Riscossione

Rottamazione cartelle, Salvini spinge ancora ma FdI frena: per la riapertura mancano risorse

Le simulazioni dei tecnici Mef hanno stimato in 5,2 miliardi il costo 2025 per la una nuova sanatoria. La Lega la rilancia e Forza Italia accusa il ministro Giorgetti di «frenare»

di Marco Mobili e Gianni Trovati

Nuova rottamazione delle cartelle, istruzioni per l'uso

3' di lettura

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«Pace Fiscale e rottamazione di tutte le cartelle esattoriali: 120 rate tutte uguali in dieci anni, senza sanzioni e interessi, per aiutare milioni di italiani onesti in difficoltà». Matteo Salvini, rientrato in Italia dopo l’evento dei Patrioti di ieri a Madrid, torna alla carica e ribadisce le proposte della Lega presentate con i responsabili economici alla Camera venerdì 7 febbraio.

Nelle prossime ore Salvini si confronterà con i suoi dirigenti con l’obiettivo di affinare il percorso del provvedimento che è coerente con il programma elettorale del centrodestra. «Con Giorgetti la vediamo alla stessa maniera», aveva giurato il vicepremier Matteo Salvini nella conferenza stampa convocata alla Camera proprio per presentare la proposta leghista di una nuova rottamazione super.

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«Noi la stiamo chiedendo da più di un anno, però il ministro Giorgetti e anche il suo vice Leo hanno sempre frenato», aveva ricostruito invece a stretto giro Raffaele Nevi, portavoce di Forza Italia. «Nessuno di noi è mai stato contro le rottamazioni - aveva ribattuto da FdI Marco Osnato, presidente della commissione Finanze alla Camera - Leo ha anche riaperto al biennio 2020-2022 per la rottamazione quattro. Se il ministro Giancarlo Giorgetti è d’accordo, nessuno di noi si opporrà».

La maggioranza ha ingaggiato il secondo round nella gara di dichiarazioni avviata giovedì sulla rottamazione delle cartelle esattoriali, sull’onda del disegno di legge leghista che prospetta una rateizzazione in 120 rate (quindi in dieci anni) dello stesso importo con decadenza solo dopo aver saltato otto versamenti. In tanto parlare si distingue però il silenzio di Palazzo Chigi, del ministro Giancarlo Giorgetti e del suo vice Maurizio Leo all’Economia. Un silenzio che si spiega con una cifra: 5,2 miliardi.

I numeri ministeriali

Nelle stime dei tecnici di Via XX Settembre tale sarebbe la cifra da coprire quest’anno per finanziare la rinuncia alla riscossione ordinaria. Il costo nasce dal fatto che le rottamazioni cancellano sanzioni, interessi e aggio, tutte grandezze considerate nei saldi di finanza pubblica, e che l’adesione allunga in dieci anni i termini di pagamento di imposte che per le vie ordinarie andrebbero invece versate subito. Proprio questo secondo aspetto spiega il peso che si allunga sui conti pubblici degli anni successivi, dai 3 miliardi calcolati al dipartimento Finanze per il 2026 giù fino ai 250 milioni del 2028. Dall’anno successivo i «sì» alla rottamazione farebbero sentire i propri effetti positivi, con un gettito aggiuntivo che darebbe un saldo positivo dai 520 milioni del 2029 ai circa 2 miliardi del 2034-35. Ma a conti fatti l’effetto sarebbe in ogni caso negativo: perché alla fine del decennio lo Stato dovrebbe comunque rinunciare a 1,4 miliardi.

Questi, almeno, i numeri prodotti dalle simulazioni ministeriali sulla base dell’esperienza delle quattro edizioni precedenti e dei contenuti principali del progetto leghista. Ma all’atto pratico il conto potrebbe essere anche più salato. Per esempio nel caso in cui si avverasse la stima lanciata sempre ieri da Salvini: «Stiamo bassi - ha detto -, ma almeno 10 milioni di italiani aderirebbero».

Il rischio fuga dalle rate

C’è poi un’altra incognita che pesa sui conti: perché le simulazioni si basano sull’ipotesi che i rottamatori delle proprie tasse poi paghino le rate. Ma la storia di queste «definizioni agevolate», ricostruita dalla sottosegretaria Lucia Albano un anno fa rispondendo a un question time in commissione Finanze alla Camera, mostra che fra 2016 e 2023 le quattro rottamazioni hanno perso per strada il 60,3% del gettito atteso, raccogliendo solo 38,9 dei 64,5 miliardi di debiti fiscali cumulati da chi ha aderito.

Il fronte del concordato

Lo scontro insomma promette di proseguire ma non pare destinato ad avere ricadute pratiche. Come è facile prevedere un seguito anche per la battaglia sul concordato preventivo.

Ieri i leghisti hanno parlato di «risultati scarsi» per questo strumento, che pure non c’entra molto con la rottamazione perché riguarda le imposte future e non quelle passate. Ma anche qui l’ottica del ministero dell’Economia è opposta, dopo che nell’anno del debutto l’intesa con il Fisco ha fatto risalire fino ai pieni voti 188mila partite Iva che fin qui si erano sempre fermate lontano dalla sufficienza nelle pagelle fiscali. Il 40,1% (75.517) aveva un voto compreso fra 1 e 6, l’altro 59,9% (112.623) oscillavano fra il 6 e quell’8 che negli indici di affidabilità fiscale rappresenta il livello minimo per non essere considerati a rischio.

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