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Sotto pressione gli Etf sui private asset

Si amplia il divario con Wall Street. I rischi legati ai tassi al rialzo

di Andrea Gennai

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La bufera che da inizio anno ha coinvolto il mondo del private credit (o private debt) ha contagiato anche il mondo del private equity. Un effetto domino che ha compresso le quotazioni di questo mondo molto articolato, ma a detta degli esperti se non ci sarà a breve una recessione sulla scia della crisi energetica il business del private equity resta interessante e lo sconto di molte aziende può rappresentare un’occasione. Tutto rientra nel mondo dei cosiddetti asset non quotati, ovvero alternativi ai listini. Nel primo caso si tratta di un canale di finanziamento (debt) alternativo al sistema bancario mentre il private equity tradizionale si muove sul lato dell’acquisto di partecipazioni (equity) finalizzate spesso a uno sbarco in Borsa. Si tratta di due business spesso interconnessi e molti operatori sono attivi in tutti e due gli ambiti.

A CONFRONTO

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Gli strumenti

Sulle principali Borse europee sono quotati oggi 5 Etf legati a questo comparto. Tre hanno uno storico di diversi anni mentre due (Saba e Goldman) sono stati attivati nel corso del 2026. I tre principali Etf (due Ishares e un Xtrackers) da inizio anno perdono tra il 14 e il 18% mantenendo a tre anni un bilancio positivo anche se al di sotto della performance dell’S&P 500. I cali di quest’anno sono dovuti alla crisi del private credit che ha contagiato tutto il settore, colpendo soprattutto le società che sono legate a questo business (si veda altro articolo in pagina). All’interno degli Etf ci sono i principali player internazionali: dalla canadese Brookfield (che lascia sul terreno da inizio anno intorno al 9% facendo meglio di molti competitor) alla britannica 3i Group passando per i gruppi che subiscono le flessioni maggiori (come ad esempio Blackstone, Apollo Global e Kkr) fino alla svedese Eqt Ab (-17% da inizio anno) con fondi specializzati in private equity, infrastrutture e immobiliare.

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IL DIVARIO

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 Le prospettive

«I titoli del private equity - spiega Alberto Conca responsabile investimenti Ifg+Zest - possono essere interessanti dopo il recente storno purché il sistema non vada in recessione e i tassi non schizzino in alto. Oggi i motivi di tensione si sono registrati sul fronte del private debt e soffrono di più gli operatori di private equity che hanno anche fondi nell’ambito del private debt. Il private debt comunque non è un pericolo sistemico in quanto ha un peso marginale e vale meno del 3% dei bilanci delle banche Usa. I fondi di private debt però usano i propri investimenti da dare come collaterale alle banche per prendere prestiti e questo canale sicuramente è più grande e va monitorato con attenzione».

Il private debt oggi ha due aree di maggiore incertezza, il settore commerciale nel campo del real estate e da poco anche il mondo dei software per i rischi connessi alla diffusione dell’intelligenza artificiale. «Detto questo - conclude Conca - le società di private equity continuano a svolgere le loro attività e storicamente questo segmento, anche se illiquido, ha ritorni medi annui intorno al 15% su base quinquennale, un dato molto superiore al private debt e anche all’S&P 500. I rischi grossi possono arrivare solo se la crisi in corso spinge i tassi molto in alto».

L’ANDAMENTO DI ALCUNI BIG DEL PRIVATE EQUITY

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Le strategie

Il tema interessa anche il mondo dei consulenti. Si tratta nel caso degli Etf in questione di una strategia azionaria anche se il sottostante ha delle peculiarità rispetto ai settori tradizionali. «Il private equity - sottolinea Daniele Cottino, Ceo di Bert Consulting Scf - può rappresentare una forma interessante di diversificazione all’interno di un portafoglio. Tuttavia, presenta alcune criticità. Il primo aspetto riguarda le performance. Si tratta di un asset che, pur potendo offrire momenti di decorrelazione, resta in gran parte legato all’andamento dei mercati».

Un secondo elemento è rappresentato dai costi (un Ter compreso tra lo 0,5% e l’1,5%). «Gli Etf - conclude Cottino - sul private equity tendono ad avere commissioni più elevate rispetto agli strumenti tradizionali e, nel tempo, questo può incidere sui rendimenti complessivi. C’è poi il tema delle dimensioni: molti di questi Etf sono relativamente piccoli, con un conseguente potenziale rischio di delisting».

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