Difesa

Soldati italiani in Medio Oriente, si studia un riposizionamento verso Ovest

Nell’area direttamente coinvolta dalla crisi in Medioriente, prima del conflitto c’erano 2.576 persone ma ora lo scenario è completamente diverso e almeno 400 soldati vengono complessivamente riposizionati

di Redazione Roma

Elicottero sorvola gruppo di militari al poligono d Capo Teulada durante l’esercitazione Joint Star 2023, in Sardegna, il 22 maggio 2023

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Lontani da Kuwait e Iraq, mentre si riflette sul futuro dei caschi blu lungo la linea di confine libanese, con un piano alternativo nel cassetto. Due settimane dopo lo scoppio della nuova guerra del Golfo, l’Italia ha una nuova postura, più arretrata verso Ovest. Libano a nord e Gibuti a sud resteranno - almeno temporaneamente - gli ultimi avamposti dei contingenti di pace dell’Italia in quel quadrante asiatico.

L’operazione di riposizionamento

 Nell’area direttamente coinvolta dalla crisi in Medioriente, prima del conflitto c’erano 2.576 persone ma ora lo scenario è completamente diverso e almeno 400 soldati vengono complessivamente riposizionati. Dal Kuwait sono stati spostati 239 militari verso l’Arabia Saudita: su 321 iniziali ne sono rimasti 82 e sul campo restano due nostri caccia F2000, di cui uno è inefficiente da circa un mese. Entrambi sono stati colpiti da schegge durante i recenti attacchi.

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In Qatar sette soldati su dieci dell’operazione Orice hanno raggiunto l’Arabia Saudita mentre in Bahrein si trovavano i cinque della Combined task force Mar Rosso e sono stati tutti ritirati.

Prima Parthica

Da Erbil, attaccata la notte tra l’11 e il 12 marzo, erano stati trasferiti già in 102 della missione Prima Parthica, di cui una quarantina in Giordania mentre tutti gli altri 141 saranno evacuati presto per ritornare in Italia. La missione ad Erbil, che è di addestramento, è dunque di fatto sospesa e per questo è stato ritenuto che non c’è motivo di mantenere soldati nella base esponendoli a rischi inutili. Ma, con lo spazio aereo chiuso, si preannuncia un’operazione di terra complessa dal kurdistan iracheno attraverso la Turchia.

Unifil

Diverso è il mandato di Unifil, dove i 1.300 italiani a Shama, Al Mansouri e Naqura sono rimasti a ridosso della “blue line” in Libano pur trovandosi in una situazione ancora più critica. Per questo la Difesa italiana sta valutando attentamente la situazione ed è pronta a far fronte ad ogni esigenza: la nave è già in zona e l’eventuale piano di evacuazione sarebbe pronto a scattare se dovesse essere necessario. Tutto dipende dalla verifica delle condizioni per il prosieguo della missione. Al di là del monitoraggio dei vari eserciti con l’autorità libanese, le Nazioni Unite e la controparte israeliana, ad esprimersi dovrà essere il segretario generale dell’Onu, che per questi motivi è a Beirut: le attuali regole di ingaggio sono tarate sulle presenza dei caschi blu nell’ambito di una missione di pace, anche se ora quel territorio è diventato una zona di guerra, con scontri e raid quotidiani. Il Libano - dove l’Italia è impegnata anche con Mibil per il supporto delle forze di sicurezza locali - è il fronte con gli scenari più aperti, proprio in vista della chiusura di Unifil che avverrà entro la fine del 2026. Se dovesse tramontare l’idea di un’altra missione Onu con diverse regole di ingaggio, l’ipotesi più accreditata è la nascita di missioni bilaterali per il rafforzamento dell’esercito libanese affinché diventi nel più breve tempo autonomo e formato per far fronte alle tensioni e alla crisi che attraversa il Paese. In pratica si continuerebbe a perseguire, con forme e modalità diverse, uno degli obiettivi principali dello stesso piano Onu.

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