Referendum, dal lavoro alla cittadinanza, ecco quesito per quesito su cosa si voterà l’8-9 giugno
Referendum, primo quesito: Jobs act e licenziamenti
Il primo dei quattro referendum sul lavoro, promossi dalla Cgil, chiede la cancellazione della disciplina sui licenziamenti del contratto a tutele crescenti introdotto nel 2015 con il Jobs act del governo Renzi, applicata a chi è stato assunto dal 7 marzo 2015 in poi. Nelle imprese con più di 15 dipendenti, in diversi casi di licenziamento illegittimo non c’è il reintegro nel posto di lavoro previsto dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori del 1970 ma un indennizzo economico che può arrivare fino ad un massimo di 36 mesi. L’obiettivo di chi ha promosso il referendum è di abrogare la norma e ’impedire licenziamenti privi di giusta causa o giustificato motivo’. Il Jobs act, entrato in vigore il 7 marzo 2015, ha introdotto il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all’anzianità di servizio. In casi di licenziamento illegittimo, ha previsto il superamento del reintegro nel posto di lavoro sostituito da un indennizzo economico “certo e crescente” commisurato all’anzianità di servizio. Si va da un minimo di 6 mensilità ad un massimo di 36. Attualmente non c’è il reintegro ma l’indennizzo in questi casi: per caso di licenziamento individuale per motivi economico/organizzativi (i cosiddetti licenziamenti per giustificato motivo oggettivo); per licenziamento disciplinare; nei licenziamenti collettivi se vengono violati i criteri di scelta dei lavoratori da licenziare; se il licenziamento viene fatto in caso di malattia prima della scadenza del cosiddetto ’periodo di comporto’. Resta il reintegro nel posto di lavoro nei casi di licenziamento discriminatorio (ad esempio per ragioni legate a opinioni politiche, religiose, fatto durante la maternità o intimato in forma orale) e in specifiche fattispecie di licenziamento disciplinare ingiustificato.

