Primo Piano

Transizione green e digitale, oltre 6 miliardi per i nuovi crediti d’imposta

Meno di un anno e mezzo alle imprese per completare gli investimenti. La complessità dei progetti rischia di penalizzare Pmi e Mezzogiorno. Agevolabili le spese in formazione

di Carmine Fotina

3' di lettura

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Immerse da sette anni a questa parte nelle regole del piano Industria 4.0, le imprese devono ora rapidamente entrare in una nuova filosofia di investimento.

I crediti d’imposta del nuovo piano del ministero delle Imprese e del made in Italy (Mimit), ribattezzato Transizione 5.0, premiano i progetti di innovazione in cui al rinnovo dei macchinari in chiave di digitalizzazione deve essere collegato un risparmio energetico certificato. Un cambiamento sostanziale delle dinamiche di spesa collegate ai beni strumentali.
La crasi tra le due transizioni – digitale e green – ha prodotto uno schema di incentivazione da 6,23 miliardi finanziato con i fondi Pnrr e diventato operativo con un certo ritardo solo il 7 agosto. Così oggi, davanti alle imprese intenzionate a prenotarsi per il credito d’imposta, si presenta una finestra utile per gli investimenti che è decisamente stretta. Le lentezze dell’iter attuativo hanno fatto sì che resti meno di un anno e mezzo per completare gli investimenti.

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Dal 1° gennaio 2024-31 dicembre 2025

Il decreto emanato dal Mimit, di concerto con l’Economia e sentito l’Ambiente, mette nero su bianco il periodo 1° gennaio 2024-31 dicembre 2025 come arco di tempo da sfruttare, un margine esiguo vista la complessità degli oneri documentali da produrre e della messa a terra dei progetti. La possibilità di concedere alle aziende almeno un po’ di respiro in più – con una deroga, per il primo anno, fino al 30 aprile 2025 a fonte di un acconto del 50% - è infatti saltata nel passaggio dalle bozze iniziali al testo finale.
La principale sfida, della quale sono ben consapevoli il ministero delle Imprese e del made in Italy e il ministero dell’Economia, è dunque assorbire completamente il plafond di oltre 6 miliardi senza sforamenti che inficino gli impegni assunti con la Commissione europea nell’ambito del Pnrr.

La griglia dei crediti d’imposta, che arriva fino al 45% con un tetto dei costi ammissibili pari a 50 milioni annui, ha potenzialmente un’enorme capacità di attrazione e questo ispira comunque ottimismo tra i tecnici di governo. Semmai un’ulteriore riflessione si può fare sul livello trasmissivo della spinta innovativa a beneficio di tutto il tessuto produttivo. La risposta da parte delle imprese potrebbe del resto non essere omogenea.

Già nei primi giorni di attivazione del portale per prenotare i crediti d’imposta – sul sito www.gse.it – si è registrata una maggiore prudenza da parte delle piccole imprese rispetto a quelle di maggiori dimensioni. Il mix delle certificazioni e degli altri attestati da caricare, tra l’altro in un periodo complicato come quello di agosto, nonché la complessità stessa dei progetti da mettere in campo, con relativi impegni sul fronte dell’efficientamento energetico e dell’uso delle fonti rinnovabili, potrebbe rivelarsi un elemento divaricatore.

In altre parole, il piano, più di quanto accaduto con Industria 4.0, potrebbe vedere in prima linea un numero di grandi imprese visibilmente prevalente rispetto alle Pmi.
Analoga considerazione si può fare nell’equilibrio degli investimenti per aree geografiche. L’esperienza di Industria 4.0 dice che due terzi degli investimenti sono stati effettuati in tre sole regioni: Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. Il Mezzogiorno ha mostrato una capacità di assorbimento di questo tipo di incentivi che non va oltre il 20 per cento. Le previsioni sull’andamento delle agevolazioni 5.0 non si discostano molto e nelle intenzioni dell’esecutivo dovrebbe essere principalmente il credito d’imposta della Zona economica speciale unica del Sud a compensare, almeno in parte, lo squilibrio.

Gli investimenti in formazione

Al test sul campo sono poi attesi gli investimenti in formazione. Il piano Transizione 5.0, tiene a sottolineare il ministro delle Imprese e del made in Italy Adolfo Urso, «si presenta come un nuovo strumento di politica industriale chiamato a coniugare innovazione e formazione». Dopo essere state accantonate nella fase finale di Industria 4.0, infatti, le spese per l’attività di formazione collegate alla doppia transizione, digitale e green, sono state recuperate, pur con vincoli suppletivi e un plafond di spesa contenuto: tetto per beneficiario a 300mila euro ed entro il 10% degli investimenti incentivabili, effettuati in beni strumentali e in impianti per l’autoproduzione di energia rinnovabile.


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