Lotta all’evasione

Rottamazioni fiscali, flop sugli incassi. Corrono i pignoramenti

Le sanatorie hanno perso per strada il 59% dei debiti di chi ha aderito. Così il Fisco rilancia le azioni esecutive, triplicate in tre anni

di Giovanni Parente e Gianni Trovati

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Nelle intenzioni dei proponenti, almeno quelle ufficiali, le rottamazioni avrebbero dovuto aumentare la capacità di riscossione del Fisco e alleggerire il magazzino degli arretrati. Ma questi due obiettivi, rilanciati nelle dichiarazioni dei Governi di ogni colore politico che hanno approvato le tante sanatorie degli ultimi dieci anni, sono stati mancati. Perché il ritmo degli incassi non è cresciuto, mentre il magazzino si è gonfiato fino ai 1.331 miliardi scritti nell’ultimo censimento ufficiale. A prendere forma, però, è ora un effetto collaterale inatteso: la corsa di pignoramenti e azioni esecutive, alimentata anche dai tanti decaduti delle rottamazioni che sono finiti nelle “liste nere” dei debitori a cui l’amministrazione finanziaria si rivolge con la faccia dura.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

La fuga dalle rate

L’evoluzione dei numeri del Fisco fotografata dalla Corte dei conti nell’ultima Relazione sul rendiconto generale dello Stato 2025 mostra con qualche efficacia il fenomeno. Le prime quattro rottamazioni hanno censito debiti da saldare entro la fine dello scorso anno per 93,1 miliardi di euro: ma nelle casse dello Stato sono arrivati solo 38,1 miliardi, il 41%. L’altro 59%, si è perso per strada. Il rapporto può essere parzialmente influenzato dal fenomeno delle adesioni multiple, da parte dei contribuenti che risalivano sulla rottamazione successiva dopo essere decaduti da quella precedente per non aver rispettato il calendario dei pagamenti. Ma proprio il fenomeno dei clienti abituali delle rottamazioni mostra uno dei difetti principali dello strumento: utilizzato per guadagnare tempo, fermando con l’adesione pignoramenti e azioni esecutive, e non per onorare i propri debiti.

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LA FUGA DALLE DEFINIZIONI AGEVOLATE

Il confronto tra introiti previsti e omessi versamenti delle 4 rottamazioni*. In mln €

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L’effetto collaterale

Nel gioco del fisco, però, la lattina calciata in avanti si ripresenta. Perché chi decade da una definizione agevolata per non aver pagato in tempo le rate torna nel calderone della riscossione ordinaria, e lo fa vestito di una maglia nera che lo inserisce nei gruppi («cluster», come li chiama l’agenzia) delle «campagne mirate». In cui è previsto l’utilizzo delle maniere forti.
Nasce anche da qui la corsa dei pignoramenti, al centro in questi anni di un’impennata. Nel 2025 sono stati 772.653, cioè il 25,2% in più rispetto al 2024 e il triplo dei quasi 265mila registrati nel 2022.
La tattica dilatoria, insomma, non può essere infinita. Perché a un certo punto il Fisco torna a mostrare i denti. Anche se spesso nemmeno le maniere forti appaiono sufficienti a superare le resistenze dei contribuenti.
Le azioni sui beni mobili registrati, calcola sempre la Corte dei conti, hanno successo nel 47,2% dei casi. Mentre quando, ma capita raramente, oggetto del pignoramento è un immobile solo il 3,8% delle procedure va a segno. Nel pignoramento presso terzi l’indice si ferma al 22,1%; e proprio per questo l’ultima manovra ha permesso all’agenzia delle Entrate di inviare alla cugina dedita alla riscossione i dati delle fatture elettroniche: in questo modo, infatti, scatta il rosso per i pagamenti a favore di chi ha debiti insoluti con il Fisco, che incassa al suo posto le somme.

L’INDICE DI EFFICACIA

L’efficacia di misure cautelari ed esecutive per la riscossione*

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I renitenti al pagamento

La chiusura dell’ultimo anello della catena è decisiva per tradurre in risultati la netta accelerata impressa dall’amministrazione finanziaria ai controlli. Anche se la battaglia contro la resistenza dei debitori a pagare è titanica. Negli ultimi 25 anni le cartelle sono riuscite a portare nelle casse di Stato, Inps, Inail ed enti territoriali 217,8 miliardi di euro, cioè il 14,7% degli 1.477 miliardi iscritti a ruolo nello stesso periodo. L’85,3% che rimane, quindi, per ora latita: e ha molte probabilità di continuare a farlo.

Manca all’appello ancora il 70% abbondante dei debiti nati nei primissimi anni Duemila.E quando si guarda a periodi più vicini, la quota di incassi scende intorno al 10% del 2020-2022, per poi atterrare al 2,19% dei carichi affidati nel corso del 2025.

Con presupposti del genere, sono tutte da verificare le conseguenze del nuovo meccanismo del discarico automatico dopo cinque anni. Che, in vigore per i ruoli affidati dal 1° gennaio 2025, farà partire dal 2030 i propri effetti. E senza un drastico cambio di passo rischia di coinvolgere la larghissima maggioranza dei nuovi carichi. Fra i debiti nati nel 2020, per esempio, fino alla fine dello scorso anno l’89,5% si era tenuto lontano dal pagamento.

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