investimenti e sviluppo.

Confcommercio punta l’indice contro la “fiscocrazia”, l’eccesso di tasse e burocrazia che «riduce l’orizzonte di crescita, penalizza l’innovazione e limita la propensione al rischio imprenditoriale».

Su tutto pesa l’inverno demografico, per il nostro Paese che ha perso circa 9 milioni di giovani under 30 rispetto agli anni 80 (erano quasi 25 milioni oggi sono circa 16 mili0ni), con effetti diretti sulla capacità produttiva. C’è un tema di competenze inadeguate rispetto alle richieste del mercato del lavoro: «Le imprese fanno fatica a trovare persone, ma soprattutto a trovare le competenze giuste - ha aggiunto Sangalli-. Ed è un rischio che è destinato a crescere nei prossimi anni».

Accanto ai giovani, l’altra leva principale per contrastare il declino è «l’aumento della partecipazione femminile al lavoro: un allineamento ai livelli europei consentirebbe, infatti, circa 290mila occupate in più all’anno per il prossimo decennio».

Dai contratti pirata perdite fino a 8mila euro per i lavoratori

Il sistema contrattuale di Confcommercio complessivamente interessa circa 5 milioni di lavoratori. Il solo contratto del terziario firmato da Confcommercio riguarda quasi 2 milioni e mezzo di lavoratori ed è il contratto più applicato in Italia. Il sistema è indebolito da distorsioni interne come il dumping contrattuale: nel terziario circa 154mila lavoratori sono coinvolti in contratti meno tutelanti, con perdite fino a 8mila euro annui, assenza di welfare e effetti negativi sulla concorrenza e sulla produttività.

 Il fenomeno genera anche un impatto sulla finanza pubblica, con un minor gettito contributivo e tributario di circa 560 milioni nel 2025.

In vista dell’annunciato intervento del governo in occasione del 1 maggio a sostegno del lavoro povero, Confcommercio propone di introdurre alcuni principi per contrastare il dumping contrattuale, da applicare per misurare tutte le organizzazioni di rappresentanza delle imprese: la storicità dell’organizzazione; la presenza di un sistema di welfare; il numero di rapporti di lavoro regolati dai contratti; l’appartenenza a organizzazioni internazionali.

«Si è finalmente compreso che il fenomeno del dumping è una piaga sociale che deve essere risolta - ha aggiunto Sangalli-, è una battaglia sociale che richiede il contributo di tutti. Non certo interventi unilaterali, calati dall’alto. E’ inaccettabile tollerare che in un Paese civile ci sia spazio per contratti che pagano di meno i lavoratori, alterano la concorrenza e creano disparità tra imprese e tra lavoratori. Occorre con urgenza un confronto con il Governo».

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