La finale

Sanremo 2026, vince Sal Da Vinci: è un festival di transizione

Napoli trionfa nella serata in cui Carlo Conti annuncia Stefano De Martino prossimo direttore artistico. Si chiude un’altra edizione dalla scrittura piatta

di Francesco Prisco

Aggiornato l’1 marzo 2026, ore 12:34

Sal Da Vinci proclamato vincitore del 76esimo Festival della canzone italiana di Sanremo

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Sanremo anticipa sè stesso: in perfetta coerenza con il Festival che l’anno prossimo sarà diretto e condotto da Stefano De Martino, a vincere la 79esima edizione della kermesse della canzone italiana è Sal Da Vinci con Per sempre sì. Un vincitore nazionalpopolare che arriva da Napoli nel momento di massima hype napoletana, proprio nella serata in cui il direttore artistico uscente Carlo Conti annuncia che al suo posto, dal 2027, ci sarà De Martino. Una canzone - con rispetto parlando - da matrimonio, che parla di un sì che vale tutta la vita, qualcosa di ormai anacronistico che riporta alla famiglia tradizionale tanto cara alla maggioranza di governo.

Sul podio, alle spalle di Sal Da Vinci, ci sono il promettente Sayf, ritratto che ci piace dell’Italia contemporanea, con Tu mi piaci tanto, e Ditonellapiaga con Che fastidio, dissacrante, profonda e autoironica. Il Premio della critica Mia Martini va a Fulminacci, quello della Sala Stampa Lucio Dalla a Serena Brancale che porta a casa anche il Premio Tim per il brano più votato sui social dello sponsor. Il Premio Sergio Bardotti per il miglior testo va a Fedez e Masini, mentre quello intitolato a Giancarlo Bigazzi per il miglior componimento musicale va ancora a Ditonellapiaga.

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«Grazie, grazie veramente di cuore a tutti. Non capisco niente. Questo premio lo voglio condividere con la mia famiglia che mi ha aiutato a superare ogni momento e lo voglio dedicare alla mia città, Napoli», commenta a caldo Sal Da Vinci che sul piano discografico è artista di Warner Atlantic, mentre per quanto riguarda i concerti ha come agenzia di promoting Vivo Concerti, società che rientra nella galassia di Eventim Live. Il suo manager è Enzo «Chiumma» Chiummariello, quello che alla vigilia si presentava come uno degli agenti più rilevanti di questa edizione con due progetti (Luchè, oltre allo stesso Da Vinci) in gara tra i Big. Nonché il manager di Geolier, artista più ascoltato del 2023, secondo al Festival 2024. E proprio di una possibile partecipazione di Geolier al Festival, poi sfumata, si era a lungo parlato nei mesi che hanno preceduto l’annuncio dei concorrenti.

Sal da Vinci all’Eurovision di Vienna ci andrà: «È una cosa che in questo momento mi tocca, ma allo stesso tempo mi sembra una cosa così grande da affrontare e un impegno così bello e motivo di orgoglio portare la musica italiana fuori dal nostro paese. Per sempre sì, l’ho detto dall’inizio».

SANREMO 2026, LA CLASSIFICA FINALE

Da Sanremo, insomma, si vede Napoli. «Ho un grande onore, per la prima volta accade al festival di Sanremo: posso annunciare ufficialmente che Stefano De Martino sarà il conduttore e il direttore artistico del prossimo festival di Sanremo», ha detto Conti. Era nell’aria: soltanto una manciata di giorni fa, era arrivata anche l’investitura del sottosegretario alla Cultura Gianmarco Mazzi.

Sanremo 2026, le immagini della finale

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La serata della finale era cominciata con una doverosa riflessione di Conti, Giorgia Cardinaletti e Laura Pausini su quanto accaduto in Medio Oriente, con l’attacco di Usa e Israele all’Iran, per sottolineare l’eccezionalità del momento. «Anche noi viviamo una contraddizione: da una parte festeggiamo la musica italiana ma non possiamo ignorare quanto sta accadendo nel mondo. Da qui facciamo un appello, con forza, affinché finisca ogni guerra» che «colpisce soprattutto i bambini», dice Conti.

Che vi piaccia o no, questo è un anno di transizione. La quinta e ultima direzione artistica di Carlo Conti a Sanremo arriva al capolinea con il saldo negativo. E - citando Leo Gassmann che, nella serata delle cover, citava a sua volta Riccardo Cocciante - Era già tutto previsto. Sul piano degli ascolti televisivi e dello streaming, certo, ma anche sul versante della scrittura, dello spettacolo televisivo.

