25 novembre

Sanità, aggressioni in aumento. A subirle soprattutto le professioniste

Le aggressioni in Italia sono cresciute del 38% in 5 anni. In agosto non c’è stato un solo giorno in cui un medico o un infermiere (80% donna) non abbia subito violenza

di Ilaria Potenza

6' di lettura

6' di lettura

Il 62% delle operatrici sanitarie ha subito episodi di violenza durante la sua carriera. Il dato è stato diffuso dall’Organizzazione mondiale di sanità (Oms), che ha evidenziato la natura misogina alla base delle aggressioni. Secondo il report pubblicato da Plos, sono soprattutto le professioniste della sanità rispetto ai colleghi ad aver subito minacce, discriminazioni e molestie sessuali. Le aggressioni in Italia sono aumentate del 38% negli ultimi cinque anni. Si pensi che durante l’intero mese di agosto scorso non c’è stato un solo giorno in cui un medico o un infermiere, nell’80% dei casi una donna, abbia subito una violenza fisica provocata da un paziente o da un suo parente. Le motivazioni alla base di questo fenomeno riportate dalla ricerca condotta da Plos si concentrano innanzitutto sulle caratteristiche dell’ambiente ospedaliero, che può rivelarsi particolarmente stressante per gli utenti. A cui si aggiungono carenza di personale e disorganizzazione, lunghi tempi di attesa per accedere alle cure, un piano di presidio delle forze dell’ordine non abbastanza efficace visto che, soprattutto negli ospedali con un maggiore bacino di utenza, gli agenti di polizia mancano all’appello negli orari più delicati, in particolare da mezzanotte alle sette del giorno dopo.

Violenza contro le professioniste sanitarie, un problema strutturale

Eppure considerare questi aspetti significa concentrarsi solo parzialmente sulla situazione, dal momento che la violenza contro le operatrici sanitarie è un problema strutturale. Le stesse dinamiche di genere che influenzano la distribuzione delle risorse e del potere hanno un ruolo cruciale nel favorire un certo tipo di violenza. Le donne ricoprono solo il 25% dei ruoli di leadership in ambito sanitario e sono al contrario sovrarappresentate in ruoli meno retribuiti. E si tratta di un dato evidente a livello globale. In India per esempio, le dottoresse sono spesso costrette ad accettare a lavori meno retribuiti degli uomini in contesti di emergenza dove la violenza è più diffusa. A questo si aggiunge l’effetto che l'insicurezza economica e una cultura che normalizza il sopruso può avere sullo scoraggiare le donne dal denunciare gli incidenti, che possono persino scegliere di allontanarsi dalla professione.

Loading...

I dati Inail e Amsi

A tal proposito l’analisi condotta dall'Inail e contenuta nel “Dossier donna 2024” dimostra che nell’ultimo triennio sono stati denunciati oltre 4 mila infortuni legati a episodi di violenza ai loro danni. A questo bilancio si unisce anche lo studio dell’Associazione medici di origine straniera in Italia (Amsi), condotto insieme a Unione medica euromediterranea e al movimento internazionale Uniti per unire, in cui viene descritto un aumento negli ultimi tre anni del 40% degli episodi di violenze fisiche e psicologiche contro le donne che lavorano nella sanità. Inoltre è stato registrato un incremento del 35% di discriminazioni contro le professioniste sanitarie di origine straniera che, anche per questa ragione, dopo i primi anni in Italia preferiscono trasferirsi in Germania, in Svizzera, in Olanda o nel Regno Unito. E l’allarme non arriva soltanto dall’Italia. A livello internazionale, secondo l'indagine Amsi che incrocia i dati inviati da referenti presenti in 120 Paesi, si arriva al 40% di aggressioni segnalate in Europa fino a toccare il 95% nei Paesi in via di sviluppo. «Certi eventi comportano per le operatrici sanitarie conseguenze spesso gravi che, se prolungate nel tempo, possono determinare ricadute sulla sfera psichica con la comparsa di ansia e depressione, o scarsa soddisfazione e disinvestimento per la propria attività lavorativa» spiega Daniela Barberio, responsabile del servizio di psicologia oncologica dell’Istituto nazionale Pascale di Napoli e ideatrice di un percorso formazione riservato al personale sanitario per comprendere e riconoscere gli atti di aggressione e discriminazione.

Il nuovo ddl sicurezza a tutela dei professionisti della sanità

Nelle ultime settimane il governo italiano ha introdotto all’interno del decreto di legge Sicurezza nuove misure per l’incolumità del personale degli ospedali, inasprendo le pene per chi aggredisce. La misura prevede infatti l'arresto obbligatorio in flagranza o entro 48 ore dall'evento per chi commette violenze contro operatori o danneggia strutture mediche, con reclusione da uno a cinque anni e multe fino a 10 mila euro. Inoltre, introduce l’arresto differito entro 48 ore basato su prove video o fotografiche. Il ddl prevede anche linee guida sull'uso di videosorveglianza, già presente nel 70% degli ospedali, e fondi per estenderla ulteriormente. «Il decreto da solo non basta. Occorre riorganizzare il lavoro nei reparti d'emergenza e di pronto soccorso, incentivando ad esempio la presenza di psicologi per assicurare a tutti gli operatori sanitari una formazione continua su questi temi e la garanzia di un supporto quotidiano», conclude Daniela Barberi.

