Sul versante discografico, un po’ di boost agli ascolti da parte della kermesse c’è stato: arrivati al sabato della finale i 33 Big con i 30 brani in gara totalizzano 53,7 milioni di ascoltatori medi mensili su Spotify, a fronte dei 29,4 milioni della vigilia. Ma il confronto con le precedenti edizioni resta impietoso: il cast di Sanremo 2025 già alla vigilia contava 52,8 milioni di ascoltatori medi mensili, quello del 2024 addirittura 54 milioni. Ma lo sappiamo: quello di quest’anno, ai nastri di partenza, appariva come il cast discograficamente più debole degli ultimi cinque anni.
Una circostanza cui hanno contribuito fattori diversi. Prima la lunga e complessa trattativa tra Comune di Sanremo e Rai sulla convenzione, poi quella della Tv di Stato con le case discografiche sui contributi, in ultimo quello che potremmo definire un «effetto Tony Effe» a fare da spauracchio: il trapper romano, l’anno scorso partito con grandi aspettative, all’Ariston si è piazzato 25esimo. E addirittura 92esimo in classifica annuale singoli. Episodi che non devono avere incoraggiato artisti forti che coltivavano l’idea.
Fatte tutte queste premesse, era chiarissimo che avremmo assistito a un Sanremo di transizione, privo di momenti memorabili. Si è fatto quello che si è potuto con quello che si aveva a disposizione. Co-conduttori e ospiti musicali - Laura Pausini, Achille Lauro, Eros Ramazzotti, i Pooh - sono stati spesso e volentieri attinti dai roster delle agenzie di promoting del gruppo Eventim Live cui sono riconducibili anche 18 dei 33 Big dei 30 progetti in gara. Si è fatto rete, come ormai succede da qualche anno: non sono più i tempi in cui la Tv di Stato pagava mega-cachet per ospiti di rilevanza internazionale. Ma, pur dovendo fare le cose con la materia prima che si aveva a disposizione, è mancato un pizzico di fantasia. Si sono viste tante trovate estemporanee. Andrea Bocelli che arriva in groppa a un cavallo bianco sul tema del Gladiatore è una specie di corto circuito.
La comicità, questa sconosciuta. Tolti i contributi di Lillo e Nino Frassica, se mettiamo in fila i vari Alessandro Siani (addirittura annunciato in scaletta come «Mister X», neanche fosse Celentano), Ubaldo «Lapo» Pantani e Vincenzo De Lucia, viene un po’ da allargare le braccia. Più in generale, ormai da qualche anno il format Festival sembra avere qualche problema di scrittura. Che è piatta. Lo si è visto anche in alcuni momenti di riflessione, molto coincisi oppure messi parecchio avanti nella notte per non alterare eccessivamente quello che deve restare essenzialmente un prodotto d’intrattenimento.
È mancata la «birichinata», il gesto irriverente che sconfina nella politica del Crozza, del Fiorello cui eravamo abituati in passato. E la dice lunga il fatto che, per ricoprire il ruolo del «trasgressore», si fosse pensato ad Andrea Pucci. Non si è sentita una battuta su Trump, non una sul Governo Meloni alla prova di verifica del Referendum sulla Riforma della giustizia e neanche sull’opposizione. Ma il mandato era evidentemente proprio questo. Lo spirito degli autori si è concentrato soprattutto sul Festival, la storia del Festival, la televisione italiana. Carlo Conti, ricordando il compianto suo maestro Pippo Baudo, alla vigilia aveva annunciato che avremmo assistito al «più baudiano» dei suoi Festival. Mettiamola così: gli è mancato un Benigni che lo prendesse in braccio. Chissà Stefano De Martino.