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Settore moda, una piattaforma per certificare la trasparenza della supply chain

Pronta al debutto la app che registra su base volontaria i dati dei fornitori. Il Protocollo di Milano sarà punto di riferimento per l’attestazione di legalità

di Alessandro Galimberti e Ilaria Ramoni

 (Photo by Miguel MEDINA / AFP)

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La «Piattaforma di filiera nel settore della moda», certificazione di trasparenza della supply chain nata sotto l’egida del Tribunale di Milano e parte integrante del Protocollo firmato nel maggio dello scorso anno, è pronta al debutto e presto potrebbe iniziare a registrare le candidature volontarie delle aziende virtuose.

A cosa servirà e come si potrà accedere

La piattaforma informatica è stata presentata all’interno del tavolo tecnico istituito presso la Prefettura di Milano ai rappresentanti della filiera e verosimilmente a fine aprile le imprese potranno iniziare a registrarsi, ovviamente su base volontaria. L’allegato del Protocollo di Milano potrà tracciare tutta la filiera nazionale del lusso – e non solo - e raccogliere i dati e le informazioni sulle catene produttive (documenti relativi agli ambiti giuslavoristici, fiscali, previdenziali, della salute e sicurezza sul lavoro, Ccnl applicati) dati da cui potranno essere lanciati gli alert in materia di contrasto al caporalato.

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Dopo un primo necessario momento di verifica della funzionalità dell’applicazione, tutte le imprese potranno aderire alla piattaforma al fine di ottenere, se rispettati tutti i parametri, l’attestato di trasparenza nel settore moda così come previsto dal protocollo.

Uno strumento necessario

Si tratta di una svolta epocale per il settore moda che da gennaio 2024 ha realizzato a proprie spese – con una escalation di commissariamenti adottati dall’autorità giudiziaria - quanto modelli 231, processi aziendali in tema di selezione fornitori, adeguati assetti organizzativi, un’attività di compliance costante nonché degli audit on site a sorpresa siano lo strumento ormai necessario e non più rimandabile per avere imprese sane, trasparenti e all’avanguardia anche nelle politiche Esg.

Dopo lo stralcio dell’articolo 30 del Ddl 1484 “Urso”, che introduceva una certificazione di filiera nel settore moda ma con l’estensione di una esenzione di responsabilità in capo ai committenti - ipotesi problematica a livello di compatibilità sistemica - e con qualche criticità di definizione di filiera oltre che degli eventuali enti certificatori (rischi che il controllato potesse scegliersi il controllore), la piattaforma sarà l’unico strumento utile a tracciare la filiera. Uno strumento che, con gli eventuali correttivi anche di analisi del dato, potrebbe diventare la base per la ripresa del percorso legislativo della certificazione di filiera per la legalità e la trasparenza del Made in Italy.

Come nasce l’idea

Le criticità delle supply chain del lusso erano deflagrate nel gennaio di due anni con il caso Alviero Martini, la prima misura di prevenzione di amministrazione giudiziaria ex articolo 34 del codice antimafia che scoperchiò il vaso di Pandora dello sfruttamento lavorativo lungo la filiera dei subappalti. Fu quello solo il procedimento capofila di amministrazione giudiziaria nelle maison del lusso, ripetuto più volte nei mesi successivi. Da quella crisi nacque l’intuizione di proporre alla Prefettura di Milano un sistema di autocontrollo condiviso – al protocollo partecipano tra gli altri associazioni datoriali e sindacali – Prefettura che convocò un tavolo con tutte le parti interessate (sindacati, Camera della moda, Confindustria, artigiani e istituzioni) per ragionare su un protocollo che impegnasse le parti a un maggiore controllo e trasparenza e fosse di aiuto al tracciamento della filiera. Il protocollo venne poi sottoscritto il 26 maggio dello scorso anno da tutti i partecipanti al tavolo compresi Prefettura, Tribunale e Procura.

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