L’industria della moda e la necessità di trasparenza
Tansy E. Hoskins fa una diagnosi precisa dei mali riconoscendone le origini in un’industrializzazione senza regole e nella ricerca del profitto
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Lungo le sponde del grande fiume Magehi cresceva il phuti karpas, rara varietà di cotone che fra Sei e Settecento ha reso Dacca, la capitale del Bangladesh, anche quella di uno dei tessuti più ricercati del pianeta, la mussola di Dacca. Lungo altre sponde, quelle del piccolo fiume Buriganga, i bambini della Dacca contemporanea giocano con i rifiuti fra l’acqua resa nera e mefitica dagli sversamenti delle industrie tessili che lavorano per il fast e l’ultra fast fashion, risparmiando su tutto ciò su cui si può, compresi salari e obblighi di tutela ambientale, per attrarre gli ordini dei marchi.
Se 300 anni fa dal Bangladesh partivano navi cariche di mussola che vestiva anche Maria Antonietta, un fiorente commercio bloccato dal proliferare di telai in Gran Bretagna, da trent’anni il Paese fonda la sua economia sul confezionamento di abbigliamento a basso costo, di cui è ormai secondo produttore dopo la Cina. Il senso della transizione dalla mussola alle T-shirt, però, passa dalle proteste e rivolte che da mesi animano le stesse fabbriche di Dacca, guidate da operai stufi di lavorare in condizioni e per paghe miserevoli.
Un altro tipo di cotone, proveniente dalla regione cinese dello Xinjiang, è oggetto di un boicottaggio da parte di interi mercati, come quelli europeo e statunitense, perché coltivato dagli uiguri, minoranza musulmana che il governo di Pechino è accusato di perseguitare e costringere a un lavoro non molto diverso, se non per contesto, da quello degli operai tessili di Dacca. Tuttavia non è necessario andare così lontano per svelare il volto più odioso dell’industria della moda contemporanea, rivelato da denunce, report, inchieste: secondo la ong Global Initiative against Transational Organised Crime, per esempio, intollerabili modalità di lavoro si troverebbero anche nelle manifatture del Nord Macedonia e in Albania, e per stringere ancora di più l’obiettivo lo scorso anno il tribunale di Milano ha avviato un’inchiesta, ancora in corso, sulle condizioni degli operai di alcuni produttori contoterzisti che hanno coinvolto marchi celebri.
La giornalista britannica Tansy E. Hoskins ha fatto una diagnosi molto precisa di questi mali scrivendo Il libro della moda anticapitalista, riconoscendone le origini in un’industrializzazione senza regole del settore e determinata dalla spasmodica ricerca del profitto. Senza nascondere la sua impostazione marxista – sottotitolo del libro è «tra Karl Lagerfeld e Karl Marx» - Hoskins cataloga e argomenta come le storture del capitalismo abbiano determinato quelle della moda, sin dai suoi esordi, con paralleli interessanti fra Dacca, ancora, e New York: negli scioperi odierni in Bangladesh riecheggiano quelli che nel 1909 a New York coinvolsero 15mila persone e nel crollo del Rana Plaza del 2013, che causò la morte di migliaia di lavoratori stipati in totale precarietà, l’incendio che nel 1911 a Manhattan uccise 146 operaie di una fabbrica di camicie, dove le porte erano state sbarrate per impedire le proteste dei sindacati.
Non si può non essere d’accordo con Hoskins anche quando afferma che lo storico legame fra prodotto, processo e produttore è svanito, con conseguenze nefaste per i lavoratori ma anche per i consumatori, inconsapevoli del reale costo di ciò che comprano. Il tema della relazione fra prezzo e valore è peraltro oggi uno dei più discussi nell’industria della moda e del lusso: se è ormai chiaro che i bassi, se non stracciati, prezzi del fast fashion sono possibili grazie a tagli selvaggi dei costi della filiera, altrimenti biasimevoli sono anche certi aumenti di prezzi del lusso quando generati da mere strategie di marketing e non da un’effettiva maggior qualità del prodotto e del suo processo.









