L’inchiesta

Sempre più cinghiali e altre specie in città: come affrontare l’emergenza

La crescita incontrollata della specie crea problemi alle attività umane in diversi Paesi Ue, dai danni all’agricoltura fino agli incidenti stradali. L’esperto: «La caccia non è la soluzione»

di Massimo De Laurentiis (Il Sole 24 Ore), Kim Son Hoang (Der Standard, Austria), Petr Jedlička (Denik Referendum, Rep Ceca), Gruia Dragomir (Hotnews.ro, Romania), Justė Ancevičiūtė (Delfi, Lituania)

Un cinghiale mangia spazzatura in strada, Nuoro, 12 ottobre 2021

8' di lettura

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Negli ultimi anni è diventato sempre più frequente vedere animali selvatici che si aggirano in città, passeggiando per le strade o rovistando tra i rifiuti. Sono ormai famose le immagini di cinghiali romani avvistati più volte nella capitale e diventati il simbolo di una gestione non adeguata degli spazi urbani. Ma i cinghiali sono arrivati anche a Genova, dove per diverso tempo decine di esemplari si sono stabiliti nell’area del Bisagno, il torrente che attraversa la città. Più di recente, ci sono stati avvistamenti anche nella zona di Torino.

L’impatto sulle attività umane

Secondo l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, il numero dei cinghiali in Italia è cresciuto in modo notevole, arrivando a circa un milione e mezzo di animali stimati nel 2021. Una presenza consistente che finora non è stata contenuta in modo adeguato e che interferisce sempre di più con le attività umane. Il problema principale sono i danni all’agricoltura, che secondo l’analisi di Ispra si attestano su una media di 17 milioni di euro all’anno. Le regioni più colpite sono Abruzzo e Piemonte, seguite da Toscana, Campania e Lazio.

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Per fronteggiare l’emergenza, a settembre la regione Lazio ha autorizzato i produttori in possesso dei requisiti ad abbattere i cinghiali responsabili delle incursioni. Una misura accolta con favore da Coldiretti, che più volte aveva denunciato una gestione della fauna selvatica ritenuta inadeguata.

I timori riguardano anche l’allevamento, colpito dalla peste suina africana (PSA), un virus non pericoloso per l’uomo ma che può essere trasmesso ai maiali dopo il contatto con i loro “cugini” selvatici. La malattia è stata identificata anche in Italia a gennaio 2022 e da allora ha portato all’abbattimento di oltre centomila capi di bestiame, con importanti ricadute sulle esportazioni dovute al blocco dei prodotti italiani.

Quanto alla pericolosità per l’uomo, le aggressioni sono rarissime e legate a circostanze eccezionali, ma il rischio potrebbe crescere con l’espansione della specie nelle aree urbane. Più allarmante è il numero di incidenti stradali causati da animali selvatici, tra cui molti cinghiali. Secondo l’Associazione sostenitori amici della polizia stradale, nel 2024 sono stati 181 gli incidenti gravi con il coinvolgimento di un animale selvatico. Nei primi sei mesi del 2025 i casi sono stati già 100, di cui il 91% ha coinvolto selvaggina, con un bilancio di 7 vittime e 118 feriti.

Ma i danni non riguardano soltanto le attività umane. “Il cinghiale è onnivoro e oltre alle coltivazioni può danneggiare anche diversi habitat. Questo è un problema per le specie di uccelli che nidificano a terra e può avere un impatto su specie importanti da un punto di vista conservazionistico”, spiega l’ex presidente di Federparchi Giampiero Sammuri.

Come si è arrivati a questo punto

La crescita della popolazione dei cinghiali e i conseguenti problemi nella convivenza con l’uomo affondano le radici in tre fattori scatenanti evidenziati da Sammuri: “Innanzitutto c’è stato un progressivo abbandono delle attività agricole tradizionali, che ha portato a un aumento delle aree boschive allargando l’habitat ideale del cinghiale. In più per gran parte del secolo scorso questo animale è stato immesso nell’ambiente dall’uomo per fini venatori. A questi elementi ha contribuito anche la mancanza di predatori come il lupo, a lungo assente dal territorio”.

Anche Renato Semenzato, biologo ed esperto di fauna selvatica, parla delle conseguenze della crescita dei boschi: “Da un lato avremo aree montane e pedemontane progressivamente spopolate e rimboscate, dall’altro città in continua espansione con cinghiali, cervi e lupi che si spingono fino alle periferie urbane, come del resto già osserviamo”.

