La ragione è soprattutto di natura relazionale: «perdere un cliente importante distrugge un valore di continuazione molto superiore a quello associato alla perdita di un cliente marginale». Questa scelta, seppur obbligata ha però delle conseguenze. Infatti «chi è cliente ‘importante’ del proprio fornitore subisce un aumento dei costi inferiore, conserva o accresce quote di mercato e, nei settori a domanda meno elastica, riesce ad alzare i prezzi di vendita». A ciò si aggiungono altri fattori che permettono alle imprese più grandi di resistere meglio nei periodi di crisi. «In primo luogo, la diversificazione del parco fornitori riduce la dipendenza da un singolo punto di rottura», afferma Tubaldi. Poi le società di maggiori dimensioni hanno «la capacità di assorbire scorte di sicurezza – inventari, contratti di lungo periodo, accordi di capacità prenotata – e di sostenere temporanei rincari grazie a un accesso più agevole al credito». Infine, «integrazione verticale ed economie di scopo permettono di internalizzare alcuni anelli della filiera o di sostituire input fra divisioni».
Un cambiamento di condizioni
Questa dinamica si è verificata negli ultimi cinque anni. Oltre a un aumento significativo delle quote di mercato e di redditività, le imprese più importanti per i propri fornitori hanno registrato «premi misurabili rispetto ai concorrenti dello stesso settore» anche in Borsa. Inoltre , «nei settori più concentrati, le tensioni nelle forniture hanno prodotto spinte inflazionistiche quasi il 40% più intense rispetto agli altri», spiega Tubaldi. Guardando poi all’economia nel suo insieme, «il meccanismo del favoritismo nelle filiere spiega circa un quinto dell’inflazione al consumo negli Stati Uniti nel 2021 — un contributo tutt’altro che trascurabile al rincaro che le famiglie americane hanno vissuto in quell’anno». Ed è proprio da questi numeri che va inquadrato il dibattito sulla cosiddetta greedflation.
In realtà, come evidenziato da Tubaldi, l’avidità «non è una categoria operativa. Le imprese capitaliste massimizzano sempre i margini in funzione delle condizioni di mercato». Ad aver alimentato l’inflazione del 2021–2022 non è quindi «un cambio di preferenze», ma uno «di condizioni» del mercato che, sebbene temporaneamente, hanno conferito potere di prezzo a chi era in grado di ricevere le consegne. In questo caso, «i concorrenti più piccoli – più esposti al razionamento, meno coperti dalle relazioni di lungo periodo con i fornitori – sono stati temporaneamente messi fuori gioco». Proprio questo ha lasciato ai «clienti 'importanti' la possibilità di alzare i prezzi senza temere erosioni di quote di mercato». Bisogna poi considerare che, anche quando i colli di bottiglia si riassorbono, la concorrenza riprende, i margini di profitto rientrano, «le quote di mercato guadagnate restano».
Le implicazioni per la politica economica
«Sul piano di politica monetaria, se il meccanismo dominante delle pressioni inflazionistiche da supply chain è il favoritismo dei fornitori verso i clienti più grandi, un inasprimento monetario aggressivo può produrre effetti collaterali indesiderati». In poche parole, tassi d’interesse elevati rendono più stringenti i vincoli finanziari delle imprese più piccole, rischiando di ridurre ulteriormente la concorrenza – che altrimenti comprimerebbe i margini di profitto – e di accentuare le asimmetrie che alimentano i rincari. Questo «non significa che la banca centrale debba restare ferma – afferma il professore – ma che, in presenza di shock di filiera, l’efficacia di una stretta è inferiore a quella che si osserverebbe a fronte di shock di domanda, e i suoi effetti distributivi sulla struttura industriale vanno valutati con attenzione».
In ogni caso, per contenere l’inflazione associata alle tensioni della supply chain è fondamentale «la rimozione dei colli di bottiglia», con «investimenti in capacità portuale e logistica intermodale o programmi di ricostituzione delle scorte di input critici, dai semiconduttori ai principi attivi farmaceutici», afferma l’esperto. Inoltre, i responsabili di politica economica dovrebbero tenere conto del fatto che «gli shock di filiera tendono ad aumentare in modo permanente la concentrazione industriale, le quote di mercato guadagnate durante la scarsità restano anche dopo la normalizzazione delle forniture».