Gestione Aziendale

Ripensare le Risorse Umane per ripensare l’impresa

Ascolto attivo, co-design e AI etica sono chiavi per un HR più umano e strategico

di Emiliano Pecis*

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Nella rubrica Ripensare l’impresa non ci limitiamo a osservare ciò che oggi non funziona: proviamo a immaginare come potrebbe essere un’impresa più adulta, più consapevole e più capace di evolvere. Per farlo è inevitabile attraversare le sue funzioni vitali, e poche incidono quanto l’HR.

Molte funzioni HR continuano a operare dentro una sorta di torre d’avorio procedurale, protette da un apparato di policy che finisce per allontanarle dalle persone che dovrebbero servire. Nel quotidiano, chi lavora spesso vive l’HR non come un alleato, ma come una controparte da gestire, un intermediario che va “convinto”, una funzione che ascolta poco e comunica attraverso procedure più che attraverso relazioni. È una distanza che non nasce da cattiva volontà, ma da un impianto organizzativo ereditato da un’altra epoca: un modello amministrativo che rispondeva a un mondo stabile e prevedibile, molto diverso da quello attuale.

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Questo approccio finisce per rendere l’HR un mestiere esposto e strutturalmente fragile: quando non produce valore visibile, non riesce a difendere il proprio perimetro di autonomia ed entra in un gioco di forze dove il potere decisionale resta negli umori del Ceo.

Il ruolo in crisi: aspettative crescenti, risorse decrescenti

Questo articolo nasce da un confronto con Matteo Sola, HR con esperienza nel learning & development e nell’innovazione organizzativa, coordinatore scientifico del Master “Design organizzativo, Dati e Intelligenza Artificiale: le leve della trasformazione in azienda” del Sole24Ore Formazione. Sola lo dice senza mezzi termini: il ruolo dell’HR è in crisi da anni.

Ormai l’HR vive un paradosso: l’organizzazione allarga il suo raggio d’azione - wellbeing, performance, cultura, DEI, formazione, leadership, dinamiche generazionali, sviluppo organizzativo, digital transformation - mentre i team si riducono, i budget si assottigliano e il carico operativo aumenta.

Come siamo arrivati fin qui: centralizzazione, infantilizzazione, omogeneità

La crisi non dipende solo dal budget. Troppo spesso l’HR è rimasto ancorato a tre assunti che oggi non reggono più. Lucy Adams li riassume nel modello EACH (Employees as Adults, Customers, Human Beings) il contrario di come l’HR tradizionalmente funziona.

Il primo è la centralizzazione. Processi, policy, flussi, autorizzazioni: tutto disegnato in una logica top–down che presuppone che il centro conosca molto più della periferia. In un mondo complesso questo produce rigidità e soprattutto aliena le persone, che percepiscono l’HR come un filtro, non come un abilitatore.

Il secondo è l’infantilizzazione. Troppi processi HR sono pensati come se le persone fossero bambini da controllare. L’approccio “ti dico io cosa puoi e cosa non puoi fare” è la negazione stessa dell’autonomia, quella che tutte le ricerche indicano come la leva principale del benessere lavorativo.

Il terzo è l’omogeneità. La tentazione del “vale per tutti” è forte: semplifica la gestione, riduce le eccezioni, dà l’illusione di equità. Ma in un’organizzazione complessa, la standardizzazione totale impedisce di rispondere ai bisogni reali, schiaccia le differenze e genera frustrazione.

La cura: ascolto, co-design, decentralizzazione delle leve

Uscire da questa crisi non richiede rivoluzioni istantanee, ma un cambio di postura.

Il primo passo è l’ascolto, quello vero: non la survey annuale, non l’incontro trimestrale con il Ceo, ma il lavoro quotidiano di presenza nei luoghi dell’organizzazione. L’HR deve tornare ad essere un sensore del clima interno. Devi vedere come si lavora davvero, capire cosa frustra le persone, cogliere i segnali deboli prima che diventino problemi strutturali; sviluppare una sorta di sensibilità per le dinamiche organizzative e le emozioni profonde, tra le righe del sistema, per capire “dove l’organizzazione stessa vuole andare” nel tempo.

Poi viene il co-design: i processi non possono più essere progettati dentro una funzione e lanciati verso il resto dell’azienda. Devono nascere da tavoli misti, dove HR, business e persone lavorano insieme. Non per formalità, ma perché la complessità richiede voci diverse attorno al tavolo.

Infine, la decentralizzazione delle leve: budget di formazione distribuiti ai team, autonomia decisionale diffusa, processi leggeri. L’HR diventa una funzione di consulenza interna: interviene dove richiesto, dimostra valore ogni giorno, non è il collo di bottiglia da cui passa tutto.

Agile HR: prototipi, iterazioni, soluzioni vive

La prima regola dell’approccio Agile è accettare che nessun processo è definitivo: tutto è un prototipo. Si disegna una soluzione, la si mette in campo, la si osserva, la si modifica. Non si cerca la “soluzione perfetta”, perché non esiste. L’unica stabilità possibile sta nella capacità di iterare.

La seconda regola è abbandonare l’ossessione dell’“uguale per tutti”. L’Agile HR lavora per cluster, per bisogni, per contesti, garantendo a tutti le stesse opportunità, ma non necessariamente gli stessi contenuti.

Infine, l’agilità significa liberare l’organizzazione da processi inutilmente prescrittivi. Un esempio semplice: i limiti rigidi alle spese o alle ferie. Nelle aziende creano spesso comportamenti distorti, portando le persone a spendere “fino al tetto” solo perché esiste un tetto. Un sistema fondato su responsabilità e trasparenza funziona meglio della proliferazione di vincoli.

Il ruolo dell’AI nell’HR

L’intelligenza artificiale può rappresentare un’opportunità importante, ma solo se interpretata correttamente. Non si tratta di usare l’AI come strumento di sorveglianza o di automazione meccanica, ma come leva per aumentare la capacità della funzione HR di personalizzare, leggere fenomeni culturali, supportare percorsi di sviluppo su larga scala. L’AI può alleggerire il peso operativo e restituire tempo per ciò che nessuna tecnologia sostituisce: l’interpretazione, la relazione, la costruzione del senso. Richiede però un lavoro di presidio etico: trasparenza sugli algoritmi, attenzione alle derive di disumanizzazione, capacità di mantenere l’umano come riferimento di ogni decisione. Per Matteo Sola, infatti, è necessario chiedersi se le strutture organizzative funzionano per l’essere umano o a prescindere dall’umano e la risposta potrebbe non essere scontata.

Conclusione: il lavoro dell’HR è diventare di nuovo umano

L’HR che sopravvive non è quello che controlla, ma quello che abilita. Non è il centro di costo che firma procedure, ma il centro di competenza che aiuta l’organizzazione a costruire processi coerenti con la sua identità. Non è l’ultimo anello della catena decisionale, ma il luogo in cui si coltiva la qualità delle relazioni, la cura dei contesti, la capacità di leggere ciò che cambia.

Se c’è una domanda che accomuna tutte le riflessioni di questa rubrica è la stessa che attraversa anche la visione di Matteo Sola: che datore di lavoro vogliamo essere nei prossimi dieci anni?

Se la risposta non è retorica, allora ripensare l’HR diventa una necessità strategica. Non per renderlo più efficiente, ma per restituirgli il ruolo di architettura invisibile che sostiene la parte più fragile e più potente dell’impresa: la sua umanità.

*AI & Organizational Strategist

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