LE PAGELLE DELLA FINALE

Quest’anno si vola più basso, in termini di Auditel, rispetto al quinquennio di Amadeus e pure al ritorno di Conti dell’anno scorso che fu molto performante. Ovvio che la Rai guardi il bicchiere mezzo pieno, sottolineando il dato di share piuttosto quello dei telespettatori medi, insistendo sulla restrizione della platea televisiva. La Tv di Stato alla vigilia aveva messo in conto un calo moderato della platea, intorno al 3%, ma all’interno dei centri media circolavano stime che arrivano al -7 o anche -8 per cento.

Sul versante discografico, un po’ di boost agli ascolti da parte della kermesse c’è stato: arrivati al sabato della finale i 33 Big con i 30 brani in gara totalizzano 53,7 milioni di ascoltatori medi mensili su Spotify, a fronte dei 29,4 milioni della vigilia. Ma il confronto con le precedenti edizioni resta impietoso: il cast di Sanremo 2025 già alla vigilia contava 52,8 milioni di ascoltatori medi mensili, quello del 2024 addirittura 54 milioni. Ma lo sappiamo: quello di quest’anno, ai nastri di partenza, appariva come il cast discograficamente più debole degli ultimi cinque anni.

Una circostanza cui hanno contribuito fattori diversi. Prima la lunga e complessa trattativa tra Comune di Sanremo e Rai sulla convenzione, poi quella della Tv di Stato con le case discografiche sui contributi, in ultimo quello che potremmo definire un «effetto Tony Effe» a fare da spauracchio: il trapper romano, l’anno scorso partito con grandi aspettative, all’Ariston si è piazzato 25esimo. E addirittura 92esimo in classifica annuale singoli. Episodi che non devono avere incoraggiato artisti forti che coltivavano l’idea.

Fatte tutte queste premesse, era chiarissimo che avremmo assistito a un Sanremo di transizione, privo di momenti memorabili. Si è fatto quello che si è potuto con quello che si aveva a disposizione. Co-conduttori e ospiti musicali - Laura Pausini, Achille Lauro, Eros Ramazzotti, i Pooh - sono stati spesso e volentieri attinti dai roster delle agenzie di promoting del gruppo Eventim Live cui sono riconducibili anche 18 dei 33 Big dei 30 progetti in gara. Si è fatto rete, come ormai succede da qualche anno: non sono più i tempi in cui la Tv di Stato pagava mega-cachet per ospiti di rilevanza internazionale. Ma, pur dovendo fare le cose con la materia prima che si aveva a disposizione, è mancato un pizzico di fantasia. Si sono viste tante trovate estemporanee. Andrea Bocelli che arriva in groppa a un cavallo bianco sul tema del Gladiatore è una specie di corto circuito.

La comicità, questa sconosciuta. Tolti i contributi di Lillo e Nino Frassica, se mettiamo in fila i vari Alessandro Siani (addirittura annunciato in scaletta come «Mister X», neanche fosse Celentano), Ubaldo «Lapo» Pantani e Vincenzo De Lucia, viene un po’ da allargare le braccia. Più in generale, ormai da qualche anno il format Festival sembra avere qualche problema di scrittura. Che è piatta. Lo si è visto anche in alcuni momenti di riflessione, molto coincisi oppure messi parecchio avanti nella notte per non alterare eccessivamente quello che deve restare essenzialmente un prodotto d’intrattenimento.

È mancata la «birichinata», il gesto irriverente che sconfina nella politica del Crozza, del Fiorello cui eravamo abituati in passato. E la dice lunga il fatto che, per ricoprire il ruolo del «trasgressore», si fosse pensato ad Andrea Pucci. Non si è sentita una battuta su Trump, non una sul Governo Meloni alla prova di verifica del Referendum sulla Riforma della giustizia e neanche sull’opposizione. Ma il mandato era evidentemente proprio questo. Lo spirito degli autori si è concentrato soprattutto sul Festival, la storia del Festival, la televisione italiana. Carlo Conti, ricordando il compianto suo maestro Pippo Baudo, alla vigilia aveva annunciato che avremmo assistito al «più baudiano» dei suoi Festival. Mettiamola così: gli è mancato un Benigni che lo prendesse in braccio. Chissà Stefano De Martino.

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