Cinema e Media

“Spectateurs”, l’omaggio al cinema di Arnaud Desplechin

di Andrea Chimento

2' di lettura

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Dopo Leos Carax è il turno di Arnaud Desplechin a raccontarsi e raccontare la sua passione per il cinema: se Carax aveva entusiasmato con il suo “C’est pas moi”, Desplechin propone un’operazione paragonabile, seppur formalmente molto diversa, con “Spectateurs”, uno dei film più attesi tra le proiezioni speciali del Festival di Cannes di quest’anno.

Desplechin sceglie ancora il personaggio di Paul Dédalus – creato per il film del 1996 “Comment je me suis disputé… (ma vie sexuelle)” e ripreso poi nel 2015 ne “I miei giorni più belli” – come suo alter ego sempre più esplicito. “Spectateurs” è un film incentrato sulla passione per il cinema del regista e del suo Paul, di cui seguiamo le prime esperienze da bambino in una sala cinematografica fino alla consapevolezza maturata col passare degli anni.

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Come nei due film sopracitati, Paul da adulto è interpretato da Mathieu Amalric, attore feticcio per Desplechin e interprete di alcuni dei film più riusciti della sua carriera come “I re e la regina” (2004) e il potentissimo “Racconto di Natale” (2008).

Mescolando il linguaggio del documentario con quello della finzione, senza dimenticare un ampio uso dei materiali d’archivio, Desplechin firma un (auto)ritratto variopinto e sincero, in cui si sente tutta la spinta personale ed emotiva che ha dato vita a questa curiosa operazione.

Le citazioni del passato

Da “Il cacciatore” di Michael Cimino a “I 400 colpi” di François Truffaut, passando per il documentario “Shoah” di Claude Lanzmann, che occupa un lungo frammento del film e che sembra essere stata davvero una visione indimenticabile per Desplechin, sono innumerevoli le citazioni e gli omaggi che il regista francese fa alla (sua!) storia del cinema.

L’idea alla base della pellicola è semplice e sicuramente già vista, ma “Spectateurs” è comunque un prodotto capace di toccare le giuste corde emotive e di far appassionare il pubblico più cinefilo.

Lo stile è a tratti di maniera, ma la visione resta godibilissima, coinvolgente e capace di dare adito a più di una riflessione.

Anora

Ricco di passione per il cinema è anche “Anora” di Sean Baker, regista americano che si è fatto conoscere con pellicole decisamente originali come “Starlet” e “Tangerine”.

Tre anni dopo l’altalenante “Red Rocket”, Baker è tornato in concorso al Festival di Cannes con una pellicola che rappresenta probabilmente l’apice della maturità della sua intera carriera.

Protagonista è proprio la Anora del titolo, una ragazza che lavora come stripper in un locale di New York. Nel locale capiterà il figlio di un oligarca russo che si innamora di lei e finirà per chiederle di sposarlo.

In questa pellicola, che può richiamare “Pretty Woman”, Baker mostra una forza stilistica e narrativa ancor più solida dei suoi lavori precedenti, riuscendo a dare vita a un prodotto di buon intrattenimento e anche capace di far divertire.

Nei 138 minuti di durata non tutto è perfetto, ma il disegno d’insieme funziona, anche nell’alternanza tra momenti spensierati e altri molto più cupi.

Notevole prova del cast, con una menzione speciale a Yura Borisov, già apprezzato in “Scompartimento Nr. 6” di Juho Kuosmanen.

Per la sua originalità, “Anora” potrebbe facilmente trovare posto nel palmarès finale.

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