Scenari nei Balcani

Tra Expo 2027 e cancellerie Ue, Vucic gioca la carta delle elezioni

Per il presidente serbo è il settimo ricorso alle urne dal 2012. L’obiettivo è lasciarsi alle spalle le tensioni nate dopo il tragico incidente a Novi Sad, che ha causato 16 vittime e una inchiesta sull’uso dei fondi legato ad aziende cinesi. La mossa potrebbe incoronare il leader quale nuovo primo ministro. A favore della stabilità gli interessi industriali delle capitali europee e la capacità del governo locale di rifornire di munizioni l’Ucraina

Manifestazioni a Belgrado dopo l’annuncio delle elezioni anticipate

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Quando il primo novembre 2024 la pensilina monumentale in cemento armato della stazione ferroviaria di Novi Sad si è schiantata al suolo provocando sedici vittime, la traiettoria politica della Serbia contemporanea ha subito una torsione irreversibile. Quella tettoia, costruita nel 1964 e appena restituita all’uso pubblico al termine di un imponente cantiere di riqualificazione affidato al consorzio di Stato cinese composto da China Railway International e China Communications Construction Company, non ha solo travolto vite umane; ha infranto l’impalcatura retorica su cui il presidente Aleksandar Vucic ha fondato oltre un decennio di egemonia incontrastata: il mito della modernizzazione infrastrutturale rapida, muscolare e insindacabile. Nelle settimane successive al disastro, le perizie tecniche indipendenti e le inchieste giornalistiche hanno scoperchiato una catena di omissioni sistemiche: l’aggiunta di pesanti strutture in acciaio, vetrate e rivestimenti in ceramica era stata ancorata a tiranti metallici vecchi di sessant’anni, logorati dalla corrosione e mai sottoposti a collaudo di carico. A rendere la tragedia una crisi istituzionale è stato il regime di segretezza contrattuale imposto dal Ministero delle Costruzioni, dei Trasporti e delle Infrastrutture, che in virtù degli accordi intergovernativi con Pechino aveva sottratto gli allegati tecnici e i registri di supervisione al controllo pubblico. La mobilitazione civile, guidata da collettivi studenteschi e scandita dallo slogan “Korupcija ubija” («La corruzione uccide»), ha costretto alle dimissioni il ministro delle Costruzioni Goran Vesić, l’allora ministro del Commercio Tomislav Momirović e la direttrice ad interim di Infrastruktura Železnice Srbije, Jelena Tanasković. Nel dicembre 2024 la Procura Superiore di Novi Sad ha formalizzato l’imputazione di tredici figure chiave per gravi delitti contro la pubblica incolumità, mentre l’Alta Corte di Belgrado avviava indagini su presunti danni all’erario per circa 115 milioni di dollari.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Vucic in Francia

Il presidente serbo Aleksandar Vucic ricevuto all’Eliseo lo scorso 9 settembre da Emmanuel Macron

La risposta è stata: ricorrere all’arma dello scioglimento anticipato del Parlamento. Fissando le elezioni legislative per il 25 ottobre - il settimo ricorso alle urne dal 2012 - Vucic non ha compiuto un passo indietro, ma ha azionato un interruttore di sicurezza istituzionale. Sciogliere l’Assemblea Nazionale disperde l’ondata di sdegno civile nei mille rivoli di una contesa elettorale asimmetrica, congela le commissioni d’inchiesta parlamentari e prepara il terreno per una manovra costituzionale pianificata da tempo: consentire a Vucic, impossibilitato a ricandidarsi al Quirinale serbo nel 2027 per il limite dei due mandati consecutivi imposto dall’articolo 116 della Costituzione, di assumere la guida del governo come Primo Ministro.

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Expo 2027: il baricentro del potere

La posta in gioco del voto di ottobre non risiede nell’avvicendamento formale dei seggi, ma nella salvaguardia di un impianto economico che costituisce l’asse portante del Partito Progressista Serbo (SNS): la grande partita di Expo 2027 e del macro-piano nazionale «Salto nel futuro» (Skok u budućnost). Ufficialmente, il primo vicepresidente del governo e ministro delle Finanze, Siniša Mali, circoscrive l’impegno finanziario diretto per l’area espositiva di Surčin a 1,2 miliardi di euro, destinati ai padiglioni fieristici, al complesso per gli sport acquatici, all’allacciamento ferroviario Zemun-Aeroporto-Surčin da 140 milioni e al distretto residenziale da 1.500 alloggi. Ma il perimetro reale delle risorse mobilitate dal regime racconta un’altra verità. L’ombrello strategico annunciato dalla presidenza mobilita 17,8 miliardi di euro ripartiti su 323 interventi infrastrutturali su scala nazionale: dallo Stadio Nazionale di Surčin ai corridoi autostradali Morava e Fruška Gora, dal polo biotecnologico BIO4 Campus fino alla linea ferroviaria ad alta velocità tra Novi Sad e Subotica.

Questo flusso di capitali pubblici poggia su un’architettura giuridica d’eccezione. Nel novembre 2023 il Parlamento ha promulgato la Lex Specialis su Expo 2027 (Gazzetta Ufficiale n. 92/2023), completata nel febbraio 2024 dal regolamento governativo sugli appalti speciali (Gazzetta Ufficiale n. 8/2024). Questo dispositivo normativo sottrae integralmente i lavori legati a Expo alle prescrizioni ordinarie della Legge sugli Appalti Pubblici, delegando l’esecuzione alla capogruppo statale EXPO 2027 d.o.o. e a una rete di veicoli societari dedicati (SPV). In base a queste norme, le gare d’appalto non richiedono pubblicazione sui canali europei, i criteri di assegnazione sono determinati in via fiduciaria dai direttori di nomina ministeriale e i ricorsi amministrativi non sospendono l’apertura dei cantieri. Come rilevato a più riprese dal Consiglio Fiscale della Repubblica di Serbia (Fiskalni savet), finanziare questa mole di opere attraverso debito sovrano in una fase di tassi elevati dilata il deficit, gonfia gli oneri per interessi ed esautora la spesa corrente per istruzione e sanità. Eppure, per la classe dirigente di Belgrado la continuità è un imperativo categorico: perdere il controllo dell’esecutivo significherebbe consegnare l’intera filiera dei contratti d’eccezione alle verifiche retrospettive della Corte dei Conti.

La frammentazione strategica delle capitali europee

La straordinaria resilienza del sistema Vucic non si spiega tuttavia con i soli equilibri interni. Essa è il prodotto diretto di una politica estera multi-vettore, capace di capitalizzare le debolezze e gli interessi divergenti delle principali cancellerie occidentali. Mentre le istituzioni comunitarie a Bruxelles denunciano lo stallo negoziale sui capitoli dello Stato di diritto e della concorrenza, i singoli governi europei trattano con Belgrado secondo metriche squisitamente bilaterali, commerciali e securitarie.

 

Germania: la ragion di Stato dell’automotive

Per Berlino, la Serbia è determinante nella riconfigurazione della propria sicurezza industriale. Il 19 luglio 2024, la firma a Belgrado del Memorandum d’Intesa tra l’Unione Europea e la Serbia sulle materie prime sostenibili, le catene del valore delle batterie e i veicoli elettrici, alla presenza del cancelliere Olaf Scholz, ha sancito l’allineamento tedesco agli interessi del regime serbo. Al centro del patto c’è il contestatissimo giacimento di litio della valle di Jadar, sviluppato da Rio Tinto, un asset da cui si prevede di estrarre fino a 58.000 tonnellate annue di carbonato di litio per batterie, sufficienti a sostenere la produzione di circa 1,1 milioni di veicoli elettrici. Per l’industria automobilistica tedesca, impegnata in una complessa transizione verso l’elettrico e schiacciata dalla concorrenza asiatica, l’accesso a un bacino minerario continentale rientra tra le priorità di sicurezza nazionale delineate dal Critical Raw Materials Act. Nonostante le riserve espresse dai Verdi nel Bundestag per l’approccio alle proteste ambientaliste in Serbia, la linea pragmatica di Berlino non ha subito deviazioni: la stabilità dell’esecutivo Vucic è considerata necessaria per assicurare l’approvvigionamento del polo manifatturiero germanico.

Francia: l’aerospazio come garanzia di protezione politica

Se la Germania guarda al sottosuolo serbo, la Francia ha blindato la propria relazione con Belgrado attraverso il settore degli armamenti. Il 29 agosto 2024, durante la visita ufficiale del presidente Emmanuel Macron, il Ministero della Difesa serbo ha firmato con Dassault Aviation una commessa da 2,7 miliardi di euro per l’acquisto di dodici caccia multiruolo Dassault Rafale nuovi di fabbrica (nove monoposto e tre biposto). L’operazione possiede una portata strategica rilevantissima: svincola le forze aeree di Belgrado dalla storica dipendenza dalle piattaforme sovietiche e russe MiG-29, ancorando la manutenzione, l’avionica e l’addestramento militare della Serbia alla Francia per i prossimi trent’anni. In cambio di questo successo industriale, Parigi offre al presidente serbo una sponda politica fondamentale all’interno del Consiglio europeo.

Italia: diplomazia della manifattura e controllo delle rotte

La postura di Roma, confermata dall’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, risponde a una combinazione di prossimità geografica, tutela degli investimenti industriali e gestione securitaria dei confini. L’Italia si conferma tra i primi partner commerciali e investitori diretti in Serbia, con un tessuto di centinaia di imprese insediate nei settori automobilistico, tessile, meccanico e bancario. Belgrado rappresenta per l’apparato produttivo italiano una piattaforma privilegiata di nearshoring, a poche ore di trasporto dai distretti industriali del Nord-Est. Sul versante geostrategico, Palazzo Chigi considera la Serbia il perno imprescindibile per il contenimento della rotta migratoria balcanica e per la stabilità delle enclave serbe in Kosovo e della Repubblica Srpska in Bosnia ed Erzegovina. Roma ha promosso i vertici ministeriali periodici per i Balcani Occidentali sostenendo l’accelerazione dell’adesione europea della Serbia senza l’imposizione di rigidità procedurali.

Regno Unito: l’azione tra intelligence e contenimento finanziario

Fuori dalle dinamiche di consenso dell’Unione europea, Londra osserva la Serbia attraverso una lente quasi esclusivamente legata alla sicurezza e al contrasto della criminalità finanziaria. Il Foreign, Commonwealth and Development Office (FCDO) e l’apparato di sicurezza britannico mantengono un atteggiamento di vigile distacco nei confronti della dirigenza serba, accentuato dalle tensioni nel nord del Kosovo e dagli scontri armati di Banjska. Il Regno Unito esercita la propria influenza attraverso strumenti sanzionatori indipendenti, diretti a colpire le reti clientelari e le figure dell’intelligence (in particolare all’interno della BIA) sospettate di collusioni con il crimine organizzato regionale o con attori ibridi moscoviti. Tuttavia, anche la fermezza britannica trova un limite oggettivo nella salvaguardia degli equilibri regionali: Londra non persegue una rottura totale con Belgrado, consapevole che isolare la presidenza serba accelererebbe la saldatura tra l’apparato militare nazionale e le forniture strategiche provenienti da Pechino e Mosca.

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Zelensky in Serbia

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky in occasione delle visita in Serbia lo scorso agosto

L’arbitraggio globale: tra munizioni a Kiev e Pechino

A completare lo scudo geopolitico del governo serbo interviene la sapiente gestione dei canali con l’Est e con la guerra in Ucraina. Da un lato, il 1° luglio 2024 è entrato formalmente in vigore lo storico Accordo di Libero Scambio con la Repubblica Popolare Cinese, che ha azzerato immediatamente i dazi su oltre il 60% delle voci doganali, con una traiettoria a salire fino al 95% in un decennio. Le multinazionali cinesi governano i principali polmoni d’esportazione del Paese — dal colosso minerario del rame e dell’oro di Bor (Serbia Zijin Mining) alle acciaierie di Smederevo gestite dal gruppo HBIS —, garantendo un polmone di liquidità immune a qualunque clausola di condizionalità democratica. Dall’altro lato, Vucic continua a offrire all’Occidente un dividendo tattico insostituibile: mentre rifiuta formalmente di allinearsi alle sanzioni europee contro la Russia per non alienarsi l’elettorato nazionalista e mantenere le forniture di gas naturale garantite da Gazprom via Balkan Stream, autorizza l’esportazione indiretta di ingenti quantitativi di proiettili d’artiglieria e munizionamento prodotti dalle fabbriche statali Zastava Oružje e Krušik. Transitando attraverso società terze e acquirenti occidentali, queste forniture riforniscono sistematicamente i reparti delle Forze Armate ucraine al fronte, garantendo alla presidenza serba una tacita immunità diplomatica a Washington e presso i comandi Nato.

Lo scenario post elettorale

La tornata elettorale del 25 ottobre si colloca in questo quadro di pesi e contrappesi. Sebbene l’opposizione civica, verde e liberale mantenga un consenso significativo nelle grandi aree urbane di Belgrado, Niš e Novi Sad, la capacità del partito di governo di mobilitare oltre 700.000 tesserati, controllare la programmazione dei canali televisivi nazionali ed esercitare una pressione diretta sui dipendenti pubblici rende lo scenario di una riconferma della maggioranza (tra 130 e 145 seggi) l’esito di gran lunga più probabile. Ne seguirebbe la riconfigurazione dell’esecutivo (completamento del passaggio di Vucic alla carica di Primo Ministro, lasciando la presidenza della Repubblica a una figura di stretta osservanza partitica) e successivamente una accelerazione della spesa pubblica straordinaria (approvazione di costanti assestamenti di bilancio sostenuti dall’erogazione delle tranche del nuovo Piano di Crescita per i Balcani Occidentali da 1,58 miliardi approvato da Bruxelles). In sintesi, finché la Serbia saprà offrire minerali critici alle fabbriche tedesche, ordini militari all’aeronautica francese, contenimento migratorio all’Italia e munizioni alle trincee ucraine, il prezzo della stabilità continuerà a essere convalidato dalle cancellerie occidentali.

Charlye Ghezzi è analista geopolitico e specialista in tecnologia e sicurezza governativa

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