Festival di Cannes

“Grand Tour”, un’esperienza cinematografica di grande fascino

In concorso è stato presentato il nuovo film del regista portoghese. In lizza per la Palma d’oro anche il brasiliano “Motel Destino”

di Andrea Chimento

3' di lettura

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Miguel Gomes continua a giocare con il linguaggio cinematografico in “Grand Tour”, uno dei film più intriganti visti fino a oggi nel concorso del Festival di Cannes.

Da sempre grande sperimentatore, il regista portoghese aveva affascinato nel 2012 con “Tabu”, prima di dare vita nel 2015 a quel gigantesco progetto che risponde al titolo di “Le mille e una notte – Arabian Nights”, un’opera divisa in tre parti per la durata complessiva di 382 minuti, che utilizzava l’omonima raccolta di racconti per riflettere con forza su vari aspetti del Portogallo e del mondo contemporaneo.

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Girato in bianco e nero, con alcune sequenze a colori, “Grand Tour” inizia nella Birmania del 1917. Edward, un funzionario dell’Impero britannico, fugge dalla fidanzata Molly il giorno in cui lei arriva per il loro matrimonio. Durante il viaggio, però, il panico lascia il posto alla malinconia: contemplando il vuoto della sua esistenza, Edward si chiede cosa ne sia stato di Molly. Nel frattempo la ragazza, decisa a sposarsi e stranamente divertita dalla fuga del fidanzato, segue le sue tracce in questo grand tour asiatico.

Si apre mostrando una ruota panoramica, questo film privo di un baricentro e costruito su una sceneggiatura che porterà, volutamente, anche noi spettatori a perderci insieme ai personaggi in scena.

Attraverso un forte utilizzo della voce narrante, Gomes mostra la sua attenzione verso lo storytelling, mescolando forme drammaturgiche diverse e creando una sorta di summa di tutte le ossessioni presenti nelle sue opere precedenti.

Un percorso mistico e politico

Quello che compiono i personaggi del film è un percorso dentro loro stessi, un “grande tour” mistico e spirituale, che unisce spunti storico-politici sulla colonizzazione, abbandonando però le classiche coordinate spazio-temporali per immergerci in uno scenario profondamente simbolico.

In questo lungometraggio complicato, affascinante e respingente allo stesso tempo, la forza delle immagini è davvero notevole, grazie a una cura formale che riesce a rendere perfettamente la relazione tra gli esseri umani e l’ambiente selvaggio che li circonda.

Miguel Gomes alza così ancora di più l’asticella del suo cinema con un film che offre un’esperienza di visione semplicemente unica, capace di confermare il talento di un autore che non lascia mai indifferenti.

Motel Destino

In lizza per la Palma d’oro è anche “Motel Destino”, il nuovo film del regista brasiliano Karim Aïnouz.

Dopo il deludente “Firebrand”, lungometraggio in costume poco nelle sue corde che era stato presentato lo scorso anno sempre sulla Croisette, Aïnouz torna in patria per raccontare una storia senza dubbio più vicina alla sua poetica.

Il motel del titolo è gestito da una coppia la cui esistenza verrà totalmente sconvolta dall’arrivo di Heraldo, un ragazzo in fuga che inizia a lavorare all’interno dell’edificio.

Aïnouz riesce a rendere bene l’atmosfera decadente, per non dire marcescente, del luogo al centro di questa pellicola, un edificio illuminato da luci al neon in cui ogni forma di umanità sembra essere svanita.

La confezione è certamente coerente con quanto si racconta, ma la sceneggiatura segue strade troppo battute e non riesce a sorprendere come vorrebbe e dovrebbe: la cornice, così, vale più del quadro in questa pellicola che finisce per girare troppo a vuoto.

Le emozioni che il regista brasiliano ci aveva regalato con il bellissimo “La vita invisibile di Eurídice Gusmão” del 2019, purtroppo, sono distantissime anche da quest’ultimo prodotto capace di coinvolgere soltanto per alcuni tratti. Peccato perché Aïnouz ha talento, ma ultimamente lo sta dimostrando ben poco.

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