Certificazioni

Ristoranti italiani all’estero: come riconoscere quelli veramente made in Italy?

Da Ospitalità Italiana ad Asacert fino al debuttante I Go Italian, al di là dei singoli «bollini» il tema è difendere la filiera italiana degli ingredienti dall’italian sounding sotto il denominatore comune della Cucina Italiana Patrimonio Unesco

di Maria Teresa Manuelli

Ingredienti, ricette, formazione: sono diversi gli ingredienti per una buona riuscita di una ristorazione davvero italiana all’estero

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Il 10 dicembre 2025 l’Unesco ha iscritto la cucina italiana nella Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità. Una decisione presa all’unanimità a New Delhi: la prima cucina al mondo riconosciuta nella sua interezza. Un traguardo che, secondo l’analisi del Foodservice Market Monitor 2025 di Deloitte, vale 251 miliardi di euro, il 19% del mercato globale dei ristoranti con servizio al tavolo.

Ma cosa significa “cucina italiana” all’estero? Il riconoscimento ha riacceso i riflettori su una questione annosa: come distinguere l’autentica ristorazione italiana dall’italian sounding? Tra i 250mila ristoranti che nel mondo si dichiarano “italiani”, quanti rispettano davvero la tradizione?

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Ospitalità Italiana e Asacert

Ospitalità Italiana è una certificazione organica operativa da tempo e gestita dal sistema delle Camere di Commercio. Nata nel 1997, dal 2009 si è estesa ai ristoranti del mondo con un disciplinare tecnico. I dati, fermi al 2020, parlano di oltre 2.230 ristoranti certificati in 60 nazioni e 20 gelaterie. Se parliamo di certificazioni “in senso stretto” secondo Luciano Sbraga, vicedirettore di Fipe Confcommercio, «è l’unica vera iniziativa di certificazione in essere oggi». Il sistema prevede verifiche periodiche su qualità, prodotti italiani, tradizione e formazione del personale.

Esistono però anche altri “bollini” come Asacert (ITA0039 | 100 % Italian Taste Certification), nato nel 2019 con il Protocollo di Certificazione, a cui aderisce da subito Coldiretti. L’accordo è stato rinnovato e ampliato nei contenuti nel 2023. A seguire, si sono aggiunti altri partner (EuroToques, PromoItalia, Isfe, Anra, Filiera Agricola Italiana). Ci sono poi altri esempi di “bollini” nati da iniziative private come ad esempio “The Real italian restaurant”. «Ma serve un commitment di alto livello, politico, un’operazione da sistema paese», commenta Sbraga.

La legge sul Made in Italy

Nel dicembre 2023 la legge 206 sul Made in Italy, in effetti, aveva previsto una certificazione di “ristorante italiano nel mondo” triennale e un fondo da 1 milione di euro annuo per promozione e formazione. Tuttavia, a oltre un anno dall’entrata in vigore, l’iniziativa non è mai decollata. «Da un lato riconferma l’importanza di una rete riconosciuta, poi fissa criteri operativi che non sono mai partiti», osserva ancora Sbraga. «L’ideale sarebbe riprendere e ampliare quanto già fatto dall’Isnart. Anche perché - continua - non si può andare da quei 2.230 ristoranti certificati dicendo “abbiamo scherzato”. Come sistema c’è un problema di reputazione».

Il debutto di I Go Italian

Nel vuoto normativo si inserisce I Go Italian, della Fondazione Made in Sicily Ets, presentato a Milano pochi giorni fa. Il progetto punta su un riconoscimento peer-to-peer: sono i ristoratori che validano i nuovi membri. «A differenza di un sistema di certificazione basato su criteri oggettivi o commerciali, I Go Italian è nato per mettere in rete chi già opera nell’ambito della cucina italiana secondo i principi Unesco», spiega Giovanni Callea, fondatore. «Non si impongono parametri rigidi, ma si identificano sensibilità, pratiche e narrazioni».

Nato a dicembre 2025, ha raccolto un centinaio di adesioni da Beverly Hills, Chicago, Berlino, Dubai, Tokyo, coinvolgendo oltre 1.000 persone. Tra gli aderenti Celestino Drago, stella a Los Angeles, e Vincenzo Andronaco, fondatore di Andronaco Grande Mercato con 800 dipendenti e fatturato di 100 milioni. «Stiamo creando uno standard che viene dalla media di come gli italiani del mondo rappresentano l’Italia – spiega Callea –. Il riconoscimento Unesco non celebra un semplice complesso di ricette: considera un patrimonio culturale immateriale fatto di saperi, rituali, convivialità e tradizioni. In questo contesto, I Go Italian custodisce questi significati mettendo le persone e le storie al centro».
Oltre i ristoranti, il riconoscimento si allarga così a tutta la filiera del made in Italy, nell’ottica di contrastare l’italian sounding, fenomeno da 120 miliardi, non tanto o non solo delle ricette, ma degli ingredienti che vengono effettivamente utilizzati che devono essere davvero italiani.

Il nodo della formazione

«Il ristorante non può essere un semplice terminale delle produzioni made in Italy – sottolinea Sbraga –. È un biglietto dell’Italia nel mondo». E la prima forma di italian sounding non si fa sul prodotto ma sulla cucina: «Quando stravolgono il modello con ricette improponibili, quello è il primo danno. Da qui la necessità in prima battuta di formare le persone». Per questo motivo i migliori ristoranti «talvolta sono quelli pianificati a tavolino, anche da società straniere, che formano il personale sulla vera cucina italiana. Mentre capita che quelli fatti da chi è emigrato 30 anni fa, a volte sono più ibridati».

Fipe ha costituito un coordinamento con 300 ristoranti in trenta Paesi che ha supportato la candidatura Unesco. «Vogliamo che i ristoratori autentici abbiano possibilità di dire qualcosa quando si decide per loro», spiega Sbraga.

Il potenziale inespresso

«Qualche anno fa uno studio dell’Università del Minnesota aveva costruito una bilancia commerciale virtuale della ristorazione. L’Italia era al primo posto con 168 miliardi di dollari di saldo. La Francia al quarto con 40 miliardi», cita Sbraga. «Questi numeri dimostrano che c’è una voglia d’Italia spaventosa».

Una voglia sancita oggi dall’Unesco che rischia di restare incompiuta. Con Ospitalità Italiana ferma, la certificazione prevista dalla legge sul Made in Italy mai decollata e iniziative private che colmano il vuoto, la ristorazione italiana all’estero chiede una regia unitaria. «Adesso la candidatura Unesco viene a fagiolo – conclude Sbraga –. Proviamo a ripartire». Un’occasione da non perdere, ancora una volta.

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