Nessun riferimento alla violenza di genere

Nel testo però non c’è alcun riferimento alla violenza di genere del settore né viene indicato alcun intervento specifico nei confronti del fenomeno. Esistono numerose forme di violenza di genere in sanità: dai commenti inappropriati fino agli avanzamenti di carriera subordinate alla richiesta di favori sessuali. È quanto viene raccontato dalle chirurghe italiane che stanno rispondendo al sondaggio elaborato dalle colleghe Isabella Frigerio, Gaya Spolverato e Alessandra Pulvirenti. Lo studio, dal titolo "Voices behind the mask", intende esplorare e documentare le esperienze di discriminazione di genere affrontate dalle donne chirurghe nella loro carriera professionale. Dai primi dati raccolti emerge che il 98% delle intervistate ne è stata protagonista. La maggior parte sono specialiste in chirurgia generale, seguite dalle urologhe, di età compresa tra i 35 e i 44 anni, che denunciano soprattutto la messa in discussione delle proprie competenze e il fatto di ricevere commenti inappropriati, tali da anticipare veri e propri abusi sessuali. Le aggressioni arrivano con la stessa percentuale da colleghi e pazienti, portando all’elaborazione di sentimenti di rabbia (62% dei casi) e di frustrazione (59%). Viene inoltre riportato il dato allarmante sull’aumento del tasso suicidario tra le specializzande in formazione (almeno pari all’11%) e sulla reazione all’accaduto: ignorarlo nella maggior parte delle volte, fino a decidere di non denunciare. «Il progetto nasce per rivelare la persistenza di gravi comportamenti discriminatori nei confronti delle chirurghe. Ci ritroviamo ancora a fare i conti con vere e proprie molestie, verbali e fisiche, che avvengono sul luogo di lavoro. Nel nostro caso in ospedale e in sala operatoria» racconta Isabella Frigerio, ideatrice della survey che sta anche superando i confini nazionali raccogliendo storie di chirurghe europee e internazionali. «Vogliamo documentare l’effetto devastante di questi comportamenti su chi li subisce».

Il lavoro di Women in Surgery e le iniziative a supporto delle donne in sanità

Al fianco di "Voices behind the mask" si è schierata Women in Surgery, l’associazione nata nel 2015 proprio da un’idea di Gaya Spolverato e Isabella Frigerio per tenere sempre alta l’attenzione su certi temi e per provare a essere parte del cambiamento. A sua volta, la squadra oggi presieduta dalla chirurga Daniela Rega, sta facendo la sua parte contro la discriminazione e la violenza di genere in sanità lavorando al fianco di Fondazione Libellula, un network di aziende unite contro la violenza sulle donne, e di Wow Italia (Women in orthopaedic worldwide) nel progetto Oltre il silenzio. L’obiettivo è agire su un doppio binario: da un lato offrire, attraverso uno staff multidisciplinare ascolto e supporto a chi è vittima di un comportamento discriminatorio, dall’altro favorire la diffusione di una nuova consapevolezza sui propri diritti attraverso incontri formativi. L’argomento delle molestie nell’ambiente di lavoro è stato uno dei focus anche di una survey condotta da Wow Italia sulla vita lavorativa delle chirurghe ortopediche italiane.

Alla domanda «sei mai stata vittima, in maniera non gradita e contro la tua volontà, di commenti a sfondo sessuale, contatti indesiderati avances nel tuo ambiente lavorativo?», il 66% delle chirurghe ha risposto in maniera affermativa ma, la quasi totalità del campione (89,9%) ha riferito di non aver fatto alcuna segnalazione. La percentuale minima di chi ha denunciato riferisce inoltre un dato ancor più sconcertante: nel 61,1% dei casi, la segnalazione è stata ignorata, svalutata o anche se ascoltata, non ha ricevuto alcun provvedimento.

All’iniziativa "Oltre il silenzio" si unisce il supporto dello sportello SpeakUp Ortho Italia, allestito per creare uno spazio sicuro e anonimo di ascolto e supporto, raccogliendo le storie di coloro che sono vittime o che hanno assistito ad episodi di discriminazione, aggressione o microaggressione fondati sul genere.

«Il progetto Oltre il Silenzio rappresenta un passo concreto e necessario per affrontare le discriminazioni e le molestie di genere nel mondo sanitario, un contesto che spesso soffoca le voci di chi subisce queste ingiustizie - conclude Daniela Rega, presidente Women in Surgery Italia - Attraverso il supporto multidisciplinare e una formazione mirata, vogliamo creare spazi sicuri dove le professioniste possano sentirsi ascoltate e supportate, e al tempo stesso promuovere una cultura del rispetto e della parità. È un progetto nato dalla consapevolezza che il cambiamento inizia dal coraggio di rompere il silenzio e dalla determinazione di non essere più sole».

Riproduzione riservata ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti