Ciclismo

Tour de France, arriva la super tappa dei Pirenei: quando, dove seguirla e perché è leggendaria

Le montagne dei Pirenei, tra miti e storia, sono il palcoscenico delle sfide più dure del ciclismo internazionale

di Dario Ceccarelli

4' di lettura

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Signorina Maccabei, per favore dove sono i Pirenei?“ Professore, io non lo so, lo dica lei…”.

Se anche voi, come nella divertente filastrocca della Classe degli asini, non ricordate bene dove stanno i Pirenei, questo sabato 19 luglio vi conviene sintonizzarvi sulle strade del Tour de France (Raidue dalle 14.45, Eurosport dalle 13) per gustarvi il piatto forte del trittico pirenaico: e cioè il tappone che da Pau va al traguardo in quota di Luchon Superbagnares.

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Siamo nel cuore di queste montagne situate nella regione dell’Occitania nel dipartimento degli Alti Pirenei. E la tappa in questione, la 14esima della Grande Boucle, è una frazione tra le nuvole che arriva alla mèta dopo aver scalato in sequenza giganti come il Tourmalet, l’Aspin e il Peyresourd. In totale 182 chilometri. Il gran finale, come nei fuochi d’artificio, prevede l’ultima salita di 12,4 km con una pendenza al 7,5% che termina appunto a Superbagnares.

Qui, l’avrete capito, non siamo solo nel cuore del Pirenei ma anche nel cuore più profondo del ciclismo. Ogni salita evoca un’impresa, ogni cima un passaggio leggendario di qualche campione che ha lasciato una traccia nella memoria collettiva

Qual è la magia? Perchè i Pirenei, grazie anche al Tour, continuano a esercitare questo fascino misterioso? In effetti c’’è qualcosa di insondabile nel richiamo di queste cime che non sono particolarmente belle, anzi. Spesso sono brulle e aride. Prive dell’eleganza e della maestosità delle Alpi. E neppure confrontabili con l’aliena natura vulcanica del Mont Ventoux.

In luglio, quando passa il Tour, c’è un sole accecante, pochi alberi e una calura che non dà scampo. Un senso di vuoto improvviso che sconfina con il cielo luminosissimo. Guardarlo di notte, nell’immensa notte stellata, non sporcato da luci innaturali, dà una vertigine senza uguali. Anche la presenza della Spagna, appena al di là della frontiera, con la sua cucina e le sue abitudini, è molto sentita. Come il mare quando sai che c’è ma non lo puoi vedere.

L’intreccio col Tour è fortissimo. Perchè i Pirenei, per la Grande Boucle, sono anima e identità assieme. Non a caso il presidente Francois Macron in maniche di camicia arrotolate questo giovedì ha portato il suo saluto nella tappa di Hautacam, quella dominata da Pogacar.

Il Tour è nato nel 1903. E già 7 anni dopo - nel 1910 - passò per la prima volta da queste montagne che si estendono per circa 400 chilometri. A molti corridori, anche nel Dopoguerra, i Pirenei non sono mai piaciuti. Charly Gaul, scalatore che non ha bisogno di presentazioni, chiamava i Pirenei “luoghi infami con strade di merda”. Un elegante francesismo che però rende bene l’idea del carattere, così era soprannominato, dell’Angelo della montagna

Non si contano i grandi campioni che hanno scritto il mito dei Pirenei, a cominciare da Ottavio Bottecchia, il primo vincitore italiano del Tour (nel 1924 e 1925). Gino Bartali nel 1948 vinse a Lourdes e poi trionfò a Parigi. Ill grande Fausto Coppi alzò le braccia a Pau nel 1952 (era l’anno della seconda doppietta col Giro). l’incontenibile Eddy Merckx dominò nel 1969 con una fuga memorabile che fece da viatico al primo dei suoi cinque successi. L’ultimo italiano a conquistare una tappa pirenaica del Tour è stato Nibali, primo in maglia gialla ad Hautacam nella mai dimenticata edizione del 2014, che Vincenzo dominò.

Ma è inutile girarci attorno. Il centro pulsante di questa tappa, è il magico Tourmalet, con i suoi 2015 metri d’altezza. Qui si può trovare una stele che ricorda Jacques Goddet. lo storico direttore del Tour. Se potesse parlare, il Tourmalet avrebbe tante storie da raccontare. Una di queste è riassunta da un grido disperato: «Assassini!». «Assassini». Fu di Octave Lapize, che vinse, stremato, le due prime tappe pirenaiche della storia. Il 21 luglio scollinò per primo — si dice a piedi — in un percorso che comprendeva anche l’Aubisque, l’Aspin e proprio il Peyresourde. I giornali dell’epoca lo incoronano «Signore dei Pirenei». Morì durante la Prima guerra mondiale, quattro anni dopo. Difficile capire dove finisca la cronaca e inizi la leggenda.

Ma la storia più bella, certamente la più suggestiva, è quella che attribuisce ad Adolphe Steines, storico disegnatore della corsa inventata da Henri Desgrange, la scoperta di questa cima che, prima del Tour, era percorsa abitualmente da pastori e pellegrini su una strada termale inaugurata nel 1864 da Napoleone III.

Ma questa scoperta non fu una passeggiata. Secondo la leggenda, rinforzata da tanti bicchieri di rosso, Steines arrivò al Tourmalet in pieno inverno con una bufera di neve che bloccò la sua auto. Cercando di andare avanti a piedi finì in un burrone dove fu soccorso il giorno dopo.

“Possiamo tranquillamente inserire il Tourmalet nel prossimo percorso” scrisse Steiner a Desgrange con un tempestivo telegramma. Nel quale naturalmente non si faceva cenno alle sue incredibili disavventure.

Erano altri tempi , poco social, in cui il lamento non era contemplato. E neppure mettersi al centro della scena. Comunque il Tourmalet, nel tempo, ha avuto enormi riconoscimenti. Basti pensare che nessuna montagna è stata scalata dal Tour come questa cima: 86 volte. E tre sono le tappe finite in cima: quella del 1974, vinta da Jean -Pierre Danguillaume, quella del 2010 da Andy Schleck e quella del 2019 da Thibaut Pinot.

Lunga vita allora ai Pirenei e al carismatico Tourmalet. Qualcuno dice che le Alpi -con il Galibier, l’izoard, l’Alpe d’Huez,sono più evocative, più dense di rimandi al mondo antico, ai cavalieri erranti. Ma i veri palati fini del Tour, quelli che in bici e in roulotte seguono la carovana per 3 settimane, preferiscono queste montagne più selvagge e primitive. Che non a caso sono ancora battute dagli orsi. I fieri orsi bruni che gli allevatori osteggiano più del lupo.

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