I numeri

Il ritorno del lupo in Italia (e in Europa) tra danni per le aziende agricole e benefici per l’ecosistema

Nel Vecchio Continente il numero di lupi è cresciuto del 58% in 10 anni. La convivenza, entro certi limiti considerata necessaria dagli esperti, ha delle complessità

di Massimo De Laurentiis

7' di lettura

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Per secoli il lupo è stato il cattivo delle favole, un animale spaventoso e pericoloso da eliminare. Un obiettivo quasi raggiunto negli anni ‘70, quando in Italia la specie era ridotta a un centinaio di esemplari ed era ormai scomparsa dall’intero arco alpino.

Da quel momento, grazie a leggi di protezione e cambiamenti nell’uso del territorio, questo grande predatore è tornato a popolare gradualmente il suo areale storico.

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Oggi, secondo i dati del monitoraggio nazionale di Ispra, su tutto il territorio nazionale si contano circa 3.307 esemplari distribuiti dalle Alpi agli Appennini e persino in alcune aree di pianura. Questo incremento è in linea con quanto avviene nel resto d’Europa, dove la specie ha registrato una crescita costante negli ultimi decenni.

Le stime più recenti parlano di 21.500 esemplari in tutto il continente, con un aumento del 58% in dieci anni. Un successo ancora più notevole se si considera l’alta densità della popolazione europea e il paesaggio fortemente antropizzato.

L’ITALIA È IL PAESE EUROPEO CON PIÙ LUPI

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I benefici del ritorno del lupo

“Il lupo è un tassello fondamentale degli ecosistemi e per noi il suo ritorno è un fatto positivo. La sua presenza contribuisce a contenere la popolazione di ungulati (come cinghiali e cervi), che rappresentano un problema per l’agricoltura”, spiega Francesco Romito, vicepresidente dell’associazione “Io non ho paura del lupo”, che ha l’obiettivo di garantire la conservazione del grande carnivoro e diffondere consapevolezza sull’importanza di questo predatore apicale per l’ambiente.

La crescita di nuove forme di turismo sostenibile, come il wildlife watching, conferma l’attenzione crescente verso questo animale e il suo habitat. In regioni come l’Abruzzo, dove questa attività è ormai consolidata, arrivano escursionisti anche dall’estero per osservare il lupo e l’orso marsicano.

“Purtroppo, però, il suo ritorno si accompagna anche un aumento del bracconaggio: le uccisioni illegali sono cresciute”, racconta Romito. Un fenomeno che di fatto rappresenta una forma di controllo illecito della specie. “È mancata un’adeguata comunicazione culturale sul tema, per cui cerchiamo di intervenire con la divulgazione e i nostri programmi di assistenza agli allevatori”.

La presenza di un predatore di grandi dimensioni, infatti, può creare tensioni nella convivenza con l’uomo, in particolare per gli effetti sulle attività zootecniche. Se da un lato le associazioni animaliste salutano con favore il ritorno del lupo, dall’altro molti operatori della filiera agroalimentare denunciano ricadute negative sul proprio lavoro.

I danni alle aziende agricole

I timori maggiori riguardano l’allevamento: secondo un rapporto della Commissione Europea, i lupi uccidono 65.000 capi di bestiame ogni anno nell’Unione, soprattutto pecore e capre, con costi di compensazione pari a 18,7 milioni di euro. A livello europeo, la popolazione di ovini è di circa 60 milioni e le perdite inflitte dal lupo ammontano allo 0,065%. Un impatto nel complesso limitato che però può variare molto a livello locale. In Italia la media annuale è di circa 8.700 animali predati, per i quali vengono erogati risarcimenti vicini ai due milioni di euro.

CAPI DI BESTIAME UCCISI DAI LUPI IN ITALIA

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“I produttori si sentono abbandonati e molte aziende hanno chiuso le attività dati gli ingenti danni, le lungaggini e i requisiti procedurali per le compensazioni, oltre alla disomogenità di queste sul territorio nazionale”, dichiara il presidente di CIA-Agricoltori Italiani Cristiano Fini.

