Scambi commerciali

Sulla pasta italiana arriva la tegola di un dazio Usa al 107%

L’extra-tariffa è stata decisa a seguito di un’indagine antidumping contro i marchi Garofalo e La Molisana. Farnesina e Masaf già al lavoro sul dossier

di Micaela Cappellini

Aggiornato il 4 ottobre 2025, alle ore 20:00

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Non c’è pace per il made in Italy alimentare negli Stati Uniti, la sua più importante destinazione di export dopo il mercato europeo. A partire dal primo gennaio 2026 l’amministrazione Usa si prepara a imporre un dazio addirittura del 107% sulla pasta italiana. Alla tariffa del 15% già imposta dalla Casa Bianca, infatti, starebbe per aggiungersi un ulteriore 91,74%, motivato dalle accuse di dumping che l’amministrazione Usa rivolge in particolare a due società italiane produttrici di pasta, La Molisana e Garofalo, che sarebbero state oggetto di un’indagine del Dipartimento del Commercio americano.

Ogni anno, su richiesta di alcune aziende americane produttrici di pasta, il ministero del Commercio Usa avvia un’indagine sulle importazioni di questo prodotto dall’Italia, ma di solito questo genere di revisioni si concludono con tariffe aggiuntive dell’1 o del 2% al massimo. Questa volta, invece, per il periodo compreso tra il 1° luglio 2023 e il 30 giugno 2024 sarebbero stati riscontrati margini di dumping medi ponderati, appunto, del 91,74%. Nella relazione del dipartimento, oltre a La Molisana e Garofalo, sono citati altri esportatori tra cui: Agritalia, Aldino, Antiche Tradizioni Di Gragnano, Barilla, Gruppo Milo, Pastificio Artigiano Cav. Giuseppe Cocco, Pastificio Chiavenna, Pastificio Liguori, Pastificio Della Forma, Pastificio Sgambaro, Pastificio Tamma e Rummo. Il nuovo dazio si applicherà a tutti questi; per chi invece già produce negli Usa - come per esempio Barilla - l’impatto della tariffa sarà minore.

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La Farnesina ha fatto sapere che sta seguendo il procedimento già da inizio settembre, quando cioè il Dipartimento del Commercio statunitense ha pubblicato l’esito preliminare della sua indagine. Anche il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, ha già preso in mano il dossier: «Insieme con l’ambasciatore italiano negli Stati Uniti, Marco Peronaci, seguiamo con attenzione la presunta azione anti dumping, che farebbe scattare un meccanismo iper protezionista verso i nostri produttori di pasta del quale non vediamo nè la necessità nè alcuna giustificazione».

Per Luigi Scordamaglia, amministratore delegato di Filiera Italia, si tratta di una vera e propria «forzatura, intervenuta in un momento particolarmente delicato, che avvantaggerà chi produce pasta negli Stati Uniti, danneggiando tutti quelli che esportano invece la pasta dall’Italia verso gli Usa».

Il super-dazio al 107% rischia di travolgere uno dei settori più distintivi del made in Italy nel mondo. Degli oltre 4 milioni di tonnellate di pasta che l’Italia produce ogni anno, infatti, il 60% prende la via dell’estero: il solo mercato a stelle e strisce, per i nostri pastai, vale quasi 700 milioni di dollari, su un settore che in totale fattura ogni anno 8,7 miliardi di euro.

I pastai di Unione italiana food definiscono senza mezzi termini il 91,74% di dazi «un insulto al prodotto del made in Italy per eccellenza, segno che si tratta di una decisione politica non tecnica. La pronuncia del Dipartimento del Commercio americano ci ha molto colpiti ed amareggiati: è stata la più severa mai vista». La Coldiretti definisce questa decisione americana «un colpo mortale per il made in Italy. Un dazio del 107% raddoppierebbe il costo di un primo piatto per le famiglie americane e aprirebbe un’autostrada all’Italian sounding». La Coldiretti chiede quindi che il Governo italiano e l’Unione europea si attivino «per difendere il prodotto simbolo della dieta mediterranea e tutelare il lavoro, la qualità e la reputazione di un intero sistema agroalimentare che rappresenta l’Italia nel mondo».

«Mentre gli Stati Uniti colpiscono il made in Italy, il governo Meloni continua a fare scena muta - ha detto la senatrice di Italia Viva, Silvia Fregolent -. Dove sono finite le azioni concrete per difendere le nostre imprese? Le aziende non possono vivere di annunci: servono risorse vere, strumenti di sostegno immediati e una strategia commerciale a tutela delle nostre esportazioni. Altrimenti, tra dazi e concorrenza sleale, a pagare il prezzo saranno lavoratori e famiglie italiane».

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