Studio rivela: filtri di sigaretta persistono in natura per decenni
La ricerca, pubblicata Environmental Pollution, è stata portata avanti dall’Università Federico II di Napoli
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Non solo fumo. Con il tempo arrivano anche le microplastiche. Perché la vita delle sigarette, una volta spente, continua nel filtro che non sparisce neppure dopo dieci anni. Con effetti sull’ambiente, sui suoli o nell’acqua. A ricostruire il quadro, disegnando la vita del mozzicone della sigaretta in un periodo di 120 mesi è la ricerca ricerca realizzata con il contributo di diversi laboratori dell’Università Federico II (coordinamento del professo Giuliano Bonanomi, Dipartimento di Agraria) e del Cnr in cui sono state monitorate, proprio per un decennio le
trasformazioni chimiche, microbiologiche e tossicologiche dei filtri nel terreno. Con il risultato che i filtri in acetato di cellulosa non si biodegradano, ma si ma si frammentano progressivamente in microplastiche persistenti.
«In un contesto in cui la sostenibilità implica prodotti pensati per essere riutilizzati, riciclati o realmente biodegradabili, il filtro della sigaretta si colloca all’opposto - premette Luigi di Costanzo, docente universitario del dipartimento di Scienze Agrarie dell’Università Federico II di Napoli -: un oggetto monouso con una permanenza ambientale che può estendersi per molti anni».
Lo studio
Lo studio, pubblicato anche su Environmental Pollution, ha seguito la decomposizione dei filtri in condizioni controllate e in campo, simulando ambienti urbani, suoli sabbiosi e terreni ricchi di sostanza organica. «A differenza di quanto pensiamo - argomenta il docente - i dati mostrano che il mozzicone non scompare in pochi mesi: in ambiente urbano, dopo dieci anni, fino alla metà complessiva del filtro può essere ancora nel suolo».
Tutto è legato alla composizione in acetato di cellulosa, una plastica derivata dalla cellulosa naturale ma modificata chimicamente per aumentarne la resistenza e la stabilità. «Dopo dieci anni, la perdita di massa varia in modo significativo a seconda dell’ambiente - aggiunge - . In assenza di suolo, una condizione che riproduce superfici urbane o ambienti poveri di attività biologica, la perdita si ferma intorno al 52%. Significa che circa metà del materiale iniziale è ancora presente dopo un decennio».