Le regioni sovvenzionano l’adozione di strumenti di prevenzione come recinzioni e cani da guardiania e prevedono risarcimenti in caso di predazioni dimostrate. Secondo i produttori, tuttavia, queste misure non sono sempre tempestive e spesso non risultano sufficienti.

Uno dei problemi maggiori riguarda i danni indiretti e il complesso iter burocratico per ottenere gli indennizzi: “Nessuna regione rimborsa conseguenze come aborti, calo produttivo, cure veterinarie o riduzione del benessere animale e le misure di prevenzione oggi ricadono quasi interamente sugli allevatori”, continua Fini. Di fonte a questi problemi, gli agricoltori chiedono un maggior sostegno economico e procedure più snelle ed efficaci.

EVOLUZIONE DELLE LEGGI DI PROTEZIONE DEL LUPO

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La normativa europea

Le richieste della filiera agroalimentare hanno un peso anche sulle decisioni prese dall’Unione Europea, che di recente ha approvato il declassamento dello status di protezione del lupo. Si tratta di una modifica della direttiva Habitat, lo strumento principale con cui Bruxelles assicura la conservazione della biodiversità nel continente, che sancisce il passaggio della specie da “rigorosamente protetta” a soltanto “protetta”.

“Esprimiamo un convinto sostegno alla modifica dello status del lupo”, spiega Fini. “È un passo fondamentale per consentire una gestione più equilibrata della specie e affrontare le crescenti problematiche legate alle interferenze con le attività zootecniche”.

Questo cambiamento non elimina l’obbligo di mantenere uno stato di conservazione favorevole, ma garantisce una “maggiore flessibilità agli Stati membri nella gestione delle loro popolazioni locali di lupi”. Una decisione sostenuta con forza dalla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, colpita in prima persona dalla perdita di un pony ucciso da un lupo e legata al Partito Popolare Europeo, per cui il sostegno degli agricoltori è fondamentale.

Le difficoltà nella convivenza

Le criticità maggiori si hanno nelle zone meno abituate alla presenza del lupo, tra cui il Trentino, una delle aree in cui il dibattito sulla convivenza con i grandi carnivori è più acceso. Qui i lavoratori del settore agricolo lamentano particolare difficoltà nel gestire il rapporto con questo predatore, che nella regione era scomparso per molto tempo.

“Ci sono state decine di predazioni, soprattutto di pecore e asini, tanto che alcuni allevatori hanno già chiuso”, racconta Danilo Perin, consigliere comunale del comune di Ospedaletto e organizzatore di una delle ultime manifestazioni in Val Sugana, dove decine di agricoltori si sono riuniti per chiedere interventi più decisi.

PRESENZA DEL LUPO SULL’ARCO ALPINO

Nelle Alpi italiane la popolazione di lupi stimata è di 946 esemplari (forchetta 822 – 1099)

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Poco lontano, in Alto Adige, lo scorso agosto si è registrato il primo abbattimento legale di un lupo dopo più di cinquant’anni. La decisione della Provincia autonoma di Bolzano, autorizzata da Ispra e permessa dalla Direttiva Habitat, che consente deroghe per la rimozione di alcuni esemplari in casi particolari, è arrivata dopo numerosi attacchi al bestiame in Val Venosta.

Un evento che ha sollevato le proteste e i ricorsi degli animalisti, secondo cui i criteri per l’abbattimento previsti dalla normativa europea non sono stati rispettati. “Sono evidenti le criticità e le gravi e inaccettabili contraddizioni nell’ordinanza della Provincia e nello stesso parere favorevole di Ispra”, si legge in una nota del WWF, che denuncia l’assenza di misure di prevenzione e il richiamo al declassamento dello status del lupo, non ancora formalmente recepito in Italia.

“A noi non interessa fare stragi, ma vorremmo che gli esemplari problematici, quelli che si avvicinano troppo alle case, venissero eliminati”, insiste Perin, che insieme a molti agricoltori della regione sostiene l’aumento degli abbattimenti. “Chiediamo solo di poter tornare a lavorare in pace”.

