Ricerca e competitività: la sfida che l'Italia non può perdere
Il paradosso italiano: molte pubblicazioni, pochi brevetti. Investimenti leva strategica. Bracco: difendere i fondi ue e giocare da protagonisti
3' di lettura
I punti chiave
- • Nell'ultimo decennio oltre il 65% delle grandi imprese ha svolto ricerca in modo costante
- • Le imprese italiane hanno partecipato agli 11 IPCEI europei su tematiche strategiche come semiconduttori, batterie, intelligenza artificiale, cloud e idrogeno
- • Il ruolo dei finanziamenti europei e l’importanza dei capitali privati
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(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Se è vero che sempre più imprese considerano gli investimenti in ricerca e innovazione una leva strategica per costruire il futuro e non un costo, questo rischia di non bastare per vincere la sfida della competitività. Per fare innovazione serve investire coinvolgendo sempre più i capitali privati che diventeranno centrali con la fine del pnrr, oltre anche indirizzare la ricerca verso obbiettivi che si trasformino in processi industriali, superando il paradosso italiano che vede molte pubblicazioni e pochi brevetti. A renderlo ormai evidente sono i numeri. Tra le PMI italiane il 60,3% delle piccole imprese ha svolto attività di innovazione nel periodo 2020-2022, un dato superiore alla media UE (47,2%) e a Germania e Francia . Tuttavia, quando si guarda alla spesa in R&S in senso stretto, il divario dimensionale resta ampio: nel 2023 la spesa delle grandi imprese è cresciuta del 7,3%, arrivando a pesare per il 73,1% degli investimenti in R&S sostenuti dalle sole imprese italiane, mentre quella delle piccole imprese è calata del 2,3%, secondo i dati Istat.
«Ancora oggi, purtroppo, l’opinione pubblica, i mass media e i decisori politici si dimenticano talvolta dell’importanza strategica della ricerca e delle tante tecnologie made in Italy che hanno cambiato il mondo», afferma Diana Bracco, Presidente e CEO del Gruppo Bracco e Presidente della Fondazione MAI di Confindustria. «Tutti invece devono capire che l’innovazione è strumento indispensabile per quella crescita di cui l’Italia ha bisogno. Ma ricerca e innovazione si fanno con risorse economiche adeguate, tempi sicuri ed efficienza nella gestione. Va creato, cioè, un ambiente favorevole e occorre garantire chiarezza negli obiettivi. Troppe volte sento accusare le imprese di non fare ricerca. E’ un’affermazione smentita dalla realtà dei fatti», aggiunge Diana Bracco.
I dati confermano comunque un impegno crescente nel complesso: se si guarda al totale della spesa nazionale in R&S, che include anche pubblico e università, il settore privato tra imprese e non profit ha rappresentato nel 2023 il 60,1%, con gli investimenti delle aziende in crescita del 5,4% rispetto all'anno precedente, sempre secondo i dati Istat. Le imprese italiane, prime tra i Paesi dell’Unione, inoltre, hanno partecipato agli 11 IPCEI (Importanti Progett une Interesse Europeo) su tematiche strategiche come semiconduttori, batterie, intelligenza artificiale, cloud e idrogeno. Qualche segnale positivo si registra anche sul fronte della collaborazione tra pubblico e privato, su cui la Missione 4 Componente 2 del PNRR ha tracciato la rotta puntando sulla nascita di Centri nazionali, Partenariati estesi, Ecosistemi territoriali, dottorati innovativi cofinanziati dalle imprese. Una rete che ha come obbiettivo fare lavorare in modo strutturato imprese, università ed enti di ricerca, favorendo la valorizzazione dei risultati raggiunti e il trasferimento della conoscenza verso il sistema produttivo.
Secondo il Rapporto Draghi sulla competitività europea, negli ultimi vent'anni la quota dell'Europa negli investimenti globali in R&S è scesa di un quarto, mentre il divario rispetto a USA e Cina continua ad allargarsi. Il Rapporto indica chiaramente la direzione da seguire con urgenza: aumentare i finanziamenti comunitari per la R&S, concentrarli su iniziative comuni e costruire un'Unione della ricerca e dell'innovazione capace di coordinare le politiche tra gli Stati membri. Fondamentale, si sottolinea, è anche non disperdere e patrimonializzare le esperienze fatte grazie al pnrr in materia di Ricerca e Innovazione, non ultima la mobilitazione di pubblico, favorendo la definizione di nuovi progetti per sfruttare al meglio i finanziamenti europei.
«Il nuovo Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034, con 175 miliardi per Horizon Europe e 410 miliardi per il Fondo europeo per la Competitività, è un'occasione da non sprecare», afferma Diana Bracco. «Le risorse per la ricerca devono essere difese nel negoziato e l'Italia deve arrivarci da protagonista con una strategia forte e condivisa che va messa a punto con un serio confronto tra governo, imprese e mondo accademico. Solo così possiamo aiutare la crescita e la competitività del nostro Paese».







