In Europa il carbone oggi costa circa 300 dollari per tonnellata (API 2, per consegna maggio) e a inizio marzo c’erano state punte record addirittura superiori a 500 dollari, contro i 180 dollari di prima della guerra in Ucraina e i 70 dollari di un anno fa. Eppure bruciarlo nelle centrali rimane conveniente, oltre che forse necessario.
Persino l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie), paladina delle emissioni “ net zero”, oggi suggerisce il ricorso al carbone, non solo perché dobbiamo risparmiare gas ma perché in Europa per mesi c’è stato poco vento per l’eolico e troppa siccità per l’energia idroelettrica, mentre il nucleare francese è frenato da pesanti manutenzioni.
E poi c’è l’aspetto economico. È da luglio dell’anno scorso, osserva Bank of America, che in Europa costa meno produrre elettricità dal carbone che dal gas, anche tenuto conto dell’alto prezzo dei permessi per la CO2: il passaggio da un combustibile all’altro, stima la banca, ci ha fatto risparmiare 40 milioni di metri cubi al giorno di gas luglio 2020 e settembre 2021, sia pure inquinando di più.
Il punto è che da molti anni l’Europa cerca – giustamente – di liberarsi del carbone. E questo non ha fatto crollare soltanto i nostri consumi (riducendoli di due terzi tra il 1990 e il 2020, prima della recente risalita) ma anche la nostra produzione domestica.
Le miniere di carbone europee hanno chiuso ancora più in fretta delle centrali, tanto che ormai nella Ue è rimasta solo la Polonia ad estrarre carbone di qualità (hard coal, soprattutto litantrace) e anche la lignite (brown coal, poco pregiata e super inquinante) oggi c’è solo in Germania e pochi altri Paesi dell’Europa Orientale.