Da un lato la diffusione del lupo comporta problemi rilevanti per molte aziende agricole, ma può tradursi anche in inaspettati vantaggi economici. “In Toscana stimiamo che i lupi incidano su circa 35.000 ungulati l’anno. Questo significa meno danni alle coltivazioni di pregio e anche un risparmio di soldi pubblici per indennizzi”, spiega Duccio Berzi, consulente della task force lupo per la regione Toscana.

PRESENZA DEL LUPO LUNGO GLI APPENNINI

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Distribuzione e probabilità di presenza dei lupi appenninici (popolazione stimata di circa 2388 esemplari)

Al di là dei benefici per l’ambiente, il tecnico segnala anche un nuovo problema rilevante: la presenza crescente di lupi in aree prossime ai centri abitati. In questi contesti c’è il pericolo che alcuni esemplari, attirati dai rifiuti o dagli animali da compagnia, perdano la naturale diffidenza verso l’uomo e si addentrino fino a giardini privati e zone residenziali. “Lì le recinzioni non bastano: servono politiche diverse, che includano gestione delle specie preda e dei rifiuti, pulizia delle aree verdi e, in certi casi, azioni dirette sugli animali. È complesso, ma necessario per prevenire problemi più seri”.

Secondo Berzi, il declassamento dello status di protezione può aiutare a intervenire in maniera più lineare e rapida: “Gli strumenti oggi a disposizione sono lenti, complicati e sempre suscettibili di appello, recepire la direttiva europea potrebbe aumentare chiarezza e operatività”. Il riferimento è soprattutto ai contesti in cui i danni sono rilevanti o la popolazione non è ancora pronta a convivere e la presenza di lupi crea grossi disagi, come l’uccisione di animali d’affezione.

La strategia per la coesistenza

Di diverso avviso è Luigi Boitani, professore di Zoologia all’Università La Sapienza di Roma e uno dei massimi esperti sul tema, che esprime la sua contrarietà al declassamento: “Non è un provvedimento negativo di per sè, ma le motivazioni presentate non sono ragionevoli. Innanzitutto i capi di bestiame predati sono una percentuale bassissima, in secondo luogo la presidente della Commissione von der Leyen ha parlato di pericolo per gli esseri umani, ma i dati dicono altro: le aggressioni contro le persone sono rarissime e in nessun caso letali”.

Quando si discute della pericolosità per l’uomo, la questione del lupo viene spesso sovrapposta a quella dell’orso, soprattutto in zone come il Trentino, dove il tema dei grandi carnivori è particolarmente sentito. “In realtà si tratta di due questioni distinte” - spiega Boitani - “L’orso è potenzialmente pericoloso per l’uomo, il lupo no. Inoltre l’orso fa più danni agli allevamenti avicoli, facilmente evitabili con un’adeguata elettrificazione. Confondere i due piani non aiuta”.

Secondo lo zoologo, nel caso dei lupi l’abbattimento di qualche esemplare non è una strategia efficace e può essere utile solo se si identifica un individuo problematico, il che richiede un complesso lavoro di ricerca per cui spesso mancano le competenze e le risorse. “Non sono contrario agli abbattimenti in assoluto, ma nel caso dell’ultima decisione presa in Alto Adige non c’erano le condizioni”.

Insomma, il ritorno del lupo è un lento processo iniziato negli anni Settanta, ma il dibattito sulla sua presenza è recente e molto divisivo. Tra chi esalta i benefici ecologici e chi denuncia i danni alle attività, il compromesso sembra lontano. Per gli esperti, però, l’unica via resta la convivenza, che riconosca tanto il diritto del lupo a vivere quanto le difficoltà di chi lavora sul territorio.

“La soluzione sta nella via di mezzo: prevenzione, compensazioni adeguate, abbattimenti mirati solo quando servono”, sostiene Boitani, che insiste sull’importanza del dialogo e della collaborazione senza chiusure ideologiche. “C’è bisogno di tavoli di confronto tra tutti gli attori: allevatori, cittadini, istituzioni, ambientalisti. Non è un’utopia, è già stato fatto in diversi paesi europei. In Italia i parchi che funzionano, come quello del Casentino, dimostrano che si può convivere con il lupo”.

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