Ambiente e inquinamento

Studio rivela: filtri di sigaretta persistono in natura per decenni

La ricerca, pubblicata Environmental Pollution, è stata portata avanti dall’Università Federico II di Napoli

di Davide Madeddu

Come si trasforma la cicca di sigaretta

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Non solo fumo. Con il tempo arrivano anche le microplastiche. Perché la vita delle sigarette, una volta spente, continua nel filtro che non sparisce neppure dopo dieci anni. Con effetti sull’ambiente, sui suoli o nell’acqua. A ricostruire il quadro, disegnando la vita del mozzicone della sigaretta in un periodo di 120 mesi è la ricerca ricerca realizzata con il contributo di diversi laboratori dell’Università Federico II (coordinamento del professo Giuliano Bonanomi, Dipartimento di Agraria) e del Cnr in cui sono state monitorate, proprio per un decennio le

trasformazioni chimiche, microbiologiche e tossicologiche dei filtri nel terreno. Con il risultato che i filtri in acetato di cellulosa non si biodegradano, ma si ma si frammentano progressivamente in microplastiche persistenti.

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«In un contesto in cui la sostenibilità implica prodotti pensati per essere riutilizzati, riciclati o realmente biodegradabili, il filtro della sigaretta si colloca all’opposto - premette Luigi di Costanzo, docente universitario del dipartimento di Scienze Agrarie dell’Università Federico II di Napoli -: un oggetto monouso con una permanenza ambientale che può estendersi per molti anni».

Lo studio

Lo studio, pubblicato anche su Environmental Pollution, ha seguito la decomposizione dei filtri in condizioni controllate e in campo, simulando ambienti urbani, suoli sabbiosi e terreni ricchi di sostanza organica. «A differenza di quanto pensiamo - argomenta il docente - i dati mostrano che il mozzicone non scompare in pochi mesi: in ambiente urbano, dopo dieci anni, fino alla metà complessiva del filtro può essere ancora nel suolo».

Tutto è legato alla composizione in acetato di cellulosa, una plastica derivata dalla cellulosa naturale ma modificata chimicamente per aumentarne la resistenza e la stabilità. «Dopo dieci anni, la perdita di massa varia in modo significativo a seconda dell’ambiente - aggiunge - . In assenza di suolo, una condizione che riproduce superfici urbane o ambienti poveri di attività biologica, la perdita si ferma intorno al 52%. Significa che circa metà del materiale iniziale è ancora presente dopo un decennio».

La vita della cicca di sigarette

Il dato è differente quando si parla di suoli sabbiosi, dato che la degradazione aumenta e si colloca tra il 66% e il 76%. «Nei suoli di un prato, più ricchi di sostanza organica, la perdita di massa può arrivare fino all’84% - aggiunge ancora il professore -. Anche in questo caso, tuttavia, non si osserva una completa mineralizzazione in anidride carbonica e composti minerali: una quota residua permane nel sistema. La degradazione è dunque lenta e fortemente dipendente dalla presenza di nutrienti e microrganismi attivi nel suolo».

Nei terreni più fertili il materiale viene progressivamente colonizzato da microrganismi e mostra segni di rielaborazione biologica più intensa rispetto agli ambienti urbani o sabbiosi. «La trasformazione, tuttavia, non equivale a una biodegradazione completa».

L’ecotossicità

Oltre alla degradazione fisica, lo studio ha valutato l’ecotossicità del percolato dei mozziconi. Risultato? «I mozziconi freschi mostrano una tossicità elevata. Concentrazioni di percolato inferiori al 7% sono sufficienti a produrre un effetto del 50% su un batterio marino sensibile, Aliivibrio fischeri, organismo comunemente utilizzato nei test di tossicità ambientale - aggiunge ancora l’esperto -. Con il passare del tempo la tossicità si riduce, in parallelo con la perdita delle sostanze più facilmente solubili. Nei primi anni si osserva un calo significativo degli effetti biologici. La dinamica non è però lineare. Intorno ai cinque anni si registra un incremento intermedio della risposta biologica in alcuni test, seguito da una nuova attenuazione».

E, sebbene, dopo dieci anni la tossicità sia ridotta, non è comunque completamente assente. «Questo - conclude Luigi di Costanzo - significa che i residui non possono essere considerati biologicamente inerti nemmeno nel lungo periodo». Con il risultato che «il filtro della sigaretta rappresenta un oggetto a uso singolo con una permanenza ambientale che si misura in anni, talvolta in decenni. Non scompare rapidamente: si trasforma e resta nel sistema».

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