Market Mover

Brasile, rally al test elettorale
All’appuntamento col voto il Paese si presenta forte di un’economia in crescita e forti rialzi per azionario e valuta. E ora?
Ascoltalo oradal nostro corrispondente Alberto Magnani
4' di lettura
4' di lettura
NAIROBI - Nei rapporti fra Turchia e Somalia c’è uno spartiacque: il 19 agosto del 2011, il giorno della «storica» visita di Recep Erdogan nel Paese del Corno d’Africa e l’avvio di una nuova fase nei legami sicuritari, strategici e ora energetici fra Ankara e Mogadiscio. Il ministro degli Esteri somalo, Abdisalam Abdi Ali, ha celebrato il quindicesimo anniversario e augurato rapporti a un livello «anche più grande» di quello maturato oggi. Ankara lo sta accontentando.
La Turchia ha intensificato e accelerato il suo sostegno alla difesa della Somalia, dall’aumento di forniture militari agli ultimi interventi anti-pirateria sulla costa, fino alle accuse - smentite - di un ruolo negli attacchi via drone sulla regione separatista del Puntland. L’escalation sembra dovuta alle esigenze turche dei propri investimenti su Mogadiscio, come le trivellazioni avviate a largo della costa somala e il progetto di una base spaziale e poligono missilistico sulla costa dell’Oceano Indiano.
Uno dei capitoli più delicati è quello energetico, vista la portata e le aspettative prospettate da Mogadiscio sul proprio potenziale. Le autorità somale dichiarano riserve stimate per 30 miliardi di barili di petrolio, l’equivalente di un quarto di quelle dichiarate dagli Emirati arabi uniti: un patrimonio rilevante per le ambizioni di Ankara, nel vivo del riordino degli equilibri regionali e delle aspirazioni espansive di Ankara sul Mar Rosso.
Il peso della Somalia nell’orizzonte turco è già riassunto in una doppia scelta di Ankara, quella di destinare a Mogadiscio la sua ambasciata più estesa al mondo e la base militare più rilevante oltre i confini turchi: Camp Turksom, istituita nel 2017 con l’obiettivo di formare 10mila militari somali e a tuttoggi la spina dorsale dell’impronta turca nel Paese. Ora si sta assistendo a una «escalation più qualitativa che quantitativa», spiega Bravin Honditi del centro studi Horn, nel sostegno alla Somalia contro le insidie dei jihadisti di al-Shabaab e altre minacce regionali. «La Turchia ha superato diverse soglie che cambiano ciò che rappresenta in Somalia» dice Onditi, citando il crescendo di iniziative di terra e aria di Ankara nel Paese: il primo dispiegamento di caccia F-16 a gennaio in parallelo ai combattimenti terrestri con al-Shabaab, la fornitura di blindati convenzionali come i carri armati M48 e M60 a febbraio, l’addestramento e la fornitura di mezzi pesanti al programma Gorgor, reduce dal giuramento di una brigata addestrata congiuntamente a Manisa.
Nel luglio 2026 è stata la volta della proroga del mandato di missione turco fino allo stesso mese del 2028, mentre la presenza delle truppe turche ha raggiunto le 800 unità nel 2025. Il tetto previsto dal mandato è di 2.500, in uno scenario che si evolve su impegni di lungo termine: i corazzati, dice Onditi, «implicano il mantenimento delle posizioni sul terreno contro un avversario organizzato anziché contro un’insurrezione».