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Gli attori di Ankara
Con il risiko mediorientale, la Turchia gioca su più tavoli. Caucaso compreso
L’agenda diplomatica del ministro degli esteri, Hakan Fidan (già capo dei servizi), spazia dalla Russia al Canada. Intensifica i rapporti regionali e guarda all’Azerbaigian per discutere di gas e corridoi logistici. Fondamentali per l’Europa
Asia, vicinato euro-balcanico, Caucaso, Medio Oriente e rapporti con attori maggiori come Russia e Canada. Basta analizzare l’agenda diplomatica del mese di giugno del ministro degli esteri turco, Hakan Fidan, per capire come Ankara si muova su più teatri contemporaneamente. Visite a Singapore, Indonesia, Corea del Sud e Bangladesh per cercare una proiezione asiatica. Durante la seconda settimana, trilaterale Turchia-Azerbaigian-Georgia a Istanbul, summit del South-East European Cooperation Process e visita in Bulgaria. Negli ultimi 15 giorni di giugno, Fidan si è concentrato sui dossier ad alta intensità. Prima, il meeting Turchia-Egitto-Pakistan-Arabia Saudita. Poi gli incontri a Mosca e infine in Canada. L’analisi in superficie dimostra la volontà di mantenere la Turchia presente in aree che contano per commercio, tecnologia, investimenti e sicurezza marittima. Ed è il caso dell’Asia. I rapporti con la Russia vanno certamente inquadrati nei dossier energetici e di stabilità nel Mar Nero. Il viaggio in Canada dimostra al contrario attenzione ai rapporti con partner occidentali e il bilanciamento tra impegni regionali e diplomazia con Paesi del G7/Nato. Senza dimenticare che Ankara il prossimo 7 e 8 luglio ospiterà una importante riunione tra l’Alleanza atlantica e l’Ici (Istanbul Cooperation Initiative), che riunisce Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar e Bahrein. I momenti più interessanti dell’agenda ai fini dei possibili impatti sul Mediterraneo e l’Europa sono quelli dell’8 e del 9 giugno. Quando Fidan ha gestito la trilaterale con Azerbaigian e Georgia. I cui temi centrali sono stati connettività energetica, mobilità, corridoi logistici Est-Ovest e materie prime. Per comprendere meglio quali possano essere le mosse di Ankara è bene ripercorre gli ultimi tre anni di lavoro del ministro e il suo background.
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Il curriculum
Hakan Fidan ha 57 anni, è nel pieno della sua carriera politica ed è considerato dopo Recep Erdogan l’uomo più sottile e influente della Turchia. Dal giugno 2023 è ministro degli Esteri. Ha studiato all’università del Maryland e, soprattutto, per oltre 12 anni è stato il direttore del servizio centrale di intelligence turco, Millî İstihbarat Teşkilâtı (MIT). Lo scoppio della guerra arabo israeliana e l’ingresso di Tsahal a Gaza, dopo la strage del 7 ottobre, sono stati per lui una sorta di ulteriore trampolino di lancio. Già nei mesi precedenti aveva cercato di usare le sue abilità del passato per dialogare con l’Iran, depotenziare Hamas e creare un rapporto privilegiato con l’Iraq.
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L’intelligence
Nel 2014, quando vestiva i panni dell’agente, in occasione di una visita ufficiale di Erdogan in Iran, Fidan avrebbe deviato dal percorso per un meeting segreto in un garage con Qasem Soleimani, il comandante delle guardie della Rivoluzione ucciso da un bombardamento autorizzato dagli Usa all’aeroporto di Bagdad sei anni dopo. Taluni cercarono di descriverlo come asset iraniano all’interno del mondo turco. Voci. Di vero però c’era la sua capillare rete di contatti a Teheran. Ai primi di settembre del 2023 tornò in Iran per discutere una possibile cooperazione bilaterale. Mentre nell’ottobre successivo presenziò alla riunione a tre (iraniani, azeri ed armeni) sul futuro del Nagorno Karabakh. Di nuovo, focus sul Caucaso. A fine agosto sempre del 2023, lo stesso ministro turco andò in Iraq. Nel suo viaggio parlò di terrorismo e di lotta al Pkk dei curdi. Il governo iracheno sembrò aprire le porte, e in cambio chiese aiuto per nuove autostrade e per le condotte d’acqua. Mosse non casuali. Che dovevano essere triangolate con l’Iran, da un lato, e la Russia dall’altro. Nel 2024 assistiamo alla caduta di Assad in Siria, il depotenziamento di Hezbollah fino al bombardamento dei siti nucleari iraniani da parte americana nel 2025. Intanto, quel dialogo con Teheran, incrociato con l’Iraq, ha avuto ripercussioni anche su Gaza.
L’energia
Fidan per anni ha coltivato canali occulti a Bagdad che gli hanno permesso ingenti operazioni contro i curdi. Quei canali gli hanno anche permesso di muoversi su più punti e di essere di fatto il vero ideatore del riavvicinamento con l’Arabia Saudita e, a partire dal 2017, con l’Egitto. Aggiungendo un ulteriore fatto: una scissione della Fratellanza Musulmana avrebbe portato benefici alla Turchia. Un lavoro diplomatico intenso che riguarda lo scacchiere Mediorientale ma che Ankara utilizza per avere un ruolo forte nel Caucaso. L’incontro del 2023 in cui si parlò di Nagorno Karabakh ha numerosi punti in comune con il recente meeting con Azerbaigian e Georgia. Il comunicato congiunto rilasciato lo scorso 8 giugno cita, al di là dell’importanza della stabilità regionale, il ruolo strategico del gasdotto Baku-Tblisi-Ceyhan ai fini del rifornimento energetico dell’Europa e i passi avanti effettuati con il progetto logistico Trans Caspian East-West Middle Corridor. E’ qui che la Turchia pensa nel lungo termine. Il corridoio Imec e le rotte alternative a Hormuz, che inevitabilmente si andranno a sviluppare nei prossimi anni, vedono diversi attori protagonisti. Tutti sanno che l’Europa avrà bisogno di energia e materie prime. Per Ankara essere al centro di una delle rotte significa garantirsi un mercato e un ruolo strategico. La Turchia non può certo permettere che l’Europa finisca in una sorta di decrescita infelice, perché rappresenta uno dei principali mercati di sbocco per Ankara. E al tempo stesso vuole tenere in mano le chiavi delle autostrade di rifornimento. Un lavoro iniziato da anni e portato avanti con metodo, mentreFidan mischia le carte da gioco su tavoli diversi. Non meraviglia affatto. Basti pensare che il governo Erdogan ha redatto un documento di circa 1.000 pagine sugli investimenti che dovrà mettere a terra fino al 2040. In questo Fidan ha un ruolo fondamentale. Soprattutto in queste settimane. Il risiko mediorientale si infittisce. Il quasi impossibile accordo tra Israele e Libano mira a una presenza dell’Idf che dovrebbe garantire una sorta di Stato cuscinetto. Ma al tempo stesso anche la presenza di una organizzazione come Hezbollah indebolita, eppure difficilmente disarmabile. Così mentre a Hormuz si gioca con la deterrenza e l’Iran rimane un pericoloso ma inevitabile interlocutore, l’abilità dei vertici della politica turca sta nel guardare oltre e posizionarsi su scacchieri geograficamente un po’ più lontani - come il Caucaso - ma fondamentali nel prossimo decennio.
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