Negli ultimi anni si è assistito a una crescita della popolazione di lupi in Europa e in particolare in Italia, dove oggi si contano più di 3.300 esemplari contro i 100 di cinquant’anni fa. Un ritorno favorito anche dall’abbondanza di prede e capace di contribuire al riequilibrio degli ecosistemi. L’effetto sui cinghiali resta però contenuto: “Il lupo non può controllare in modo efficace le popolazioni di cinghiale nel senso di determinarne una significativa riduzione numerica. Può contribuire in parte a limitarne l’incremento, ma il suo impatto rimane marginale rispetto alle dinamiche demografiche complessive della specie”, spiega Semenzato.

Come affrontare la questione

Per arginare il problema l’Italia nel 2015 ha approvato il divieto di immissione e foraggiamento del cinghiale, nel tentativo di porre un freno alla sua espansione incontrollata. Sono poi stati introdotti limiti allo spostamento degli animali vivi per contrastare la PSA, un problema riconosciuto anche a livello europeo. Inoltre, non essendo una specie protetta, il cinghiale viene regolarmente cacciato, per un totale di circa 250.000 abbattimenti all’anno nel nostro Paese.

Tuttavia, come chiarisce l’ex presidente Federparchi, la caccia non è un’attività efficace per il contenimento della popolazione: “I cacciatori non hanno interesse a limitare il numero di cinghiali. Alcune squadre smettono di cacciare se a gennaio hanno già abbattuto “troppo”, altre multano chi uccide femmine adulte, per garantire riproduzione futura. La caccia è organizzata in modo tale da mantenere la specie, non ridurla”.

Secondo Sammuri, bisognerebbe aumentare gli interventi di controllo faunistico come catture e abbattimenti mirati, che in base ai dati Ispra oggi ammontano a meno di un sesto del totale. “Servono operazioni condotte da personale specializzato. I cinghiali in certe zone, soprattutto nelle città, non dovrebbero esserci. Abbiamo tutti gli strumenti necessari per rimuoverli ma spesso prevalgono resistenze ideologiche”.

Oltre alla questione dei cinghiali, i problemi più consistenti per l’ecosistema e le attività antropiche sono causati dalle specie aliene, introdotte dall’uomo in ambienti non adatti. “Il granchio blu, la nutria, il punteruolo rosso delle palme, il cinipide che ha azzerato la produzione di pinoli. Sono queste, più dei grandi carnivori, a causare i danni maggiori. Limitare i problemi con le nutrie, ad esempio, è molto più difficile che convivere con orsi o lupi”, conclude Sammuri.

Il caso austriaco

Lo zoologo Richard Zink, responsabile del progetto Stadtwildtiere a Vienna, sottolinea che molti animali selvatici non si limitano a “visitare” le città, ma vi abitano stabilmente. La crescita urbana e l’agricoltura intensiva che circonda i centri abitati spingono la fauna selvatica verso le aree cittadine, dove spesso trovano condizioni più favorevoli: meno pressione venatoria, inverni più miti e habitat diversificati. Le prime ad arrivare in città sono state le volpi, già negli anni Settanta in Inghilterra, e oggi specie come cinghiali, lepri e conigli selvatici sono sempre più presenti a Vienna e in altre città europee.

Vienna è un caso particolare per il suo carattere verde e la vicinanza a riserve come il Parco Nazionale delle Pianure Alluvionali del Danubio. Le aree protette sono fondamentali per la conservazione, ma non spiegano il fenomeno dell’urbanizzazione della fauna. La causa principale è la perdita di habitat nelle campagne, che costringe gli animali ad adattarsi all’ambiente urbano.

I conflitti non mancano. I cinghiali possono diventare pericolosi in città, mentre i tassi scavano tane profonde causando danni: in un caso a Vienna, un campo da calcio è diventato pericoloso per i giocatori a causa delle gallerie sotterranee. La maggior parte dei problemi, però, nasce dai comportamenti umani, come dare cibo agli animali selvatici.

Per affrontare la questione, la città ha creato un servizio dedicato alla fauna selvatica e Stadtwildtiere promuove la “buona convivenza” con campagne di informazione, educazione e supporto scientifico. Ai cittadini si raccomanda di rispettare le aree di nidificazione e di non nutrire gli animali.

Il progetto è attivo da oltre dieci anni e collabora con partner nei paesi di lingua tedesca e in Svizzera. Insieme analizzano i dati per tracciare una sorta di “impronta” della fauna di ogni città: Berlino con i conigli selvatici, le città tedesche con i procioni, Vienna con le lepri, Zurigo con i camosci. Questi confronti aiutano a sviluppare strategie per gestire la fauna urbana e ridurre i conflitti.

