Referendum per abrogare le norme che hanno liberalizzato i contratti a termine: le ragioni del “si” e del “no”
Il terzo quesito della consultazione referendaria riguarda la disciplina dei contratti a tempo determinato. Approfondiamo il tema con i professori Arturo Maresca e Franco Focareta
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Il terzo referendum dell’8 e 9 giugno riguarda i contratti a termine. Nel quesito promosso dalla Cgil si chiede l’abrogazione delle norme che hanno liberalizzato il contratto a tempo determinato, con l’introduzione di causali specifiche anche per i contratti a termine di durata inferiore ai dodici mesi. Approfondiamo il tema con i professori Arturo Maresca (diritto del lavoro all’Università La Sapienza di Roma) e Franco Focareta (diritto del lavoro all’Università di Bologna). Sul sito del Sole 24 Ore il dossier sui referendum.
Quale impatto dal “si” al referendum
Il professor Focareta, ci illustra le ragioni del “sì” all’abrogazione di queste norme. «Il contratto a termine - sottolinea Focareta - è uno degli strumenti maggiori per creare precarietà nel nostro paese. La normativa è stata più volte modificata dai vari governi che si sono succeduti. Nell’ultima stagione abbiamo la liberalizzazione totale dei contratti a termine, perché per i primi dodici mesi non è richiesta nessuna motivazione specifica per apporre il termine a un contratto. Anche in un contesto del mercato del lavoro in cui oggi l’occupazione complessivamente cresce, abbiamo ancora un forte ricorso alle assunzioni con contratto a termine che conducono alla situazione di incertezza e di precarietà tanti lavoratori nel nostro paese. Lavoratori che non possono affittare una casa, non possono contrarre un mutuo e così via. Il referendum reintrodurrebbe un criterio selettivo e limitativo per assumere a termine, cioè ci vuole una ragione. Se venisse accolto il quesito referendario la ragione è che si può assumere a termine solo per i casi e le causali previsti dai contratti collettivi sottoscritti dai sindacati maggiormente rappresentativi, rimettendo quindi alle parti sociali l’individuazione di congrue causali, cioè di motivi concreti che possono autorizzare l’utilizzo di questo strumento».
Quale l’effetto del “no” al referendum
Professor Maresca perché votare “no” e che impatto avrebbe una vittoria del “sì” sul mercato del lavoro? «Perché no, perché la norma attuale che. come diceva il professor Focareta è una norma più volte rimaneggiata dal legislatore, è una norma equilibrata. Dice in sostanza - ricorda Maresca - che nei primi dodici mesi io posso fare un contratto a termine acausale e successivamente fino a 24 mesi devo avere delle causali stabilite dalla contrattazione collettiva. Se passasse il referendum noi avremmo un sistema di contratto a termine che non consente alle imprese neppure di fare contratti a termine di fronte a incrementi straordinari, imprevedibili, di produzione. Cioè le imprese potrebbero fare contratti a termine solo ed esclusivamente per la sostituzione dei lavoratori. Questo non avveniva nemmeno quando c’era la legge più rigorosa sul contratto a termine, nella legge 230 del 1962. Si dice, possono intervenire i contratti collettivi. Sì, i contratti collettivi possono intervenire. Ma a parte l’aspetto che non tutte le imprese sono coperte dai contratti collettivi, poi finché il contratto collettivo non c’è, non ci sono assunzioni a termine nemmeno per incrementi temporanei eccezionali di attività. È una norma che non è nemmeno in linea con la direttiva europea».