In Repubblica Ceca tra curiosità e abbattimenti

Nella Repubblica Ceca il tema è più che altro una curiosità. I casi più frequenti riguardano le “visite” dei cinghiali, che si verificano circa ogni due anni quando la popolazione cresce troppo. In questi casi si interviene con abbattimenti organizzati dai cacciatori ufficiali.

Il secondo problema più comune riguarda i danni al pollame allevato in alcune case ai margini delle città, causati da volpi, martore e rapaci. Qui la questione viene affrontata con il fai-da-te: recinzioni, trappole e spaventapasseri, un argomento che spesso attira anche l’attenzione dei media per il suo lato visivamente curioso.

Lepri, tassi, scoiattoli e altri animali simili vivono normalmente nei parchi cittadini e nei boschi periurbani, senza creare disturbo a nessuno.

Romania: orsi, volpi tra boschi e città

Quando si pensa agli animali selvatici in Romania, la prima immagine che viene in mente sono gli orsi, che negli ultimi 20 anni hanno ucciso 26 persone e causato 274 feriti. Ma la “natura selvaggia” della Romania non si limita alle foreste: è arrivata anche nella capitale, Bucarest.

Le volpi sono ormai una presenza abituale in città, dalle strade centrali ai garage di periferia. Secondo il veterinario Ovidiu Roșu, la loro diffusione è legata alla scomparsa dei cani randagi e alla facile disponibilità di rifiuti o cibo per animali domestici. La convivenza, però, non è priva di rischi: 17 persone sono finite in ospedale dopo morsi di volpi. Se si avvicinano troppo, questi animali vanno allontanati senza far loro del male, ad esempio con acqua o rumori, così da evitare che associno l’uomo a una fonte positiva.

Oltre alle strade, Bucarest custodisce aree di grande biodiversità. Il Parco naturale Văcărești, soprannominato la “Delta tra i palazzi”, si estende su 190 ettari e ospita lontre, pipistrelli, volpi e oltre 180 specie di uccelli. Per il biologo Vlad Cioflec è un rifugio prezioso per la salute fisica e mentale, dove gli animali conservano ancora un naturale timore dell’uomo. Altre aree verdi sembrano destinati a un futuro diverso: la Foresta di Băneasa, minacciata dalla pressione immobiliare, rischia di perdere la sua integrità ecologica, mentre il Petricani Meadow, recentemente dichiarato area protetta, rappresenta una storia di successo grazie alla gestione specialistica e al contributo di volontari come il progetto “Urban Ranger”.

Bucarest racchiude così sia le sfide sia le opportunità della fauna urbana. Dalle volpi che attraversano le strade agli acquitrini ricchi di vita, la città dimostra come una convivenza attenta possa trasformare la “giungla di cemento” in uno spazio dove natura e persone prosperano insieme.

Il caso Vilnius

A Vilnius, gli incontri con grandi animali selvatici come alci e orsi hanno recentemente attirato l’attenzione pubblica, con avvistamenti nei quartieri cittadini, lungo le strade e persino nel fiume Neris. Episodi rilanciati dai social media che mostrano come le città in espansione si sovrappongano sempre di più agli habitat naturali in riduzione.

Il veterinario Rokas Matevičius, dell’Università lituana di Scienze della Salute, spiega che gli incontri con la fauna urbana non sono necessariamente in aumento, ma ricevono maggiore visibilità quando i casi sono spettacolari. Animali come caprioli, volpi e cani procioni si sono ormai adattati alla vita cittadina, spesso vivono stabilmente in aree urbane pur restando poco visibili. Altri, come alci e orsi, non sono invece adatti alla città e cercano di tornare rapidamente al loro ambiente naturale.

Gli animali selvatici in città sono esposti a diversi rischi: incidenti stradali, disorientamento e stress. Nei casi più gravi, lo stress può causare la cosiddetta “miopatia da cattura”, una condizione che può portare alla morte. Matevičius raccomanda ai cittadini di restare calmi, non farsi prendere dal panico e lasciare in pace gli animali. Nella maggior parte dei casi trovano da soli la via d’uscita. Un comportamento da evitare è il foraggiamento della fauna selvatica, che può creare dipendenza e alterare i comportamenti naturali.

*Questo articolo rientra nel progetto di giornalismo collaborativo europeo “Pulse” 

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